Perché gli americani persero in Vietnam, secondo Nixon

Quarant’anni fa terminava la guerra del Vietnam, con l’ingresso delle truppe comuniste nella capitale del Vietnam del Sud Saigon. Fu la prima grande sconfitta subita in una guerra dagli Stati Uniti, che ne colpì gravemente il prestigio internazionale. La sconfitta del Vietnam incise profondamente anche sul modo in cui gli americani guardavano al loro ruolo nel mondo e ne condizionò le scelte di politica estera, almeno fino all’intervento in Iraq nel 2003.

Gli Stati Uniti erano intervenuti in Vietnam a partire dai primi anni Sessanta, e col tempo il loro coinvolgimento si era fatto sempre più pesante. Le ragioni che li avevano spinti a intervenire erano quelle della guerra fredda. L’egemonia giapponese nel Sud-Est asiatico era terminata con la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, l’egemonia francese e britannica nella regione era terminata con la decolonizzazione: rimaneva da stabilire se la regione dovesse ricadere nella sfera di influenza occidentale oppure in quella comunista. Quando iniziarono i combattimenti tra comunisti e filo-occidentali in Vietnam, le superpotenze intervennero rispettivamente a sostegno degli uni e degli altri. Il loro intervento seguiva la “teoria del domino”: chi si sarebbe assicurato il controllo del Vietnam si sarebbe assicurato il controllo dell’intero Sud-Est asiatico.

In occasione del quarantesimo anniversario della fine della guerra, lo studioso di affari internazionali Francis P. Sempa ha ripreso su The Diplomat un libro che l’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dedicò alla guerra del Vietnam in occasione del decimo anniversario dalla sua fine. Già il titolo è significativo: No More Vietnams, Mai più Vietnam (in italiano è stato pubblicato da Reverdito).

Figura politica di primo piano e appassionato di politica estera, Nixon aveva seguito tutta l’evoluzione della politica statunitense sul Vietnam, a partire dal sostegno americano ai francesi che lottavano per difendere il loro dominio in Indocina nei primi anni Cinquanta. La guerra del Vietnam viene generalmente associata con l’azione dello stesso Nixon e del suo braccio destro per la politica estera, Henry Kissinger (che vinse pure il Nobel per il suo ruolo nei negoziati sul Vietnam). L’amministrazione Nixon, in carica dal 1969 al 1974, gestì effettivamente gli ultimi anni della guerra, anche se Nixon era già stato costretto a dimettersi quando cadde Saigon.

Nel suo libro, Nixon difese la scelta americana di intervenire militarmente nel Sud-Est asiatico, ma rifletté sugli errori commessi dagli Stati Uniti. Primo grande errore, la scelta dell’amministrazione Kennedy di appoggiare l’uccisione del presidente sudvietnamita Ngo Dinh Diem nel 1963, che contribuì a indebolire e destabilizzare il Paese. Secondo errore, l’insufficiente attenzione posta al Laos e alla Cambogia, che confinavano col Vietnam e il cui controllo fu preso dai comunisti. Dal punto di vista politico e militare, la situazione in Laos e Cambogia complicò di molto le cose per i filo-occidentali nella regione.

Secondo Nixon, l’errore più grave commesso dagli Stati Uniti in Vietnam fu un errore di interpretazione: mentre gli americani vedevano il conflitto come uno scontro tra il governo sudvietnamita e dei ribelli, in realtà lo scontro andava trattato come un conflitto regionale, in cui i nemici principali non erano i ribelli sudvietnamiti, ma il Vietnam del Nord, il Laos e la Cambogia. L’ultimo grave errore fu commesso secondo Nixon dal Congresso americano, che finì per ostacolare la messa in pratica degli accordi di pace conclusi nel 1973. Quegli accordi furono visti da Nixon come una vittoria degli Stati Uniti, ma le decisioni prese dal Congresso resero impossibile vincere politicamente la guerra.

Fonte dell’immagine: Bauman Rare Books

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