Gli altri paesi che hanno dichiarato default

In questi giorni si discute della possibilità che la Grecia si dichiari incapace di pagare i propri debiti, e vada quindi in bancarotta. Nella storia moderna e contemporanea, i casi di default si sono susseguiti con una certa frequenza.  Se li si guarda, si vede che le ragioni delle crisi del debito sovrano sono state molto diverse tra loro. Si vede anche che i casi di default non hanno riguardato solo paesi poveri e deboli, ma anche paesi ricchi e potenti. In particolare, il maggior numero di paesi che hanno dichiarato bancarotta si trova nell’America latina.

Quello che viene considerato il primo default della storia moderna è quello della Spagna della seconda metà del Cinquecento. Re era Filippo II, che aveva ereditato da Carlo V una situazione finanziaria estremamente complessa. Il paese era esposto verso le maggiori banche europee per cifre ingenti, e il bilancio statale era in passivo. La vastità dell’impero comportava grosse spese militari, ma le entrate fiscali non erano sufficienti per coprirle. Era il parlamento a decidere sulla tassazione, ma siccome si rifiutava di aumentare la pressione fiscale, durante il regno di Filippo II la Spagna dovette dichiarare fallimento per ben tre volte.

La Spagna non poteva essere lasciata fallire: era la superpotenza del Cinquecento, e controllava un’ampia parte d’Europa e i commerci col Nuovo Mondo. In cambio del loro sostegno, le banche aumentarono i tassi di interesse per i prestiti successivi alla Spagna e chiesero delle garanzie, legate alle estrazioni di argento e alle entrate fiscali dei Paesi Bassi. Ma il terzo fallimento della Spagna, nel 1596, si rivelò fatale per i banchieri – in particolare per i banchieri tedeschi Fugger, che avevano finanziato anche la Spagna di Carlo V. Non essendo più in grado di prestare denaro, furono costretti a ritirarsi dal settore finanziario.

La crisi del debito che ha avuto il maggiore impatto sulla storia è probabilmente quella della Francia del 1770. La Francia era stata la superpotenza europea a cavallo tra Seicento e Settecento, ma la sua partecipazione alla guerra dei sette anni (1756-63) colpì molto duramente le sue finanze. Dopo il fallimento sarebbero state necessarie delle riforme, in particolare in campo fiscale, ma mancavano le condizioni istituzionali e politiche per farle. La paura di un secondo fallimento – che poi avverrà nel 1788 – spinse il re a convocare gli Stati Generali, dando il via a quella successione di eventi che portò allo scoppio della rivoluzione.

Passando al Novecento, abbiamo già parlato della situazione tedesca legata ai debiti di guerra nella prima metà del secolo. Anche nel 1932 la Germania dovette dichiarare default, a causa dell’interruzione dei flussi finanziari dagli Stati Uniti provocata dalla crisi del ’29. Le conseguenze per il paese furono gravi, sia in termini di povertà che di disoccupazione. Anche questo fallimento, come quello della Francia del 1770, ebbe un impatto storico significativo: fu Adolf Hitler nel 1933 a intervenire drasticamente, rifiutandosi di pagare le rate dei debiti rimasti.

I paesi costretti a dichiarare fallimento nel Novecento sono stati molti. Dagli anni Ottanta però sono cambiate le caratteristiche dei fallimenti, a causa della crescente finanziarizzazione dell’economia: in quel periodo si inverte la percentuale di fallimenti dovuti all’indebitamento presso banche private rispetto a quelli dovuti all’indebitamento in valuta estera.

Nel 1982 il Messico non riuscì più a pagare i propri debiti verso le banche statunitensi e giapponesi, facendo scoppiare una crisi più generale in tutta l’America latina, che si era indebitata parecchio nel decennio precedente. Fu il Fondo Monetario Internazionale a intervenire per trovare una composizione. Vennero imposte delle misure simili a quelle imposte oggi alla Grecia, con pesanti tagli alla spesa pubblica e allo stato sociale. Ma queste misure crearono una grave crisi sociale in tutti i paesi, che fecero aumentare l’antagonismo contro le politiche liberiste, al FMI e agli Stati Uniti. Negli anni Novanta ci fu una seconda crisi messicana: il peso venne improvvisamente svalutato del 15 percento rispetto al dollaro, facendo fuggire gli investitori stranieri.

Il grande fallimento di fine Novecento fu quello della Russia del 1998. L’economia era ancora fragile dopo la caduta del sistema sovietico, e nel 1998 il rublo dovette essere svalutato quasi del 50 percento, passando da 6 rubli a 9,5 rubli per un dollaro; questa mossa prosciugò le riserve di valuta straniera del paese. La crisi russa ebbe ricadute pesanti sui paesi vicini e mise in luce i rischi di contagio finanziario internazionale. L’enorme hedge fund Long Term Capital Management ne uscì quasi annientato, e furono così percepiti con inedita chiarezza i rischi della globalizzazione finanziaria.

Il default dell’Argentina del 2000-01 fu molto eclatante perché fu il più grande default della storia fino ad allora. Dopo anni di iperinflazione, in regime di doppia moneta, l’economia argentina non resse più alla combinazione di grandi prestiti esteri e di un regime interno corrotto e inefficiente. Vennero interrotti i pagamenti di 82 miliardi di dollari di titoli di stato, e le conseguenze sulla popolazione furono gravi.

Infine, nel 2008 l’Islanda ha dovuto dichiarare default. In seguito alla crisi dei mutui subprime, tre delle più grandi banche del paese dichiararono fallimento. Il governo si dimise, ma non si andò ad elezioni immediate: venne trovata una nuova alleanza in parlamento con partiti fino ad allora all’opposizione. Venne deciso di riscrivere la costituzione, e lo si fece con molti contributi diretti dei cittadini. Le misure adottate per uscire dalla crisi finanziaria furono misure di austerità, alleviate dalla possibilità di svalutare la valuta islandese: il salario medio venne colpito, ma i prodotti islandesi furono resi più competitivi sul mercato internazionale.

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