5 confronti tra la politica estera sovietica e quella russa

L’attuale crisi in Ucraina e l’intervento russo in Crimea hanno suscitato numerose riflessioni da parte di storici e analisti sui rapporti storici tra Russia e Ucraina e tra Russia e Crimea, sui paralleli tra la guerra fredda e l’attuale situazione di tensione internazionale, sulle somiglianze tra l’intervento in Crimea e altre iniziative simili del passato, e così via. Abbiamo selezionato cinque riflessioni sulle somiglianze e sulle differenze tra la politica estera sovietica e quella russa attuale.

Su Cognoscenti Thomas J. Whalen propone un’interpretazione dell’attuale politica estera russa basata sull’analisi della politica estera sovietica condotta dal diplomatico statunitense George Kennan nel 1947. Secondo Kennan, l’espansionismo territoriale è la tradizionale risposta che i sovietici/russi danno al loro senso di insicurezza e alla loro paura di finire accerchiati dall’Occidente, a cui attribuiscono intenzioni ostili. In maniera simile, Vladimir Putin accusa oggi gli oppositori ucraini della sua politica di essere manovrati dagli Stati Uniti. Un altro punto di somiglianza tra il governo sovietico e quello russo è la presunzione della propria infallibilità identificata da Kennan: il governo è il solo depositario della verità, ed è per questa ragione che non può tollerare opinioni discordanti.

Anche secondo Adam Gopnik sul New Yorker la crisi attuale è coerente sia con la storia della politica estera russa che con la geopolitica tradizionale:

“Rieccoci qua, con una Russia ritrovata, con la paranoia dell’accerchiamento, tesa ad aumentare la propria influenza nelle regioni vicine. Può essere una politica brutta e sbagliata […] ma è anche una politica normale da un punto di vista storico.”

Tuttavia, secondo Gopnik c’è una differenza fondamentale tra lo scontro attuale e la guerra fredda: la guerra fredda era un conflitto molto peculiare perché non era concepita solo come uno scontro tra grandi potenze, ma come uno scontro di valori su scala globale.

Timothy Snyder ha dedicato tre articoli all’analisi della recente politica russa verso l’Ucraina. Nel suo ultimo articolo sulla New York Review of Books, Snyder paragona le strategie retoriche e propagandistiche impiegate da Putin alle strategie impiegate ai tempi dell’Unione Sovietica. Come accadeva per l’URSS, la propaganda di Putin non va presa come una descrizione falsata della realtà, quanto piuttosto come l’indicazione di una linea di azione per il futuro. L’invasione della Crimea non è stata una reazione a una minaccia reale agli interessi russi, ma “un tentativo di attivare una minaccia tale da far scoppiare una violenza in grado di cambiare le cose”. L’invasione russa può effettivamente spingere a una reazione nazionalista ucraina e a un indebolimento dello stato democratico ucraino, avverando così la propaganda russa.

A differenza degli storici che sottolineano le somiglianze tra la politica estera russa e quella sovietica, James B. Stewart sul New York Times riflette su alcune differenze che le separano. Steward cita l’ex ambasciatore Strobe Talbott, secondo cui una grande differenza tra la politica estera sovietica e quella russa è la debolezza dell’ideologia su cui si basa la seconda. La politica sovietica si basava su un’ideologia forte e nettamente alternativa a quella occidentale, mentre l’ideologia promossa da Putin è molto più ambigua. In parte per questa ragione, Putin aspira a recuperare la potenza del periodo sovietico, puntando su nazionalismo e propaganda per bilanciare le difficoltà interne sul piano economico.

Secondo Stewart, c’è una grande differenza tra l’intervento russo in Crimea e gli interventi sovietici in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968. All’epoca della guerra fredda, l’Unione Sovietica non aveva una borsa e il suo commercio con l’estero era molto limitato. Oggi la Russia è pienamente inserita nel mercato globale: l’intervento in Crimea ha già bruciato miliardi di euro e ha indebolito il rublo. I più colpiti dal contraccolpo finanziario sono i miliardari russi, quasi tutti strettamente legati al governo. I legami economici e finanziari con il mondo esterno limitano considerevolmente la libertà di azione della Russia sulla scena internazionale.

History News Network ha intervistato lo storico Padraic Kenney. Kenney paragona l’invasione russa della Crimea all’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979: la Russia è entrata in Crimea benché le richieste locali per un suo intervento fossero deboli e benché le spinte secessioniste in Crimea fossero limitate. Kenney discute anche dei paralleli tra la crisi ucraina e le guerre nella ex Yugoslavia. Il rischio che individua è che un’interpretazione sbagliata delle guerre jugoslave spinga ora gli osservatori a dare un’interpretazione sbagliata della crisi ucraina: né le une né l’altra riguardano odi etnici ancestrali. In entrambi i casi però, le differenze etniche possono essere riattivate ed esacerbate di proposito.

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

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