Strumenti della Guerra Fredda come risorse per l’archeologia

Immagini satellitari scattate a fini militari durante la Guerra Fredda hanno svelato l’esistenza di 10.000 siti archeologici precedentemente sconosciuti in Medio Oriente. Le origini e le potenzialità del Corona Atlas of the Middle East, presentato la scorsa settimana, sono raccontate da Dan Vergano su National Geographic. L’atlante si basa su immagini scattate dal satellite statunitense Corona tra il 1967 e il 1972. Le immagini furono rese pubbliche nel 1995: la loro analisi ha fatto triplicare il numero di siti archeologici noti in Medio Oriente, che finora erano circa 4.500.

Le immagini del satellite Corona avevano una risoluzione di due metri. Le immagini satellitari attuali hanno risoluzioni più alte, ma sono meno efficaci per individuare siti archeologici rispetto alle immagini risalenti agli anni Sessanta e Settanta. Negli scorsi decenni infatti molte città si sono espanse e ampie zone sono state allagate per la costruzione di dighe o utilizzate per l’agricoltura intensiva, e dunque i resti archeologici sono oggi più difficili da individuare rispetto a qualche decennio fa.

Il progetto per il satellite di ricognizione Corona fu approvato dal presidente statunitense Dwight Eisenhower nel febbraio 1958. Nell’ottobre 1957 i sovietici avevano lanciato in orbita il loro primo satellite, lo Sputnik. Il satellite Corona doveva scattare immagini per monitorare le attività militari sovietiche nel mondo.  Fu il primo satellite da ricognizione fotografica al mondo e fu attivo dall’agosto 1960 al maggio 1972.

Fonte dell’immagine: Center for Advanced Spatial Technologies, University of Arkansas/U.S. Geological Survey

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