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Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

Di Donald Trump si dice che fa il matto, di Ted Cruz che è matto. In ogni caso, lo straordinario successo dei candidati radicali alle primarie del partito repubblicano negli Stati Uniti è sorprendente se confrontato coi risultati delle primarie del passato – che venivano vinte da un “conservatore compassionevole” come George W. Bush, da un maverick come John McCain e da un moderato come Mitt Romney. Ma il successo dei radicali nelle primarie di quest’anno è davvero inedito?

A destra, il paragone che si fa più spesso è quello con le primarie del 1964, che furono vinte da Barry Goldwater. Senatore dell’Arizona molto conservatore, Goldwater sconfigge i candidati sostenuti dall’establishment del partito, molto più liberali e moderati – ma poi va a schiantarsi alle elezioni presidenziali, dove perde con un margine di 23 punti percentuali rispetto a Lyndon Johnson. Il paragone con Goldwater rassicura alcuni oppositori di Trump (potrà pure vincere le primarie, ma alle elezioni si schianta), ma ne preoccupa altri: l’America del 2016 non è quella del 1964, e se Goldwater venne sconfitto nel breve periodo, nel lungo periodo si trasformò nel «vero padre spirituale dell’odierno partito repubblicano».

Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

1. Come Trump, anche Goldwater si candidò alle primarie contro l’establishment del partito repubblicano, che lo attaccò furiosamente dandogli dell’estremista, del razzista e del guerrafondaio – e a volte del pazzo irresponsabile. Critiche, manovre e persino uno “Stop Goldwater Movement” servirono a poco: quello vinse comunque le primarie, e lo fece rivendicando il suo estremismo. Nel discorso di accettazione della nomination affermò che «non è un difetto essere estremisti nella difesa della libertà».

2. Trump è stato accusato tra le altre cose di coltivare dei rapporti un po’ troppo stretti con la destra estrema e razzista. La stessa accusa fu rivolta a Goldwater: erano gli anni della battaglia sui diritti civili, e lui si opponeva alle leggi contro la discriminazione dei neri. Guadagnò così ampi consensi tra i bianchi del Sud, che fino ad allora avevano massicciamente votato a favore dei Democratici – in pratica i repubblicani non esistevano nemmeno, negli stati del Sud.

3. Se nel 1964 Goldwater riesce a sconfiggere i candidati espressione dell’establishment del partito, è anche perché riesce a raccogliere e mobilitare le energie di molti semplici elettori insoddisfatti nei confronti dei dirigenti politici tradizionali. Con la campagna di Goldwater emerge di fatto negli Stati Uniti un movimento conservatore di base, che raccoglie e mobilita elettori fino ad allora poco visibili e organizzati.

Quali sono le differenze tra Trump e Goldwater

1. Anche se si presentava come un oppositore dell’establishment, Goldwater era in realtà un politico di professione, con tutta una carriera alle spalle – e aveva sviluppato delle idee piuttosto precise e coerenti, che sono sopravvissute ben oltre la sua esperienza elettorale del 1964. Al contrario, Trump non ha alcuna esperienza politica e ha cambiato idea su quasi ogni argomento: il suo successo pare appoggiarsi soprattutto sulla sua immagine e sulla sua retorica, e quindi potrebbe non sopravvivergli.

2. Rispetto agli anni Sessanta, l’elettorato americano di oggi è diviso in maniera molto più netta: le posizioni di Goldwater all’epoca sembravano radicali, oggi sarebbero probabilmente considerate normali. La volatilità degli elettori oggi è molto minore, mentre a quel tempo non era raro votare democratico a un’elezione e repubblicano a quella successiva, e viceversa (Goldwater ricevette appunto un sacco di voti da tradizionali elettori democratici del Sud, mentre vari repubblicani insoddisfatti votarono per Johnson).

3. Nonostante i duri scontri durante le primarie, alla fine Goldwater vinse la nomination per le presidenziali con un’ampia maggioranza e senza seri contendenti: in un modo o nell’altro alla fine il partito repubblicano si ritrovò unito. Molto più profonde paiono le divisioni odierne, e molto meno ampia sarà in ogni caso la maggioranza ottenuta dal vincitore della nomination.

…E quindi?

Un numero crescente di osservatori pensa che una vittoria di Trump alle primarie segnerebbe una mutazione dell’identità stessa del Partito repubblicano, che magari condurrebbe a una sconfitta alle presidenziali, ma che potrebbe esercitare un’influenza di lungo periodo sulla politica americana. È vero, alle presidenziali Goldwater perse molto male, ma la sua esperienza viene spesso vista come il punto d’origine del reaganismo e dell’identità repubblicana degli ultimi decenni, sia in termini ideologici sia di costruzione di un blocco elettorale di riferimento.

Gli altri stati che hanno cambiato bandiera

Nelle scorse tre settimane la Nuova Zelanda ha tenuto un referendum per decidere se adottare una nuova bandiera, ma ha prevalso il mantenimento di quella attuale, da alcuni ritenuta troppo chiaramente legata all’antica dominazione britannica. La bandiera è uno dei simboli principali di uno stato, legata direttamente alla sua identità: accade molto raramente che si decida di cambiarla. Ad esempio, il tricolore italiano è sopravvissuto quasi indenne sia all’affermazione del fascismo che alla transizione alla repubblica. Decidere di cambiare la bandiera nazionale è un atto molto raro, e per questo è significativo quando accade.

Se si prendono in considerazione tutti gli stati oggi esistenti nel mondo, sono molto pochi quelli che durante la loro storia hanno deciso di cambiare bandiera. Più spesso sono avvenute delle modifiche parziali (aggiungere una stella, togliere una scritta, e così via), e talvolta sono avvenute delle modifiche temporanee: ad esempio, il regime dei Khmer rossi in Cambogia introdusse una nuova bandiera, ma caduto il regime venne reintrodotta quella pre-esistente.

Le rivoluzioni, i colpi di stato e i cambi di regime sono tra le cause più frequenti di cambiamento della bandiera nazionale. Il caso più celebre è quello della Francia, la cui bandiera tricolore venne introdotta poco dopo la rivoluzione del 1789, prendendo il posto delle bandiere bianche coi gigli utilizzate nel periodo monarchico. Anche la bandiera odierna del Portogallo fu adottata dopo la rivoluzione che abbatté la monarchia nel 1910; in modo simile, quando in Germania cadde l’impero e fu istituita la repubblica nel 1918, venne deciso di cambiare la bandiera.

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La bandiera francese prima della rivoluzione
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La bandiera francese dopo la rivoluzione

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La bandiera del regno di Portogallo
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La bandiera del Portogallo repubblicano

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La bandiera dell’impero tedesco
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La bandiera della Germania repubblicana

Gran parte dei paesi nati dal processo di decolonizzazione hanno mantenuto fino a oggi la bandiera adottata dopo l’indipendenza. Ci sono state alcune eccezioni, come ad esempio il Laos e il Burkina Faso, ma l’eccezione più vistosa fu quella prodotta dall’ascesa al potere di regimi panarabi in Africa e Medio Oriente tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il successo del panarabismo spinse a cambiare le bandiere di una serie di paesi: è allora che furono creati tra gli altri gli attuali simboli di Egitto e Sudan, che non a caso si assomigliano parecchio.

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La bandiera del regno d’Egitto
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La bandiera dell’Egitto repubblicano

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La bandiera del Sudan fino al 1970
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La bandiera del Sudan dal 1970

Il caso del cambiamento della bandiera del Sudafrica nel 1994 è uno dei casi che mostra più chiaramente la connessione tra la bandiera e l’identità di uno stato. Abolito l’apartheid, era necessario abolire anche la bandiera nazionale utilizzata fino ad allora, che era troppo strettamente collegata con il periodo della dominazione bianca. La nuova bandiera doveva rappresentare il nuovo carattere multirazziale del paese, e fu infatti adottata il giorno delle prime elezioni a suffragio universale. In modo per certi versi simile, nel 2001 anche il Ruanda decise di cambiare la propria bandiera, come parte del processo di riconciliazione nazionale e riflessione sul genocidio avvenuto nel 1994.

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La bandiera del Sudafrica dell’apartheid
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La bandiera del Sudafrica post-apartheid

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La bandiera del Ruanda fino al 2001
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La bandiera del Ruanda dal 2001

La Nuova Zelanda non è stata interessata da nessuna rivoluzione e da nessun cambio di regime, né nel suo passato né nell’epoca più recente. Il caso più simile al suo fu quello del Canada: un altro ex possedimento britannico che a un certo punto della sua storia decise di rimuovere l’Union Jack dalla sua bandiera e di disegnarne una nuova.

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La bandiera del Canada fino al 1965
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La bandiera del Canada dal 1965

Questo articolo è stato aggiornato dopo i risultati del referendum sulla bandiera della Nuova Zelanda il 24 marzo 2016.

8 film sulla deportazione degli ebrei di Roma

Il 16 ottobre 1943, poco più di un mese dopo l’inizio dell’occupazione tedesca dell’Italia, le truppe naziste di stanza a Roma catturarono circa mille ebrei residenti in città – una buona parte della comunità romana. Gli ebrei furono deportati nei campi di sterminio tedeschi, e alla fine della guerra furono solo in sedici a tornare vivi a casa. Anche se è nota come «la razzia del ghetto di Roma», la razzia del 16 ottobre non riguardò solo gli abitanti della zona del ghetto: da molto tempo ormai gli ebrei di Roma vivevano anche in altre zone della città.

La cattura degli ebrei romani è stato il più grave attacco nazista contro gli ebrei italiani, ma ha ricevuto un’attenzione limitata da parte del cinema italiano e straniero. Le attenzioni e le ricostruzioni si sono concentrate principalmente sulla questione del ruolo giocato dalla Chiesa, e in particolare da papa Pio XII, nella persecuzione o nella protezione degli ebrei romani. Oltre ad alcuni lavori specificatamente dedicati alle vicende del 16 ottobre 1943, la cattura degli ebrei di Roma entra come tema secondario in una serie di altri film ambientati in quell’epoca.

Il primo lavoro cinematografico dedicato alla vicenda fu 16 ottobre 1943, una trasposizione dell’omonimo libro di Giacomo Debenedetti, che è una delle più importanti testimonianze lasciate dai sopravvissuti. Il film, uscito nel 1961, è un cortometraggio che alterna immagini di finzione a immagini documentarie, con la voce fuori campo di Arnoldo Foà che legge brani tratti dal libro.

L’unico film non documentario che ricostruisce la cattura degli ebrei romani è L’oro di Roma di Carlo Lizzani, anche questo del 1961. Anche se parte della storia ruota attorno alla confisca degli oggetti d’oro degli ebrei romani da parte dei nazisti, il rastrellamento del ghetto la mattina del 16 ottobre è un momento decisivo per le vicende dei due protagonisti, un’ebrea e il suo fidanzato cattolico.Garofalo_fig03

Se nell’Oro di Roma la razzia del 16 ottobre segna la parte finale del film, nella Linea del fiume (1976) ne è l’inizio. La storia qui è quella di un bambino ebreo romano, che sfugge alla retata aiutato da un prete, e che poi parte per un viaggio verso Londra alla ricerca del padre.

La deportazione degli ebrei romani entra solo in modo laterale nella Storia di Luigi Comencini (1986), una trasposizione dell’omonimo romanzo di Elsa Morante. In una scena, la protagonista osserva un treni carico di ebrei romani appena catturati, in partenza verso i campi di sterminio: è la prima rappresentazione cinematografica di quello che succede agli ebrei dopo la loro cattura.Garofalo_fig08bn

Nel 1997 Ettore Scola gira ’43-’97, un documentario dedicato specificatamente alle vicende del 16 ottobre. È un cortometraggio in cui si alternano immagini di finzione e spezzoni di altri film, e in cui Scola suggerisce un parallelo tra il razzismo dei nazifascisti e il razzismo contemporaneo. Scola cita la cattura degli ebrei anche nel suo film del 2003 Gente di Roma.

Il primo – e finora unico – film straniero che tratta la deportazione degli ebrei romani è Amen. di Costa Gavras, del 2002. Uno dei protagonisti, un ufficiale delle SS, arriva a Roma per denunciare al papa quello che ha visto nei campi di sterminio, e arriva proprio la mattina del 16 ottobre, imbattendosi nei rastrellamenti in corso.

Il riferimento cinematografico più famoso alla cattura degli ebrei di Roma è probabilmente La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek (2002), in cui l’anziano ritrovato senza memoria dai due protagonisti si rivela essere un ebreo scampato alla retata del 1943, di cui conserva dei ricordi vividi.

100 anni di foto di diplomatici italiani

Stefano Baldi, un diplomatico italiano (@diplosor su Twitter), ha lanciato su Flickr un progetto che raccoglie decine di fotografie di diplomatici italiani attivi nel periodo compreso tra la nascita del Regno d’Italia nel 1861 e il 1961. La galleria permette di ripercorrere gli sviluppi della politica estera italiana nelle verie fasi della sua storia, da quella del regno sabaudo a quella fascista, fino all’Italia repubblicana. Sono rappresentate le relazioni tra l’Italia e gli altri paesi europei, ma anche i rapporti con le colonie italiane come la Libia e con paesi più lontani come gli Stati Uniti e il Giappone.

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L’ambasciatore italiano a Costantinopoli con Said-Pascià e dei militari italiani nel 1906
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Convegno a San Rossore per il rinnovo della Triplice Alleanza nell’ottobre 1912
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Martino Mario Moreno, funzionario del ministero delle colonie, durante una missione in Tripolitania nel 1916
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L’ambasciatore italiano in Sudan incontra il primo ministro dell’India Jawaharlal Nehru nel 1956
Egidio Ortona, rappresentante dell'Italia alle Nazioni Unite, col segretario generale dell'ONU Dag Hammarskjöld nel 1961
Egidio Ortona, rappresentante dell’Italia alle Nazioni Unite, col segretario generale dell’ONU Dag Hammarskjöld nel 1961

Oltre alla raccolta di fotografie d’epoca, Baldi cura un blog dedicato ai diplomatici italiani negli ultimi decenni, concentrato soprattutto sulla loro attività come scrittori e autori di libri.

9 film sulla guerra in Bosnia

Vent’anni fa, l’11 luglio 1995, si consumava il massacro di Srebrenica in Bosnia, la più grave strage di civili in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale. Circa 8.000 cittadini bosgnacchi furono uccisi da truppe serbo-bosniache guidate da Ratko Mladić, che è stato arrestato nel 2011. In Bosnia Erzegovina si combatté tra l’inizio del 1992 e la fine del 1995; sulla guerra sono stati girati numerosi film, soprattutto da parte di autori bosniaci e dei paesi confinanti, ma solo una piccola parte di loro ha ottenuto una distribuzione internazionale.

Uno dei pochi film sulle fasi iniziali della guerra in Bosnia è La vita è un miracolo, girato nel 2004 dal più famoso tra i registi della regione, il serbo di origine bosniaca Emir Kusturica. La storia è quella di una famiglia serba, insediatasi in Bosnia perché il padre lavora alla nuova ferrovia costruita tra Serbia e Bosnia. La vita della famiglia cambia con lo scoppio della guerra: la moglie scappa di casa, il figlio finisce prigioniero, il marito si innamora di una giovane bosgnacca presa come ostaggio.

Oltre al massacro di Srebenica, uno degli aspetti più gravi della guerra in Bosnia fu l’assedio di Sarajevo, durato quasi quattro anni. Uno dei film sull’assedio è Benvenuti a Sarajevo, girato nel 1997 da Michael Winterbottom. Il punto di vista è quello di un giornalista inglese inviato in città durante la guerra, e la storia è incentrata sulla sua scelta di adottare una ragazzina bosgnacca e sulle difficoltà che incontra per farlo.

Probabilmente il film più famoso sulla guerra in Bosnia, No Man’s Land (2001) di Danis Tanović vinse sia l’Oscar che il Golden Globe come miglior film straniero. La storia si svolge quasi interamente in una trincea collocata nella terra di nessuno tra le linee serbe-bosniache e quelle bosgnacche. Tre uomini nemici vi si trovano bloccati e si minacciano a vicenda; l’intervento dei caschi blu delle Nazioni Unite non è risolutivo.

Anche se gran parte dei film sulla guerra di Bosnia è stata realizzata da autori della regione, le vicende dell’ex Jugoslavia hanno attratto anche l’attenzione di Hollywood. Oltre a due film d’azione molto attaccati dalla critica (Dietro le linee nemiche e Killing Season), le vicende della guerra sono state trattate da Angelina Jolie nel suo film di debutto come regista, Nella terra del sangue e del miele (2011). La storia raccontata nel film è quella di un amore tra una ragazza bosgnacca prigioniera di guerra e un soldato serbo-bosniaco.

Beautiful People è una commedia di Jasmin Dizda del 1999, premiata al festival di Cannes. Il film non è ambientato in Bosnia ma a Londra, però è stato girato da un regista bosniaco e le vicende che racconta sono legate a quelle della guerra in Bosnia. I protagonisti sono perlopiù inglesi; ciascuno di loro viene toccato personalmente dal conflitto jugoslavo, in diversi modi.

Premiato al festival di Roma del 2008, Resolution 819 di Giacomo Battiato è uno dei pochi film dedicati specificatamente alla strage di Srebrenica e alle sue conseguenze. Il protagonista è un poliziotto francese, inviato dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia a Srebrenica poco dopo la caduta della cittadina. Il suo incarico è quello di indagare sul presunto massacro e di raccogliere prove a riguardo.

Altro film legato alla ricerca dei responsabili dei crimini di guerra in Bosnia, The Hunting Party è un film americano del 2007 diretto da Richard Shepard. Il protagonista è un giornalista statunitense, già corrispondente dalla Bosnia durante la guerra, che si mette alla ricerca di uno dei criminali di guerra serbo-bosniaci ancora latitanti. Intervengono altri giornalisti e degli agenti dei servizi segreti, ma alla fine il criminale viene catturato.

Una delle principali registe bosniache è Aida Begić, che nei suoi film riflette spesso sulla guerra in Bosnia e sulle sue conseguenze. Snow fu premiato a Cannes nel 2008 ed è ambientato nel 1997 in un villaggio bosniaco, abitato ormai solo dalle donne sopravvissute al conflitto. Molti dei loro cari sono sepolti in una fossa comune, che viene loro indicata.

Altro film che riflette sulle conseguenze della guerra, soprattutto sulle donne sopravvissute, è Il segreto di Esma, girato dalla regista bosniaca Jasmila Žbanić e vincitore dell’Orso d’oro a Berlino nel 2006. La protagonista del film è una donna bosgnacca di Sarajevo, che venne stuprata dai serbo-bosniaci durante la guerra. Dallo stupro nacque una figlia, a cui nel corso del film viene svelata la propria storia.

9 film sull’Italia nella prima guerra mondiale

Cento anni fa l’Italia entrava nella prima guerra mondiale. In questo secolo, il cinema italiano non ha rivolto una grande attenzione a quel conflitto – e tra i film che pure gli sono stati dedicati non ve ne sono moltissimi di memorabili. Incomparabilmente più numerosi sono stati invece i film italiani dedicati alla seconda guerra mondiale. Questa diversa attenzione rispecchia il fatto che la Grande guerra in fondo investì direttamente solo una piccola parte dell’Italia, il Nord-Est.

Un’altra ragione per cui la Grande guerra non fu particolarmente celebrata dal cinema italiano, è che c’era poco da celebrare: l’esercito italiano non fu molto vittorioso, ma nei decenni successivi al conflitto era difficile parlare dei suoi limiti. Non è un caso che i film migliori sulla prima guerra mondiale (La Grande guerra di Mario Monicelli e Uomini contro di Francesco Rosi) siano stati girati quando ormai era diventato possibile mettere apertamente in discussione la retorica militaresca e nazionalista.

Uno dei primi film italiani sulla Grande guerra fu girato proprio durante il conflitto. La guerra e il sogno di Momi è un film muto, che racconta le fantasticherie di un bambino il cui padre è andato in guerra, ricorrendo anche a degli effetti speciali. Il film fu girato dal regista spagnolo Segundo de Chomón, uno dei pioneri della storia del cinema. Chomón aveva collaborato anche a uno degli altri primi film italiani sulla Grande guerra, Maciste alpino (1916).

Tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Monelli, Le scarpe al sole, girato da Marco Elter, racconta le vicende di tre soldati italiani impegnati sul fronte trentino durante la guerra. Uscito in piena epoca fascista, al festival di Venezia del 1935 il film venne premiato dal regime per il suo messaggio patriottico.

I caimani del Piave erano un corpo speciale dell’esercito italiano, attivo durante la prima guerra mondiale. La storia raccontata nel Caimano del Piave, girato da Giorgio Bianchi nel 1951, è una storia di spionaggio dei veneti ai danni degli austriaci, che avevano occupato la loro regione dopo la disfatta di Caporetto. Nonostante il taglio melodrammatico, il film presenta anche delle influenze neorealiste. Il protagonista è interpretato da Gino Cervi.

La storia raccontata nei Cinque dell’Adamello parte da una notizia di cronaca, il ritrovamento delle salme di cinque alpini sul monte Adamello. I cinque erano morti travolti da una valanga durante una missione militare nella prima guerra mondiale. Nel film, girato da Pino Mercanti nel 1954, si raccontano le vicende dei cinque soldati.

La grande guerra di Mario Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, è senz’altro il più famoso film italiano sulla prima guerra mondiale. Girato nel 1959, La grande guerra si stacca dalla tradizione dei film patriottici e nazionalisti, mettendo in luce anche le ambiguità del conflitto, i dubbi e i sentimenti dei singoli soldati, il carattere meno eroico e più tragico della guerra. Il film vinse il Leone d’oro al festival di Venezia.

Scritto da Ermanno Olmi assime a Mario Rigoni Stern e Tullio Kezich, I recuperanti era un film per la televisione, uscì nel 1970. Il film è ambientato sull’altopiano di Asiago dopo la fine della guerra: i protagonisti si guadagnano appunto da vivere recuperando residuati bellici in montagna e rivendendoli.

Uomini contro: Francesco Rosi era il regista, Gian Maria Volontè l’attore protagonista, Un anno sull’altopiano il romanzo a cui era ispirato il soggetto. Il film uscì nel 1971 e suscitò una serie di polemiche a causa del suo messaggio antiautoritario. L’insensatezza di molti comandi militari veniva evidenziata, e veniva denunciata la scarsa considerazione in cui erano tenute le vite dei soldati italiani da parte dei dirigenti dell’esercito.

Commedia leggera di Pasquale Festa Campanile con Renato Pozzetto come protagonista, Porca vacca uscì nel 1982. La storia è quella di un renitente alla leva, che alla fine viene spedito al fronte, ma si ritrova in una serie di situazioni comiche.

Girato nel 2014 da Ermanno Olmi sull’altopiano di Asiago, dove il regista vive, Torneranno i prati racconta l’esperienza della guerra di trincea sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale.

La seconda guerra mondiale in Europa non finì l’8 maggio 1945

Si celebra in questi giorni il settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in Europa. La data è quella dell’8 maggio, il giorno in cui la Germania firmò la resa incondizionata agli Alleati. Tuttavia, non è che dal 9 maggio in poi l’Europa si ritrovò in una situazione di pace: gli strascichi violenti della guerra proseguirono anche nei mesi e negli anni successivi, un po’ in tutta Europa.

La storia del periodo immediatamente successivo alla conclusione officiale della guerra in Europa è stata molto trascurata fino a pochi anni fa. È una storia poco edificante, che stride con le narrazioni dominanti e con le mitologie costruite dagli stati democratici emersi dopo la guerra. Il primo grande studio della storia d’Europa tra il 1944 e il 1949 è stato pubblicato in italiano nel 2013: scritto da Keith Lowe, si intitola Il continente selvaggio (Laterza).

Sono tre i grandi fenomeni messi in luce da Lowe: la vendetta, la pulizia etnica, e la guerra civile. La vendetta colpisce gli sconfitti: i nazisti, i tedeschi, i fascisti, i collaborazionisti. Si tende a identificare nazisti e tedeschi, e dunque a colpire i tedeschi in quanto tali, indipendentemente dal loro ruolo e dalle loro convinzioni politiche. Si tende innanzitutto a colpire le donne tedesche, vittime di stupri di massa da parte delle truppe di occupazione. L’uso dello stupro come mezzo di umiliazione e vendetta fu in realtà diffuso un po’ ovunque in Europa, tanto che Lowe sostiene che nelle fasi finali del conflitto «si verificarono più stupri che durante ogni altra guerra della storia».

Altre storie di vendetta sono quelle degli ebrei che vogliono colpire la popolazione tedesca. Ci sono dei gruppi di ebrei che organizzano avvelenamenti di massa – progettano anche un’operazione, non riuscita, per avvelenare gli acquedotti di cinque città della Germania. I prigionieri di guerra tedeschi sono ridotti in condizioni simili a quelle in cui erano stati tenuti gli ebrei nei campi di concentramento. In molti casi i prigionieri sono tenuti a gruppi di decine di migliaia in alcuni grandi prati recintati, senza nessun tipo di riparo o servizio: in campi come quello di Bad Kreuznach c’era un solo rubinetto d’acqua per tutti i 56.000 uomini reclusi. Molti tedeschi fatti prigionieri dai sovietici sono deportati nei gulag, e vi rimangono fino al 1950, in alcuni casi addirittura fino al 1957.

La pulizia etnica riguarda soprattutto l’Europa centro-orientale, dove ancora prima della guerra convivevano molte etnie differenti. Avvengono enormi spostamenti di popolazioni, a partire dalla fuga o dall’espulsione degli ebrei sopravvissuti. I cambiamenti di confine tra la Germania, la Polonia e l’Ucraina (in tutti e tre i casi, i confini traslano verso occidente) comportano lo spostamento di milioni di persone, spesso accompagnati da violenze e soprusi. I polacchi vengono espulsi dall’Ucraina, e soprattutto i tedeschi vengono espulsi con grande violenza dalle regioni che sono entrate a far parte della Polonia.

La guerra civile si manifesta in tre contesti diversi. Uno è quello dei paesi occidentali come l’Italia o la Francia, dove vengono uccisi decine di migliaia di fascisti e collaborazionisti. Stando a Lowe, «la violenza del dopoguerra nell’Italia del Nord fu molto peggiore che nel resto dell’Europa occidentale», fece tra le 12.000 e le 20.000 vittime. Un altro contesto di guerra civile è quello della Grecia, dove scoppia un vero e proprio conflitto su larga scala.

Lowe parla poi della guerra che scoppia nell’Europa orientale contro l’affermazione dell’egemonia sovietica su quelle regioni. In Polonia, in Ucraina e nei paesi baltici si forma un massiccio movimento di resistenza armata contro i sovietici, la cui storia è rimasta ampiamente sconosciuta in Europa occidentale. Per più di dieci anni, centinaia di migliaia di partigiani nazionalisti lottano contro i sovietici, con decine di migliaia di vittime da entrambe le parti. Il conflitto contro i sovietici fu particolarmente duro nell’Ucraina occidentale.

Oltre a queste storie di vendetta e di violenza, ci sono poi innumerevoli storie di miseria e distruzione. I tedeschi che sono rimasti senza casa a causa della distruzione delle loro città sono fra i 18 e i 20 milioni. Tantissimi bambini hanno perso i genitori, anche in Italia: a Milano, Roma e Napoli nel 1946 ci sono ancora 180.000 bambini vagabondi. La fame è una realtà diffusa, tanto che c’è chi mangia i cani o l’erba – a Napoli vengono rubati pure tutti i pesci tropicali dell’acquario cittadino.

Secondo Lowe, la ragione per cui la conclusione ufficiale della guerra mondiale fu seguita da tanta violenza in tutta Europa era che «la seconda guerra mondiale […] non fu solo un conflitto tradizionale per il territorio: fu simultaneamente una guerra per la razza, e una guerra fra ideologie, e si intrecciò con una mezza dozzina di guerre civili combattute per ragioni puramente locali. Poiché i tedeschi erano solo un ingrediente di questo ampio fascio di conflitti diversi, è chiaro che la loro sconfitta non poteva portare alla fine della violenza».

Perché la Francia smise di festeggiare la fine della seconda guerra mondiale

In tutta Europa, l’8 maggio viene celebrata la sconfitta del nazifascismo e la fine della seconda guerra mondiale (in Europa orientale si festeggia il 9 maggio). Per un periodo della sua storia, la Francia cessò però di celebrare la ricorrenza dell’8 maggio. Fu il periodo in cui era presidente della repubblica Valéry Giscard d’Estaing, tra il 1974 e il 1981, e la ragione era legata all’andamento dei rapporti franco-tedeschi in quegli anni.

L’istituzione dell’8 maggio come giornata di festa era stata decisa dall’Assemblea nazionale francese nel 1951, anche se la ricorrenza veniva festeggiata già prima. Arrivato al potere nel 1958, Charles De Gaulle mantenne in vigore la celebrazione, ma non la rese più una giornata festiva. Il primo presidente non gollista della Quinta Repubblica fu appunto Valéry Giscard d’Estaing, che decise di sopprimere del tutto la celebrazione dell’anniversario della sconfitta tedesca. Giscard era un liberale di centro-destra, e a differenza dei gollisti era nettamente favorevole all’integrazione europea e alla cooperazione transatlantica.

Giscard sosteneva che, passati ormai trent’anni dalla fine della guerra, fosse ormai il caso di ridimensionare il peso della memoria del conflitto. Nelle sue intenzioni, abolire la celebrazione dell’anniversario era un modo per riconoscere e favorire i successi della cooperazione franco-tedesca, che era cominciata durante la presidenza De Gaulle e che era stata rilanciata negli anni Settanta dallo stesso Giscard, in stretta collaborazione col cancelliere tedesco Helmut Schmidt. La guerra mondiale non andava considerata come una guerra dei francesi contro i tedeschi, ma piuttosto come una grande guerra civile europea.

Nell’ottica di Giscard, il superamento delle divisioni legate alla memoria del conflitto doveva essere anche un modo per favorire il rilancio dell’integrazione europea. Come spiegò egli stesso agli altri dirigenti europei, «Ciascuno di noi conserverà i propri ricordi e renderà onore a coloro i quali un omaggio è dovuto. Ma è tempo di aprire la via dell’avvenire e di rivolgere assieme i nostri pensieri a ciò che ci avvicina e a ciò che ci può unire». La promozione dell’integrazione europea fu un obiettivo di primaria importanza durante il mandato di Giscard: tra le altre cose, fu lui a promuovere la creazione del Consiglio europeo.

Alle elezioni presidenziali del 1981 Giscard venne sconfitto dal socialista François Mitterrand, che nei mesi successivi ripristinò le celebrazioni dell’8 maggio.

6 film sul genocidio degli armeni

Il genocidio degli armeni accadde cento anni fa, eppure in tutti questi decenni sono stati pochissimi i film dedicati a quella storia – ad eccezione del cinema armeno, che però non viene quasi mai doppiato e distribuito all’estero. I genocidi sono vicende incommensurabili, di cui non ha senso fare classifiche: però l’attenzione riscossa dal genocidio armeno nel cinema è di molto inferiore a quella di altri genocidi, a partire dalla Shoah. È in gran parte un’attenzione recente, che si accompagna col crescente riconoscimento storico e politico del genocidio armeno avvenuto nell’ultimo decennio.

Il più antico film sul genocidio – di cui sono giunti a noi solo alcuni frammenti – è Ravished Armenia (noto anche come Auction of Souls), un film muto americano del 1919. Venne tratto dall’omonimo libro di memorie di Aurora Mardiganian, un’armena sopravvissuta al massacro, che recita sé stessa nel film.

Uno dei più famosi registi di origine armena è Henri Verneuil, come molti rifugiato in Francia con la famiglia dopo il genocidio.  Dopo essersi affermato come uno dei principali registi del cinema francese, alla fine della sua carriera Verneuil girò due film autobiografici. Nel primo, Mayrig (1991), si racconta la fuga della famiglia del regista dal genocidio e il loro arrivo in Francia. La madre dell’autore è interpretata da Claudia Cardinale.

Dopo Verneuil, nel 2002 fu un altro regista di origine armena e di fama internazionale a dedicare un film al massacro degli armeni. Il regista canadese Atom Egoyan girò Ararat – Il monte dell’Arca, un film ambientato negli anni Duemila, ma legato direttamente al genocidio: il giovane protagonista lavora a un film su di esso e si reca in Armenia per scoprire la storia dei suoi antenati. A interpretare il ruolo del regista di questo film nel film è uno dei più celebri personaggi di origine armena, il cantante francese Charles Aznavour.

Se si escludono gli autori armeni, il primo grande film dedicato al genocidio armeno fu La masseria delle allodole, girato nel 2007 da Paolo e Vittorio Taviani a partire dall’omonimo libro di Antonia Arslan. Grazie alla produzione e al cast internazionali, al successo di pubblico e alla centralità della vicenda del genocidio nel film, La masseria delle allodole è senz’altro la principale opera dedicata dal cinema europeo alla vicenda del massacro degli armeni.

Film-documentario, Le fils du marchand d’olives è stato girato nel 2012 da Mathieu Zeitindjioglou. Assieme alla moglie, il regista s’è recato in Armenia per scoprire la storia del nonno, scampato al genocidio del 1915. Il film mescola interviste, diario di viaggio e sequenze di animazione.

Lo scorso anno Fatih Akin, regista della Sposa turca, ha presentato al festival del cinema di Venezia Il padre (titolo originale The Cut). Akin è un regista tedesco di origine turca, eppure la storia raccontata nel Padre è la storia di alcune vittime del genocidio armeno, che la Turchia continua a negare. Sopravvissuto al massacro, il padre protagonista del film si mette alla ricerca delle figlie.

Fonte dell’immagine: Film Italia