I migliori libri del 2014

Arriva la fine dell’anno, e arrivano implacabili le valutazioni e le classifiche di fine anno – tra cui le classifiche sui migliori libri usciti nel 2014. Ecco quindi i migliori libri sulla storia recente segnalati quest’anno dalle maggiori pubblicazioni internazionali (con un’avvertenza: si tratta di classifiche che guardano molto agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna e poco altrove).

Lawrence Wright, Thirteen Days in September: Carter, Begin, and Sadat at Camp David (Alfred A. Knopf)

Per il New York Times, si tratta in assoluto del migliore libro di storia uscito nel 2014 (anche l’Economist lo segnala). La storia è quella dei negoziati che portarono nel 1978 agli accordi di Camp David tra Israele ed Egitto, che posero fine dopo trent’anni allo stato di guerra tra i due paesi. L’Egitto divenne il primo paese arabo a riconoscere Israele, e in cambio Israele si ritirò dalla penisola del Sinai. I protagonisti dei negoziati furono il presidente americano Jimmy Carter, il primo ministro israeliano Menachem Begin e il presidente egiziano Anwar al-Sadat. Gli accordi di Camp David valsero il premio Nobel per la pace a Begin e Sadat.

David Reynolds, The Long Shadow: The Great War and the Twentieth Century (Simon & Schuster)

Dal punto di vista editoriale, il centenario della prima guerra mondiale è stato senz’altro il tema centrale del 2014. Mentre molti libri usciti negli scorsi mesi ricostruiscono singoli aspetti della guerra, l’Independent segnala un libro che parla della Grande guerra per parlare in realtà del Novecento nel suo complesso. Reynolds analizza l’impatto esercitato dalla guerra nei decenni successivi, soprattutto in Gran Bretagna ma non solo lì. La guerra ebbe un impatto duraturo a livello politico ed economico, talvolta negativo ma in altri casi positivo.

Mary Elise Sarotte, The Collapse: The Accidental Opening of the Berlin Wall (Basic Books)

Oltre al centenario della Grande guerra, nel 2014 s’è celebrato il venticinquesimo anniversario della caduta del muro di Berlino. L’Economist segnala un libro che ricostruisce gli eventi che condussero alla decisione di aprire la frontiera tra Berlino Est e Berlino Ovest la sera del 9 novembre 1989. Si trattò di un evento inaspettato, causato da una successione di coincidenze e fraintendimenti, oltre che da scelte deliberate e da una crescente pressione popolare e internazionale. Nel 2009 Sarotte aveva pubblicato un libro che guardava più in generale agli eventi occorsi nel 1989.

Francis Fukuyama, Political Order and Political Decay: From the Industrial Revolution to the Globalization of Democracy (Profile Books)

Dopo la caduta del muro di Berlino, Francis Fukuyama pubblicò un celebre articolo (e poi un libro) in cui proclamava “la fine della storia” e il trionfo della democrazia liberale. Le cose andarono poi un po’ diversamente: in questo nuovo libro, secondo di due volumi, Fukuyama torna ad analizzare le grandi tendenze dello sviluppo politico delle varie regioni del mondo dal Settecento a oggi. Si sofferma in particolare sugli ostacoli che non hanno ancora permesso alla storia di “finire”: corruzione, eredità del colonialismo, debolezze della democrazia, e così via. Il libro è segnalato dall’Economist.

Walter Isaacson, The Innovators: How a Group of Hackers, Geniuses, and Geeks Created the Digital Revolution (Simon & Schuster)

Si tratta di una sorta di biografia collettiva di tutti i principali protagonisti della rivoluzione digitale, a partire dall’invenzione dei primi calcolatori fino alle innovazioni più recenti. Il libro è segnalato sia dal New Yorker che dall’Atlantic, ed entrambi apprezzano il fatto che tra i protagonisti del libro vi siano parecchie donne – a partire da Ada Lovelace, che fece i primi esperimenti già nell’Ottocento. Isaacson si occupa da tempo della storia della rivoluzione digitale: fu lui a pubblicare la biografia autorizzata di Steve Jobs nel 2011.

John Campbell, Roy Jenkins: A Well-Rounded Life (Jonathan Cape)

Roy Jenkins è stato una figura importante della storia politica britannica della seconda metà del Novecento, e non a caso sono due quotidiani britannici a segnalare la sua biografia (Guardian e Independent). Per quanto riguarda la storia internazionale, il libro è interessante perché Jenkins fu il primo e unico britannico a presidere la Commissione europea (1977-81). Il suo forte europeismo lo spinse a rompere con il partito laburista e a promuovere la nascita del partito liberaldemocratico.

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

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