I 60 anni della conferenza di Bandung

Sono passati 60 anni dalla prima conferenza di Bandung che nella primavera del 1955 riunì, nella città indonesiana, delegati da 29 paesi dell’Africa e dell’Asia. Quest’anno 109 delegati da paesi africani e asiatici si sono ritrovati nella stessa città, non solo per celebrare l’anniversario ma per continuare una collaborazione che dura da allora.

Micheal R. Anderson, professore alla University of Texas, racconta che cosa abbia significato quella storica conferenza e che cosa significhi oggi la collaborazione tra i paesi non occidentali. Nella conferenza di quest’anno i delegati si sono incontrati con una chiara agenda: potenziamento della cooperazione Sud-Sud per promuovere un mondo di pace e prosperità. Hanno anche rinnovato l’impegno, preso nel 50° anniversario della prima conferenza, per una nuova partnership strategica afro-asiatica.

Anderson spiega come la Conferenza del 1955 non fu il primo incontro di rappresentanti afro-asiatici per discutere di affari internazionali. Nei primi anni del Novecento era stato fondato l’Istituto per le Relazioni del Pacifico (Institute of Pacific Relations), dove intellettuali occidentali e asiatici, che prima avevano collaborato attraverso reti non ufficiali e transoceaniche, si incontravano con lo scopo di incoraggiare prospettive regionali piuttosto che nazionali.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di collaborazione tra i paesi asiatici riprese al di fuori dal controllo occidentale. Nel 1947 il Concilio indiano per gli affari internazionali, controllato dal partito del Congresso, organizzò a Delhi una Conferenza sulle relazioni asiatiche – un predecessore poco conosciuto ma molto importante della Conferenza di Bandung. Successivamente, durante l’ultimo sanguinoso mese dell’occupazione olandese dell’Indonesia, le potenze regionali si confrontarono su come intervenire nella crisi. Dopodiché il crollo dell’impero francese in Indocina spinse i leader asiatici a incontrarsi ancora una volta. A Colombo, capitale dell’allora Ceylon, si incontrarono nel 1954 i rappresentanti dei governi di India, Pakistan, Birmania, Indonesia e Ceylon. Molti furono i punti di disaccordo tra questi paesi, ma su uno, proposto dal presidente indonesiano Sukarno, concordarono tutti: aumentare il numero dei partecipanti e coinvolgere i paesi africani.

Sukarno inaugura la Conferenza di Bandung
Sukarno inaugura la Conferenza di Bandung

Alla metà di aprile del 1955, i delegati di 29 paesi africani e asiatici – molti dei quali avevano appena raggiunto l’indipendenza – si incontrarono per quella che è stata la più famosa conferenza dei paesi non occidentali della storia. Aprendo i lavori, il presidente Sukarno cercò di tranquillizzare gli occidentali riguardo alla possibilità della formazione di un blocco politico afro-asiatico. Sukarno definì la conferenza come l’espressione di un sincero spirito internazionalista, piuttosto che come il prodotto di semplici obiettivi razziali o regionali:

“[Questa conferenza] non è un club esclusivo […] non un blocco che cerca di opporsi agli altri blocchi. È il corpo di illuminate e tolleranti opinioni che cercano di spiegare al mondo che tutti gli uomini e tutti i paesi hanno il diritto di avere il proprio posto al sole – di spiegare al mondo che è possibile vivere insieme, confrontarsi, parlarsi senza perdere la propria identità individuale; e che vuole contribuire alla comprensione generale dei problemi e delle preoccupazioni comuni, e sviluppare una vera conscienza dell’interdipendenza degli uomini e delle nazioni per il loro benessere e la sopravvivenza sulla terra”

La conferenza definì il colonialismo «in tutte le sue manifestazioni, un male che dovrebbe essere velocemente curato» – una dichiarazione ampia abbastanza da condannare sia il colonialismo occidentale che il controllo sovietico sui paesi dell’Est Europa. Altri elementi del comunicato finale della conferenza includono impegni per la cooperazione economica e culturale, sostegni ai diritti fondamentali, all’autodeterminazione dei popoli e alla promozione della pace nel mondo e della cooperazione – principi che cercano di stabilire una base comune nelle relazioni internazionali piuttosto che infiammare vecchie animosità.

I politici occidentali, racconta Anderson, inizialmente si preoccuparono per questa collaborazione. John Foster Dulles, nel 1955 segretario di Stato staunitense, era preoccupato dalla possibile nascita di un blocco afro-asiatico che cercasse di avere un ruolo sulla scena internazionale. Ma questa non era l’intenzione dei paesi asiatici. Nicholas Mansergh partecipò alla conferenza di Delhi del 1947, mentre George Kahin a quella di Bandung del 1955. Il primo, rappresentante del Royal Institute of International Affairs, notò come non ci fosse astio verso il Regno Unito come potenza coloniale. Tuttavia, il destino del suo impero era segnato: seppur con cautela, il Regno Unito avrebbe dovuto considerare la collaborazione tra i paesi asiatici come uno sviluppo positivo nelle relazioni internazionali. Il secondo, direttore associato del programma per il Sud-Est asiatico alla Cornell University, osservò che l’affermazione dei popoli asiatici e africani significava che essi avrebbero avuto una maggiore determinazione, non minore, nell’impegnarsi con l’Occidente per la risoluzione dei problemi internazionali.

Cosa videro Nicholas Mansergh a Nuova Delhi nel 1947 e George Kahin a Bandung nel 1955 che John Forster Dulles non vide? Come osservatori occidentali in conferenze che minimizzavano la presenza di delegati occidentali, Mansergh e Kahin entrarono in un mondo nel quale l’Occidente non agiva da arbitro e non riceveva l’attenzione centrale dei participanti. L’attenzione dei delegati era incentrata su uno dei maggiori eventi del Novecento: la transizione di milioni di persone dal colonialismo all’indipendenza. Riconobbero che le popolazioni di Africa e Asia avevano delle priorità diverse da quelle occidentali. Fondamentalmente, compresero che la cooperazione tra i paesi in in via di sviluppo non era soltanto una questione regionale, ma avrebbe determinato il destino di tutto il mondo.

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