La musica e l’evoluzione dell’immagine della donna

 

Ancora durante gli anni Cinquanta e Sessanta l’immagine della donna tradizionale e accettata è quella di moglie o madre. Le canzoni dei primi festival di San Remo, come visto qui, rimandano a una cultura ancora bloccata e impaludata. La donna poteva scegliere di essere moglie e madre, cantare di amori incorporei, virginali oppure poteva essere il pericolo numero uno per l’uomo, il serpente tentatore che lo avrebbe deviato dalla retta via.

 

Nel 1964 Gigliola Cinquetti vince il festival di San Remo con Non ho l’età, ma sotto traccia qualcosa sta iniziando a muoversi. I fermenti culturali e giovanili di quegli anni riguardano, per forza di cose, anche le donne. Del 1963 è Cuore di Rita Pavone, nella quale la cantante dice al proprio cuore che sono solo i primi tormenti che prova per amore. Dalla metà degli anni ’60 le giovani donne iniziano a vivere una vita diversa da quella tradizionalmente loro imposta. Non più angeli del focolare, ma persone che vogliono fare esperienze, non più candide madri e mogli in attesa ma ribelli, con i pantaloni e che cantano il rock ‘n’ roll.

Più di te di Mina, testo di Antonietta de Simone e cover del brano statunitense I won’t tell di Tracey Dey, fa un passo in più rispetto alla precedente voglia di ribellione. Parla direttamente con un uomo a cui dice che lui non è abbastanza per lei. Una forma di protesta e rivendicazione che mostra come si stesse producendo un salto nelle riflessioni delle donne. Anche in ambiti in cui le donne avevano già garantita una teorica parità, sancita anche dalla Costituzione, o all’interno del movimento studentesco e in partiti come quello comunista e socialista, le donne scoprono che la parità è tutt’altro che reale. Nelle assemblee devono scontrarsi con il fatto che le loro idee sono considerate in base al loro sesso, dentro i luoghi di produzione della cultura scoprono che comunque loro essendo donne non possono ambire ai ruoli dei maschi. Questa scoperta portò le donne nei primi anni Settanta a iniziare una separazione, una frattura forte ma necessaria per ridefinirsi, per capire quanta di questa inferiorità fosse stata introiettata dalle stesse donne.

Canzoni come Padre Davvero di Mia Martini del 1971, raccontano delle riflessioni che in quegli anni si facevano nei circoli femminili, durante le sedute di autocoscienza, ovvero in momenti in cui le donne si ritrovavano e confrontavano le proprie esperienze e i propri pensieri. Da questi circoli e dal lavoro di molte donne viene problematizzato il ruolo della donna e dell’uomo nella società, la necessità non solo di una parità ideale ma più concreta, un’uguaglianza tra diversi. Nascono consultori e centri anti-violenza, le lotte per l’aborto legale e per il divorzio che solo successivamente verranno fatte proprie da movimenti e partiti. La forza di queste riflessioni è tale da coinvolgere anche quelle donne che non partecipano al movimento femminista, e al punto che ancora nella metà degli anni Ottanta la maggioranza delle donne si definiva senza paura femminista.

Tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta molte sono le artiste che giocano con la propria immagine. Come si diceva qui, le rivendicazioni del decennio precedente sembrano essere diventate normalità. Gianna Nannini usa un’immagine molto mascolina, forte, punk. Anche Donatella Rettore lo è per certi versi, ma in maniera più eclettica. È come se nel decennio precedente l’immagine della donna fosse stata destrutturata e queste artiste provassero a ricostruirla senza stereotipi.

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