La musica in Jugoslavia prima e dopo la guerra

Solo pochi anni prima del collasso violento della Repubblica socialista federale di Jugoslavia sembra che non ci siano quei nazionalismi che ne causeranno la dissoluzione. La musica jugoslava degli anni ’80 ci riporta in un mondo fatto di commistione, originalità e sperimentazione, mentre negli anni ’90 si impone una musica molto più tradizionale. La musica può essere una fonte interessante per indagare la nascita del conflitto nell’ex Jugoslavia, perché permette di analizzare anche i pensieri e i sentimenti di chi quella guerra la combatté o la subì direttamente.

Nei primi anni ’80, raccogliendo l’eredità di gruppi come i Pankriti e i Paraf, nascono gruppi che fondano la New Wave jugoslava. Tra i più famosi e rappresentativi ci sono gli Idoli, un gruppo molto eclettico che ha influenze ska, punk e reggae. La posizione geografica e politica della Federazione permetteva un accesso alla produzione musicale occidentale, a gruppi come The Clash o i Sex Pistols ma anche alla disco anni ’70. Molte di queste band sono invece caratterizzate da un allontanamento dalla cultura tradizionale.

Maljčiki (Giovani) segna una presa di distanza dalla tradizionale propaganda socialista e dalla sua rappresentazione dei giovani. L’immaginario tradizionale, considerato ormai sorpassato, viene preso in giro dagli Idoli. Così come accadeva in Occidente, c’è voglia di disimpegno e di divertimento. In Jugoslavia però è un disimpegno quasi impegnato: la critica ai valori tradizionali è molto più chiara rispetto al malessere più generico di cui cantavano ad esempio Vasco Rossi o Eros Ramazzotti. L’intero secondo disco degli Idoli Odbrana i poslednji dani (La difesa e gli ultimi giorni) è un concept album ispirato al libro omonimo di Borislav Pekic, e tratta temi anche controversi come il rapporto con il maresciallo Tito; un altro brano precedente parlava invece di omosessualità.

Un altro gruppo importante erano i Šarlo Akrobata, dal nome jugoslavo di Charlie Chaplin. La loro musica era estremamente originale, fatta di commistioni e di integrazione. Molti suoni arrivano dall’estero e in particolare dall’Inghilterra, ma sono rielaborati con originalità, dimostrando come in quegli anni le giovani generazioni jugoslave fossero in conflitto con la tradizione. Gli Šarlo Akrobata si sciolsero dopo un solo album, ma dalle loro ceneri naquero altri due gruppi importanti nel panorama musicale jugoslavo, gli Ekaterina Velica e i Disciplina Kithcme. Questi ultimi alla metà degli anni ’90 riuscirono a ottenere

Rambo Amadeus è un rapper molto eclettico. Nella sua canzone Balkan Boj, che ricorda i brani dei Beastie Boys, vengono ripresi, ma in tono quasi derisorio, i temi e i suoni della tradizione. Questi artisti, ai quali si possono aggiungere tra gli altri Oliver Mandic, gli Azra e Divlje Jagode, mostrano come la scena nelle città jugoslave fosse molto frizzante e sperimentale, non avesse paura di giocare con tabù. Questo avveniva nelle città come Belgrado e Zagabria, dove si concentravano il maggior numero di matrimoni interetnici e dove la convivenza era più sperimentata e più stabile. Lontano dai centri più grandi si incontrava invece una società più chiusa e tradizionalista.

Se negli anni ’80 la scena musicale jugoslava è così frizzante, nei primi anni ’90 sono brani folk, violenti e estremamente tradizionalisti a fare successo. Spariscono le innovazioni e si lascia ad esempio spazio al suono di Marko Thompson Perkovic, che prende il suo nome dal fucile che usava da volontario dell’esercito croato. Čavoglave, nome del paese natale di Perkovic, è anche il titolo del suo brano che divenne l’inno dell’esercito croato. È una canzone violenta, dura. Musicalmente banale e monotona, pare voler rassicurare i propri ascoltatori, non sorprenderli. La canzone venne trasmessa ininterrottamente dalle radio croate durante la guerra, ed è molto significativo che ancora oggi Perkovic sia uno dei più famosi cantanti croati.

La musica di Perkovic è stata definita “Dinaric Rock”, una commistione tra il rock e la musica tradizionale delle alpi dinariche. Questa musica rappresenta il concetto, artefatto e posticcio, di tradizione espresso dal nazionalismo croato, così come da quello serbo o bosniaco. Il video di Čavoglave mostra Perkovic e i suoi commilitoni armati e in mimetica, delle chiese, il protagonista con un crocifisso bene in evidenza e che cita Sant’Elia, che impedirebbe ai serbi di entrare non solo nel villaggio, ma in tutta la Croazia.

Il contraltare serbo di Perkovic è Mirko Pajcin. Nato a trentuno chilometri da Čavoglave nel 1966, Pajcin – come Perkovic – divenne un cantante famoso solo con l’arrivo della guerra. Radicati nel loro territorio, lontani dalle città, cantano della guerra e dell’odio. Pajcin incise ben dieci album tra il 1991 e il 1995. I suoi brani richiamano i suoni tradizionali in maniera statica, mentre nei video sono mostrate scene di guerra e violenza. In Ne Volim te Alija, uno dei suoi più grandi successi, Pajcin canta «Non ti voglio Aljia perché sei un bosgnacco, hai distrutto un sogno di pace spero la Drina si prenda migliaia di Mujaeddeen ogni giorno».

Spiegare come sia possibile passare nel giro di pochi anni da uno stile eclettico e innovatore a dei tradizionalismi banali e sterili potrebbe aiutare a spiegare perché scoppiò il conflitto. Paolo Rumiz nel suo Maschere per un massacro sostiene che il conflitto nella ex Jugoslavia sia stato solo apparentemente etnico, e sia stato in realtà un conflitto tra città e campagna, tra una società aperta e includente e una chiusa e escludente. La musica sembra sostenere questa intuizione: le band della New Wave vengono dalle grandi città e non hanno nessun bisogno di sottolineare le proprie origini, mentre i cantanti folk cercano per forza l’immedesimazione etnica dei fan. Tradizionalismo e nazionalismo erano presenti in Jugoslavia e ben radicati nella provincia. Il loro richiamo divenne particolarmente forte con la crisi del sistema politico: politici e intellettuali nazionalisti li cavalcarono, contribuendo a creare le condizioni per lo scoppio della guerra.

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