Le altre volte che abbiamo (quasi) fatto la fine della Grecia

Se si prova a scrivere su un motore di ricerca «fare la fine della Grecia» escono migliaia di articoli nei quali si ammonisce l’Italia a fare le riforme necessarie per evitare di ritrovarsi nella situazione greca. Non è la prima volta, nella storia d’Italia, in cui viene usato questo spauracchio.

La prima volta fu nella seconda metà degli anni Quaranta. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia si avviò alla democrazia con il referendum istituzionale e le elezioni dell’Assemblea costituente del 1946. Il Partito Comunista aveva sostenuto un grande sforzo durante la Resistenza ed era molto forte. Una parte della sua base cullava il sogno di completare l’azione resistenziale trasformandola in azione rivoluzionaria. A questa posizione si opponevano però i dirigenti del partito, che avevano adottato la linea della “democrazia progressiva”: la conquista dei diritti e la nazionalizzazione di alcune industrie sarebbe dovuta avvenire all’interno del sistema democratico liberale.

Non fu facile fare accettare questa linea alla base del partito. Le difficoltà economiche creavano grandi tensioni sociali, e l’estromissione delle sinistre dal governo sembrava spingere nella direzione di un nuovo governo autoritario. Per convincere quella parte del partito che sperava di «fare come in Russia» – e che in alcuni casi deteneva ancora le armi delle brigate partigiane – si spiegò che l’Italia era inserita in un gioco internazionale. Iosif Stalin aveva preso accordi strategici con i paesi occidentali, ma non si stava rinunciando a un futuro di equità sociale. Un’azione rivoluzionaria avrebbe condotto l’Italia a «fare la fine della Grecia».

Anche in Grecia durante la guerra c’era stato un importante movimento di resistenza antinazista. Tuttavia, il movimento non aveva avuto un coordinamento unitario, e i vari gruppi che vi partecipavano erano in concorrenza e talvolta in conflitto tra loro. Dopo la fine dell’occupazione nazista il Partito Comunista (KKE) e gli altri partiti di sinistra decisero di boicottare le elezioni e di non riconoscere il referendum che aveva confermato la monarchia. Scoppiò una guerra civile, ma grazie al sostegno degli Stati Uniti al governo e al mancato appoggio dell’Unione Sovietica al KKE, i comunisti furono sconfitti e nel 1949 vennero messi fuorilegge.

In una seconda occasione l’Italia, la sinistra  in particolare, ebbe paura di «fare la fine della Grecia». Nel 1967 ad Atene venne instaurata la “dittatura dei colonnelli”, e il colpo di stato fascista colpì molto l’opinione pubblica italiana. La destra più reazionaria scese in piazza urlando «Ankara, Atene, domani Roma viene», auspicando l’avvento di una dittatura e suscitando echi in parlamento e su giornali come Il Borghese. La sinistra invece iniziò a temere il pericolo di una svolta reazionaria anche in Italia: vi furono le rivelazioni sul Piano Solo, e molti erano convinti che la NATO e gli USA avessero in qualche modo sostenuto il colpo di stato in Grecia. Quando, il 12 dicembre 1969, esplose la bomba a Milano in Piazza Fontana, quel pericolo venne percepito come una minaccia sempre più concreta e reale. «Fare la fine della Grecia» avrebbe significato ritrovarsi schiacciati da una dittatura di stampo fascista, con i comunisti cacciati e ricercati.

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