La seconda guerra mondiale in Europa non finì l’8 maggio 1945

Si celebra in questi giorni il settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in Europa. La data è quella dell’8 maggio, il giorno in cui la Germania firmò la resa incondizionata agli Alleati. Tuttavia, non è che dal 9 maggio in poi l’Europa si ritrovò in una situazione di pace: gli strascichi violenti della guerra proseguirono anche nei mesi e negli anni successivi, un po’ in tutta Europa.

La storia del periodo immediatamente successivo alla conclusione officiale della guerra in Europa è stata molto trascurata fino a pochi anni fa. È una storia poco edificante, che stride con le narrazioni dominanti e con le mitologie costruite dagli stati democratici emersi dopo la guerra. Il primo grande studio della storia d’Europa tra il 1944 e il 1949 è stato pubblicato in italiano nel 2013: scritto da Keith Lowe, si intitola Il continente selvaggio (Laterza).

Sono tre i grandi fenomeni messi in luce da Lowe: la vendetta, la pulizia etnica, e la guerra civile. La vendetta colpisce gli sconfitti: i nazisti, i tedeschi, i fascisti, i collaborazionisti. Si tende a identificare nazisti e tedeschi, e dunque a colpire i tedeschi in quanto tali, indipendentemente dal loro ruolo e dalle loro convinzioni politiche. Si tende innanzitutto a colpire le donne tedesche, vittime di stupri di massa da parte delle truppe di occupazione. L’uso dello stupro come mezzo di umiliazione e vendetta fu in realtà diffuso un po’ ovunque in Europa, tanto che Lowe sostiene che nelle fasi finali del conflitto «si verificarono più stupri che durante ogni altra guerra della storia».

Altre storie di vendetta sono quelle degli ebrei che vogliono colpire la popolazione tedesca. Ci sono dei gruppi di ebrei che organizzano avvelenamenti di massa – progettano anche un’operazione, non riuscita, per avvelenare gli acquedotti di cinque città della Germania. I prigionieri di guerra tedeschi sono ridotti in condizioni simili a quelle in cui erano stati tenuti gli ebrei nei campi di concentramento. In molti casi i prigionieri sono tenuti a gruppi di decine di migliaia in alcuni grandi prati recintati, senza nessun tipo di riparo o servizio: in campi come quello di Bad Kreuznach c’era un solo rubinetto d’acqua per tutti i 56.000 uomini reclusi. Molti tedeschi fatti prigionieri dai sovietici sono deportati nei gulag, e vi rimangono fino al 1950, in alcuni casi addirittura fino al 1957.

La pulizia etnica riguarda soprattutto l’Europa centro-orientale, dove ancora prima della guerra convivevano molte etnie differenti. Avvengono enormi spostamenti di popolazioni, a partire dalla fuga o dall’espulsione degli ebrei sopravvissuti. I cambiamenti di confine tra la Germania, la Polonia e l’Ucraina (in tutti e tre i casi, i confini traslano verso occidente) comportano lo spostamento di milioni di persone, spesso accompagnati da violenze e soprusi. I polacchi vengono espulsi dall’Ucraina, e soprattutto i tedeschi vengono espulsi con grande violenza dalle regioni che sono entrate a far parte della Polonia.

La guerra civile si manifesta in tre contesti diversi. Uno è quello dei paesi occidentali come l’Italia o la Francia, dove vengono uccisi decine di migliaia di fascisti e collaborazionisti. Stando a Lowe, «la violenza del dopoguerra nell’Italia del Nord fu molto peggiore che nel resto dell’Europa occidentale», fece tra le 12.000 e le 20.000 vittime. Un altro contesto di guerra civile è quello della Grecia, dove scoppia un vero e proprio conflitto su larga scala.

Lowe parla poi della guerra che scoppia nell’Europa orientale contro l’affermazione dell’egemonia sovietica su quelle regioni. In Polonia, in Ucraina e nei paesi baltici si forma un massiccio movimento di resistenza armata contro i sovietici, la cui storia è rimasta ampiamente sconosciuta in Europa occidentale. Per più di dieci anni, centinaia di migliaia di partigiani nazionalisti lottano contro i sovietici, con decine di migliaia di vittime da entrambe le parti. Il conflitto contro i sovietici fu particolarmente duro nell’Ucraina occidentale.

Oltre a queste storie di vendetta e di violenza, ci sono poi innumerevoli storie di miseria e distruzione. I tedeschi che sono rimasti senza casa a causa della distruzione delle loro città sono fra i 18 e i 20 milioni. Tantissimi bambini hanno perso i genitori, anche in Italia: a Milano, Roma e Napoli nel 1946 ci sono ancora 180.000 bambini vagabondi. La fame è una realtà diffusa, tanto che c’è chi mangia i cani o l’erba – a Napoli vengono rubati pure tutti i pesci tropicali dell’acquario cittadino.

Secondo Lowe, la ragione per cui la conclusione ufficiale della guerra mondiale fu seguita da tanta violenza in tutta Europa era che «la seconda guerra mondiale […] non fu solo un conflitto tradizionale per il territorio: fu simultaneamente una guerra per la razza, e una guerra fra ideologie, e si intrecciò con una mezza dozzina di guerre civili combattute per ragioni puramente locali. Poiché i tedeschi erano solo un ingrediente di questo ampio fascio di conflitti diversi, è chiaro che la loro sconfitta non poteva portare alla fine della violenza».

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