Ricordare i criminali, dimenticare i resistenti

«I responsabili dei massacri e dei trasferimenti forzati di intere popolazioni sono delle celebrità, le loro facce sono ovunque sui pannelli pubblicitari, in televisione e sui manifesti. Essersi rifiutati di uccidere spesso significa l’opposto: essere etichettati come traditori, e testimoniare con uno pseudonimo al Tribunale dell’Aja, con la faccia oscurata». Lily Lynch su Balkanist riflette così sui problemi della memoria che riguardano le guerre nella ex Yugoslavia degli anni Novanta. In particolare, Lynch riflette sul modo in cui l’opinione pubblica serba tratta coloro che compirono dei crimini di guerra e coloro che si rifiutarono di compierne.

Il 18 marzo scorso sono stati arrestati in Serbia Nedeljko Milidragovic, soprannominato Nedjo il Macellaio, e altre sette persone. Sono ritenuti direttamente responsabili di 1.000-1.300 delle 8.000 vittime musulmane bosniache massacrate a Srebrenica. Con l’arresto di Milidragovic e dei suoi complici, per la prima volta sarà un tribunale di Belgrado ad occuparsi dei crimini di guerra commessi dai serbi negli anni Novanta. Fino a oggi, se ne era occupato solamente il Tribunale internazionale per i crimini nell’ex Yugoslavia con sede all’Aja, che è visto con sospetto e ostilità da moltissimi serbi. Lo stesso governo di Belgrado è estremamente freddo nei confronti del Tribunale, ed è solo per rispondere alle pressioni dell’Unione europea che alcuni presunti criminali di guerra sono stati arrestati negli ultimi anni.

Alcuni commentatori stranieri sperano che il processo contro Milidragovic sia ora un’occasione in grado di spingere l’opinione pubblica serba a riflettere in modo più critico su quegli anni. Tuttavia, il Presidente della repubblica Tomislav Nikolic non ha apprezzato gli arresti di marzo e il ministro del lavoro si è recato a rendere omaggio alla tomba dell’ex leader nazionalista serbo Slobodan Milosevic nell’anniversario della sua morte. Molti sono i serbi che anche in passato hanno espresso solidarietà nei confronti di individui accusati di gravissimi crimini di guerra come Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Quello del sostegno diffuso per presunti o provati criminali di guerra non è un problema della sola Serbia: ad esempio, decine di migliaia di croati sono scesi in piazza per festeggiare l’assoluzione degli ex generali Ante Gotovina e Mladen Markac da parte del Tribunale dell’Aja.

In ciascuno degli stati nati dalla dissoluzione della Yugoslavia ci sono ex generali o capi delle milizie che vengono esaltati come degli eroi, mentre questi stessi personaggi sono visti come una rappresentazione dal demonio dalle popolazioni degli stati vicini. Quello che invece manca fortemente è la celebrazione e il ricordo di coloro che durante la guerra resistettero, disertarono e si opposero ai crimini. Sono quelli che Lynch chiama gli “Schindler balcanici”.

Sono pochi i casi di resistenza che vengono ricordati. Uno è quello di Srdjan Aleksic, un serbo di Bosnia che nel 1993  fu ucciso di botte per aver difeso un suo amico musulmano bosniaco. Un’altra storia citata da Lynch è emersa durante un processo al Tribunale dell’Aja: un giovane che era stato costretto ad arruolarsi nelle milizie dei serbi di Bosnia ha raccontato di essersi rifiutato di sparare contro un gruppo di civili disarmati e spaventati, nonostante gli fosse stato ordinato di farlo. Fu punito severamente per l’insubordinazione: venne imprigionato, lasciato alla fame e gli venne impedito per giorni di parlare con chiunque.

Invece di essere elogiato per essersi opposto a un massacro, l’uomo è stato costretto a rendere la sua testimonianza via video, da una località sconosciuta e con l’immagine distorta, in modo che la sua identità non fosse rivelata. Secondo Lynch, «Ci sono certamente altre storie come la sua, dimenticate perché non si accordano bene con nessuna narrazione etnica del conflitto. Oppure, forse, l’élite politica e la società stessa non sono ancora pronte per decidere se queste persone sono dei traditori o degli eroi».

Fonte dell’immagine: Blic Portal

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