Il riflusso degli anni ’80 nella musica italiana

Il “riflusso” è un concetto un po’ vago con cui si tenta di spiegare la scelta dei giovani degli anni Ottanta di disinteressarsi delle tematiche sociali e politiche. Solitamente questa scelta viene motivata con il rifiuto delle asprezze politiche degli anni precedenti, degli scontri di piazza e delle violenze. Al contrario, la musica ci rivela che questo sentimento nasce da qualcosa di più profondo, e che dietro l’edonismo e la voglia di divertimento di quegli anni c’è un sentimento non del tutto sereno.

Nel 1981 Vasco Rossi, uno dei cantanti simbolo di quegli anni, pubblica Siamo solo noi. Nel brano, uno dei suoi primi successi e tra i suoi migliori, Rossi racconta i sentimenti di molti giovani di quegli anni. Sono persone che non hanno più rispetto per niente, «Siamo quelli che vi fregano sempre, quelli che non vi stanno neanche più ad ascoltare». La canzone è quasi un manifesto di quella generazione: «Quelli che non hanno più rispetto per niente, che non credono più a niente, che tra demonio e santità è lo stesso, che non han voglia di far niente e rubano sempre, generazione di sconvolti senza più santi né eroi». Stanchi di un mondo spaventato, i giovani vogliono viverne uno senza un domani. Le scelte musicali urtano con l’idea di edonismo di quegli anni. I suoni sono duri e la ribellione si percepisce anche nella musica e nella scelta canora. La musica e il cantato partono lentamente per poi accelerare, fino a giungere alle chitarre distorte, in un tipo di rock che è peculiare proprio di Vasco Rossi.

L’anno precedente Vasco Rossi aveva pubblicato Colpa d’Alfredo, ricevendo più censure che apprezzamenti. Dopo gli anni Settanta, in cui quasi ogni aspetto e scelta venivano collettivizzati, ora è come se la ribellione passasse attraverso il mettere l'”Io” prima del “Noi”. La canzone è una piccola esplosione di rabbia per essere stato rifiutato da una donna. E questa rabbia giustifica qualunque tipo di insulto: «Se ne è andata a casa con il negro la troia, mano nella mano con quell’africano che non parla manco l’italiano». Solo pochi anni prima questi versi sarebbero stati bollati come sessisti e razzisti. La scelta di usare questi termini molto aggressivi dimostra che la propria rabbia giustificava l’utilizzo di qualunque parola. Vasco canta sentimenti comuni, ma che fino a quel momento erano stati repressi. Ma appunto ora l'”Io” diventa più importante del “Noi”, e il proprio momento di ira non diventa più qualcosa da nascondere, ma viene rivendicato.

Causa del rifiuto è Alfredo: «Ho perso un’altra occasione buona stasera, è andata a casa con il negro la troia, colpa d’Alfredo che con i suoi discorsi seri e inopportuni mi fa sciupare tutte le occasioni, io prima o poi lo uccido». Uccidere chi fa discorsi seri è un attacco frontale agli anni precedenti, quelli dell’impegno. I «discorsi seri» fanno solo perdere occasioni con una donna. Dopo che per anni darsi un tono da intellettuale era stato un modo per essere apprezzati, ora questo ti porta a essere rifiutato. Musicalmente la canzone è significativa perché manca di una struttura tradizionale, non ha un vero e proprio ritornello e dopo una sorta di intro iniziale di chitarra e voce, in quella che si può considerare una strofa si sentono i suoni elettronici midi che grande importanza avranno negli anni Ottanta. Questi suoni accompagnano la voce nel suo ritmo, quasi rap per certi versi, per poi ripartire con la chitarra elettrica con un riff, una specie di ritornello, dove la voce non dice nulla ma accompagna la musica, quasi a ribaltare la scelta della strofa.

La voglia di impegno va sparendo, alimentata anche da un benessere che si diffonde, grazie a una nuova ripresa economica basata sulla finanza e sul terziario . Sono gli anni della “Milano da bere”, dei brokers e degli yuppies, dei ragazzi rampanti. Questo sentimento di apparente spensieratezza non riguarda solo l’Italia. Negli Stati Uniti Fight for Your Right (to party) del gruppo rap newyorchese Beastie Boys, nata come parodia delle canzoni rock festaiole e del glam metal, diventa un vero inno di molti giovani che vogliono fare festa, nonostante la canzone fosse stata scritta con altre intenzioni.

Tutti i giovani dei primi anni Ottanta sembrano accomunati dal concetto di “No future”. Lo canta il punk, persino nella sua versione già quasi pop di God Save the Queen dei Sex Pistols, lo cantano cantanti italiani come Vasco Rossi e Ivan Graziani. Ma questa sensazione di non avere un futuro sembra spuntare anche in brani perfettamente pop, come Terra Promessa di Eros Ramazzotti. Pubblicata nel 1984 e presentata a Sanremo, nonostante l’uso di suoni elettronici è una canzone perfettamente in linea con la tradizione. Vuole essere una canzone che racconta la realtà dei giovani degli anni Ottanta, verrebbe da dire quasi una canzone impegnata.

I ragazzi di allora volevano «essere amici di tutti», mentre invece prima i giovani non lo volevano, si scontravano e lottavano tra loro. Successivamente l’immagine cambia, i ragazzi diventano anime in pena che girano per le città , stanno nei cinema vuoti, nelle piazze e «il domani ci fa un po’ paura». E poi il ritornello: «Finché qualcosa cambierà, finché qualcuno ci darà un terra promessa, un mondo diverso dove crescere i nostri pensieri. Noi non ci fermeremo, non ci stancheremo di cercare il nostro cammino». La differenza con le rivendicazioni degli anni precedenti è molto chiara. C’è qualcuno che dovrà concedere una terra promessa, non saranno i giovani a conquistarla. I giovani rimarranno tali fino a che qualcosa cambierà, ma non hanno idea di che cosa sarà. Cercano una strada che non vedono e che non sanno dove cercare. Intanto vi è solo attesa, snervante, riempita con l’eroina o con l’iperconsumismo.

Queste canzoni ci rimandano un senso di smarrimento, di impossibilità di conquista, uno sguardo verso la società diffidente e rabbioso ma allo stesso tempo quasi questuante. Ci parlano della percezione dell’inutilità delle rivendicazioni, insegnata dalle sconfitte delle generazioni precedenti e imposta dalla ventata di reazione che si vive in quegli anni in tutto il mondo occidentale. È dalla somma di tutte queste sensazioni che nasce il disimpegno.

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