Le canzoni della Resistenza

 

Sono passati 70 anni dal 25 aprile del 1945, quando i partigiani, entrando a Milano, sancivano la definitiva caduta del fascismo in Italia. La sconfitta dei regimi nazista e fascista è uno degli aspetti fondamentali della seconda guerra mondiale. In molti paesi occupati dalle truppe tedesche, spesso controllati attraverso dei governi fantoccio, si svilupparono dei movimenti resistenziali che combatterono l’invasore. Il loro significato va al di là della semplice opposizione allo straniero: le resistenze hanno avuto un significato fondamentale perché hanno imposto un cambiamento politico che la sola vittoria militare non avrebbe garantito.

Si trattò anche di un conflitto interno al paese stesso, tra due idee di nazione, due idee di patria: una fermamente legata allo status quo, chiusa su sé stessa per difendersi da elementi esterni che ne inquinavano la purezza, eche  infatti erano stati espulsi grazie alla conquista del potere da parte del nazismo e del fascismo; la seconda invece era indissolubilmente legata alla libertà, alla giustizia e all’equità sociale, senza discriminazioni politiche o di razza.

La canzoni composte durante il conflitto – spesso reinterpretando canzoni della tradizione popolare, ma a volte anche con musiche originali – riportano questa tensione ideale. Nelle canzoni della Resistenza si canta la rabbia, a volte l’irriducibile scontro con i fascisti e i nazisti, ma la prospettiva è sempre quella della conquista di un futuro migliore. Questa differenza però non basta a spiegare la Resistenza, all’interno di questi movimenti si sommavano diverse istanze e sentimenti. Come mostra, tra gli altri, il libro di Claudio Pavone Una guerra civile, l’adesione ai movimenti resistenziali passava attraverso un tormento interiore e personale. La musica fa risaltare queste sfumature.

Il canto francese Le chant des partisans inizia con la chiamata alle armi dei cittadini per combattere contro i corvi neri che planano sulle pianure di Francia. In un passaggio molto esplicito invita a cantare perché nella notte la libertà lo avrebbe sentito, «Chantez, compagnons, dans la nuit la liberté nous écoute». E se è evidente il significato metaforico, non va sottovalutato quello letterale. Le canzoni servivano anche per dare coraggio, cantate magari in gruppo sulle montagne, lontano da tutto e braccati da un esercito spietato e meglio equipaggiato. Nel canto francese emerge la rabbia, «il sangue nero si seccherà sulle strade» recita il testo, che nasce dall’odio che le truppe nemiche suscitavano con le loro spedizioni, dalle violenze che queste fecero ai resistenti e ai cittadini.

Anche il testo di Na Juriš! (All’assalto!), canto della resistenza iugoslava, ha le stesse caratteristiche. «Vendicheremo le case bruciate, vendicheremo le nostre tombe», cantano i partigiani titini ma anche «Colpisci, picchia, spara, scaccia gli indemoniati». Ma tutto questo è fatto per un motivo chiaro, non per espellere dal corpo sano della patria gli elementi che la minacciano ma affinché «diventi un paradiso la terra, splenda per tutti il sole». Infine, «Fratello oppresso vieni con noi, conquistiamoci da soli la nostra libertà, attraverso la fame e il dolore, per una vita migliore».

In questa canzone, come anche in quella francese, forte è il contrasto tra le aspirazioni dei partigiani e la strada per conquistarle. Un contrasto che non sembra esserci nel canto più diffuso, forse il più rappresentativo, della resistenza italiana: Bella ciao. Il testo venne sovrapposto a un canto tradizionale delle mondine padane, ma vi manca la tensione, anche la rabbia, che accompagnava i partigiani. Manca una rappresentazione canora del tormento interiore che spinse molti giovani a trovare il coraggio di opporsi alla società e alla cultura fascista, le uniche fino ad allora conosciute.

Canzoni che meglio cantano la Resistenza sono Fischia il vento e Festa d’aprile. La prima è arrangiata sulla musica di un canto sovietico, Katyuša. Nel testo, composto dal poeta partigiano Felice Cascione, ucciso in combattimento dai fascisti nel gennaio del ’44, si canta con parole molto dure di uno scontro ormai irriducibile che sta avvenendo in Italia. «Scarpe rotte eppure bisogna andar», dice il famosissimo primo verso della canzone, cantando dei sacrifici che dovevano compiere i partigiani, così come la canzone iugoslava diceva «attraverso la fame e il dolore». Ma anche «dura vendetta sarà dal partigian»: non vi è più nessun compromesso possibile con i fascisti, lo scontro è definitivo e finale. Il partigiano marcia per «conquistare la rossa primavera, dove sorge il sol dell’avvenir». In questo caso chiara è la connotazione politica, sottolineata ben due volte nel giro di poche parole: rossa primavera e sol dell’avvenire, una classica metafora socialista.

Festa d’aprile invece è stata composta nel 1948 elaborando gli stornelli inviati dai partigiani a Radio Libertà. La cifra stilistica è l’ironia: «Quando un repubblichino omaggia un germano alza il braccio destro nel saluto romano, quando invece incontra noi altri partigiani per rispetto alza entrambe le mani». Il fatto di essere composta dopo la fine della guerra, e quindi a vittoria ottenuta, rende possibile l’uso di questo tono. Ma sotto il tono quasi scherzoso del testo si possono percepire le tensioni di cui abbiamo parlato. «Nera, camicia nera, che noi t’abbiam lavata, non sei di marca buona ti sei ritirata, si sa la moda cambia quasi ogni mese, per il fascista oggi, si addice il borghese»: i partigiani avevano fatto ritirare i fascisti e li avevano spinti a nascondersi, togliersi le loro divise e nascondersi sotto abiti borghesi.

Ma la canzone che meglio racconta la resistenza italiana è Siamo i ribelli della montagna, conosciuta anche come Dalle belle città, come recita il primo verso. Venne composta dai partigiani della terza brigata d’assalto, la Garibaldi Cichero che operava sull’appennino ligure-piemontese, e in particolare da Emilio Casalini detto Cini per il testo e da Andrea Rossi detto Lanfranco per la musica. I partigiani cantano delle montagne che hanno raggiunto dopo aver dovuto abbandonare le città. «Dalle belle città date al nemico, fuggimmo un dì su per le aride montagne, cercando libertà tra rupe e rupe contro la schiavitù del suol tradito»: la schiavitù del suol tradito è l’adesione alla Repubblica sociale italiana, che tradiva l’Italia e schiavizzava gli italiani. «Lasciammo case scuole ed officine» racconta chi erano i partigiani, italiani di ogni età e professione.

«Di giustizia è la nostra disciplina, libertà è l’idea che ci avvicina, rosso sangue è il color della bandiera»: la scelta di andare sui monti a combattere il fascismo è una scelta di libertà prima di tutto personale, che li accomuna, e che fa di loro «ardente schiera». È anche però una scelta piena di sacrifici, dura, che mette alle prese con un nemico che non fa sconti – in questo caso il rosso della bandiera non è solo un simbolo politico, ma anche un richiamo al sangue versato. Allo stesso modo, «Sulle strade dal nemico assediate, lasciammo talvolta le carni straziate, sentimmo l’ardor per la grande riscossa, sentimmo l’amor per patria nostra»: se le carni straziate rappresentano le torture, le morti dei partigiani, l’amore è per una patria che veniva violentata dalla Repubblica sociale, una patria che non era fatta di onore e gloria ma di giustizia e libertà. Infine il ritornello, «Siamo i ribelli della montagna, viviam di stenti e di patimenti, ma quella fede che ci accompagna sarà la legge dell’avvenir». La fede che accompagnava i partigiani avrebbe formato la futura patria, da quella fede sarebbe nata la Costituzione, su questa fede si sarebbe tentato di modellare l’Italia.

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