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Le voci della resistenza greca ai colonnelli: 1967-1974

Comincia oggi la nuova stagione di Notabilia, un programma sulla storia e la musica trasmesso due volte al mese su Radio Ca’ Foscari e curato dal Mondo Contemporaneo assieme a Diacronie. Qui si può ascoltare il podcast della prima puntata, realizzata da Jacopo Bassi, mentre sul sito di Diacronie si trovano una serie di materiali di approfondimento. La prossima puntata andrà in onda giovedì 2 marzo. 

Tre funerali sono legati da un filo rosso e fanno da sfondo a questa storia della Grecia dei colonnelli; due si svolgono prima della presa di potere da parte della giunta militare e l’ultimo si celebra a due anni di distanza dalla caduta del regime.

Il primo funerale è quello di Gregoris Lambrakis, il 28 maggio 1963. Lambrakis – lo Z. del romanzo di Vassilikos – rappresenta un monumento per la Grecia democratica: medico, ex atleta, sostenitore del pacifismo e personaggio di grandissimo carisma. Il suo omicidio è il primo eclatante segnale di come le forze eversive di destra siano in grado di operare incontrastate fino ad assassinare un uomo politico, un esponente politico di spicco della sinistra. Il primo ministro Konstantinos Karamanlis a seguito dell’omicidio si spinge ad affermare che quanto avvenuto non è responsabilità del governo; successive indagini dimostrano invece come i vertici della polizia e dell’esercito siano coinvolti nell’attentato: gli eventi lo portano a rassegnare le dimissioni.

Il secondo funerale è quello di Sotiris Petroulas, il 23 luglio 1965. Petroulas è uno studente di economia, un membro del Movimento democratico giovanile Lambrakis, fondato dal compositore Mikis Theodorakis in onore dell’amico scomparso due anni prima. Nella notte fra il 21 e il 22 luglio 1965 Sotiris Petroulas viene ucciso durante gli scontri che seguono una manifestazione di piazza. Quella sera Sotiris Petroulas scorta sul palco Theodorakis, che deve parlare ai Lambrakides. Interviene però la polizia per sgombrare la piazza dai manifestanti: Petroulas viene arrestato e muore mentre è in mano alle forze di polizia. La versione ufficiale attribuisce la morte a un’asfissia causata dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine, ma diversi dubbi sulla veridicità di questa versione – acuiti dal rifiuto della polizia di consentire l’autopsia sul cadavere – sono stati sollevati dalla famiglia di Petroulas e dai militanti del Movimento. Theodorakis dedica a Petroulas una canzone, che entrerà a far parte del repertorio di canzoni anti-regime. Anche il governo appena nominato, quello di Georgios Athanasiadis-Novas è costretto a dimettersi (non ottiene la fiducia del parlamento). La morte di Petroulas evidenzia la brutalità degli apparati di polizia, ma anche la fragilità politica del sistema ellenico; proprio questa debolezza strutturale, unita al pericolo di una vittoria del partito centrista di Papandreu – che avrebbe formato un governo di coalizione con la compagine di sinistra dell’EDA – porta al colpo di stato del 21 aprile 1967. Un golpe militare di carattere “preventivo”, volto ad arginare il “pericolo comunista”.

Il regime autoritario che si instaura, una giunta militare guidata dal colonnello Papadopoulos, si macchia delle peggiori violazioni dei diritti umani. Le responsabilità del sostegno ai militari gravano tanto sulle spalle del re Costantino, quanto su quelle della diplomazia e dei servizi segreti statunitensi, che già dal 1966 avevano in animo di far scattare un golpe, il piano Prometheus. Uno dei compiti principali che la giunta militare ellenica dichiara di voler perseguire – oltre a quello di allontanare il rischio di possibili derive socialiste del paese – è quello di risollevare l’economia: una ragione evidentemente pretestuosa guardando agli indicatori economici. I modesti risultati economici di Papadopoulos vengono conseguiti all’interno di un sistema autoritario con pochi equivalenti in Europa; al giornalista di Le Monde Marc Marceau, che in un primo momento tenta di descriverne i successi (successivamente cambierà opinione sino a curare un volume collettaneo sulla Grecia dei colonnelli), Theodorakis dedicherà una sferzante canzone “di ringraziamento”.

La politica dei colonnelli è basata sull’esaltazione della civilizzazione ellenico-cristiana: il connubio fra nazionalismo e tradizione religiosa. Gli artisti di sinistra come Theodorakis – ma lo stesso Savvopoulos – sono considerati agitatori e sovversivi: come tali vengono imprigionati e, nel caso di Theodorakis, la loro musica viene censurata.

La repressione è quotidiana e la resistenza diviene consistente, soprattutto fuori dai confini nazionali: grazie anche all’impegno di numerosi intellettuali, riesce a muovere l’opinione pubblica mondiale. Alexandros Panagulis diviene un simbolo della resistenza: nell’agosto 1968 tenta di porre fine all’esperienza della giunta militare organizzando un attentato a Papadopoulos. Il suo tentativo fallisce e Panagulis viene imprigionato e condannato a morte. La condanna alla pena capitale si trasformerà poi in una pena detentiva. Dal carcere – attraverso la sua resistenza, l’atteggiamento che tiene durante il processo, la sua eroica decisione di rifiutare di confessare i nomi dei suoi complici anche sotto tortura, le sue poesie (diffuse clandestinamente) – la sua lotta si trasformerà nel miglior manifesto per la Grecia libera, che lotta contro il regime militare.

L’economia greca, malgrado l’apporto fornito da un settore del turismo in espansione (a dispetto dei boicottaggi), entra in crisi. Nel 1973 Papadopoulos sfugge a un primo tentativo di colpo di stato portato avanti dalla Marina e sostenuto da re Costantino, in esilio dal 1967; Papadopoulos decide allora di far votare – attraverso un referendum costituzionale – il cambiamento della forma di governo. Costantino viene così dichiarato decaduto e il 1° giugno 1973 Papadopouolos diviene presidente della repubblica. È però costretto a cercare di “normalizzare” il sistema e a cercare un’alleanza con la vecchia classe dirigente: per fare ciò è necessario incanalare il regime – almeno formalmente – verso un ritorno – alla democrazia. È l’avvio della metapoliftesi.

Per dare dimostrazione di un cambiamento di rotta, Papadopoulos concede l’amnistia a Panagulis, che viene liberato nell’agosto del 1973. Il mese successivo Markezinis viene nominato primo ministro, dietro la richiesta di poter agire senza interferenze da parte della giunta e con la garanzia che la censura e la legge marziale sarebbero state abolite. Il nuovo corso di Papadopoulos ha però vita breve: le proteste studentesche, che si susseguono da mesi, culminano nell’occupazione del politecnico di Atene. Nella notte del 17 novembre l’esercito farà irruzione all’interno dell’università e metterà in pratica uno sgombero violento dei locali. Gli scontri che seguiranno porteranno alla morte di 24 persone. Il destino di Papadopoulos è segnato: otto giorni dopo l’assalto al politecnico, il generale Ioannidis, attraverso un colpo di stato, lo destituisce. L’ultimo atto della giunta militare è l’appoggio ad un altro colpo di stato: quello ordito a Cipro dall’organizzazione terroristica greco-cipriota EOKA B con l’intento di destituirne il presidente, l’arcivescovo Makarios.

Il golpe cipriota sortirà l’effetto di provocare l’invasione di una porzione dell’isola da parte delle truppe turche e condurrà la Grecia sull’orlo della guerra con la Turchia. Ioannidis verrà a sua volta destituito e, nel luglio del 1974 il regime dei colonnelli avrà finalmente termine. A Konstantinos Karamanlis, richiamato dall’esilio, verrà affidato il compito di presiedere un governo civile che possa portare ad elezioni democratiche.

Rimosso il regime rimane il problema dell’accertamento delle responsabilità dei civili che ebbero parte attiva nei crimini perpetrati durante quegli anni. Alexandros Panagoulis, eletto deputato, proseguirà con ostinazione una battaglia per cercare la verità e gli elementi in grado di far condannare i fiancheggiatori del regime dei colonnelli. Panagulis riesce ad entrare in possesso delle carte che inchiodano importanti personaggi della destra ellenica: attraverso quei documenti può dimostrare i legami dei politici con i militari, con la CIA e il loro ruolo nel colpo di stato. Tenta quindi di renderli pubblici: in un primo momento lo fa attraverso il giornale Ta Nea (di proprietà di Christos Lambrakis). Ma il Ministro Averoff – il suo principale oppositore e l’uomo più coinvolto dai documenti di cui è in possesso – ottiene che la magistratura ne blocchi la pubblicazione. Panagulis si gioca quindi l’ultima, per lui fatale fatale, carta: il 3 maggio 1976 ha intenzione di rivolgere un’interrogazione parlamentare al primo ministro Karamanlis, consegnando direttamente nelle sue mani quei documenti. Ma in Parlamento, il 3 maggio, Panagulis non arriverà mai perché cade vittima di un misterioso incidente automobilistico nella notte del 1° maggio portando con sé la speranza di vedere fatta giustizia.

Il terzo funerale di questo fil rouge è proprio quello di Alexandros Panagulis, che si tiene il 5 maggio 1976 ad Atene, a cui prende parte più di un milione di persone.

Rieccoci/1

Dopo qualche mese di letargo, il Mondo Contemporaneo torna a svegliarsi. Riprendiamo innanzitutto da uno dei fili che abbiamo seguito negli anni scorsi, quello del rapporto tra storia e musica che è stato al centro della rubrica “Storia dal jukebox“. Nei prossimi mesi continueremo a usare la musica per raccontare pezzi di storia (e viceversa), ma lo faremo in una forma parzialmente nuova: assieme agli amici di Diacronie ci occuperemo della trasmissione “Notabilia”, in onda ogni due settimane su Radio Ca’ Foscari, la radio dell’università di Venezia.

Le puntate saranno disponibili in streaming e in podcast e saranno arricchite da una serie di materiali pubblicati su questo sito e sul sito di Diacronie. La prima puntata sarà trasmessa giovedì 16 febbraio alle 15, sarà dedicata alla resistenza contro la dittatura dei colonnelli in Grecia tra gli anni Sessanta e Settanta.

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10 film sulle elezioni americane

Negli Stati Uniti, le elezioni politiche – primarie di partito o corsa per le presidenziali – sono tradizionalmente un grande evento mediatico, cui viene rivolta grande attenzione sia dal giornalismo che dal mondo del cinema e della televisione.

I film americani incentrati sulla politica in senso lato sono sensibilmente più numerosi di quelli dedicati alla rappresentazione dei concreti meccanismi elettorali. Tuttavia quando il cinema americano si occupa delle elezioni lo fa, molto spesso, con l’intenzione di sottolineare la distanza fra l’ideale meccanismo democratico delle elezioni rispetto alla sua insoddisfacente declinazione concreta.

Le Elezioni Primarie del 1960 (1960). Robert Drew fu uno dei pionieri del cinema verità e Le elezioni primarie del 1960 è considerato una delle sue opere più importanti. Il documentario segue le elezioni primarie in Wisconsin per la nomina del candidato democratico alla presidenza – i due contendenti erano John Kennedy e Hubert Humphrey. I nuovi sviluppi tecnici nel settore cinematografico (microfoni e telecamere più leggere e di buona qualità) permisero a Drew di seguire i protagonisti in modo più intimo e diretto rispetto al passato.

L’Amaro Sapore del Potere (1964). Il film, con Henry Fonda e Lee Tracy, fu scritto da Gore Vidal, che adattò la propria opera teatrale dallo stesso titolo per la regia di Franklin Schaffner. Il film tratta la corsa alla nomination presidenziale di un partito non meglio specificato, con una convention molto tesa e incerta.

Bobby (2006). Un film corale che racconta le storie di una serie di persone toccate dalla campagna per le primarie democratiche per la presidenza del 1968, in cui era candidato Bob Kennedy (fratello dell’ex presidente). Il film si concetra in particolare sul giorno in cui si tennero le primarie in California: Kennedy le vinse, ma fu ucciso quella sera stessa.

Il Candidato (1972). Nel film Robert Redford interpreta un giovane politico idealista in campagna per essere eletto senatore. Nel corso dell’elezione il candidato dovrà rinunciare ai propri principi per ottenere la vittoria.

I Colori della Vittoria (1998). Nel film un governatore americano candidato alle presidenziali (interpretato da John Travolta e evidentemente ispirato a Bill Clinton) deve affrontare insieme al suo team una serie di scandali sessuali di cui viene accusato. Il suo realismo e la sua spregiudicatezza gli permetteranno di vincere le elezioni.

Bulworth il Senatore (1998). Scritto, diretto e interpretato da Warren Beatty, il film narra gli ultimi giorni di vita di un senatore impegnato in una campagna elettorale in California. In crisi di consensi e infelice per la propria vita privata, Bulworth decide di ingaggiare un assassino anonimo che lo uccida prima del voto. A questo punto, non avendo più nulla da perdere o per cui lottare, il senatore può finalmente permettersi di dire la verità ai propri elettori sui reali meccanismi della politica.

Election (1999). La campagna elettorale raccontata nel film di Alexander Payne si svolge in realtà in un liceo americano, dove un’ambiziosa, entusiasta ma antipatica studentessa si candida a rappresentante d’istituto. La giovane si ritroverà al centro di una campagna sempre più intricata, contro un atleta popolare ma privo di intelligenza e sua sorella, ragazzina lesbica e anarchica, capace di convincere masse di studenti sull’inutilità di quelle elezioni.

By the People: The Election of Barack Obama (2009). Quando nel 2007 Amy Rice e Alicia Sams iniziarono a filmare questo documentario HBO, volevano solo seguire l’esperienza di un giovane ma trascinante esponente politico. Le riprese cominciarono prima che Obama diventasse un plausibile candidato alla presidenza: il film fornisce un punto di vista unico sul dietro le quinte di una delle campagne elettorali più incredibili e imprevedibili degli ultimi decenni.

Game Change (2012). Film televisivo (HBO) del 2012 incentrato sulla figura di Sarah Palin, interpretata da Julianne Moore. Palin fu scelta come vicepresidente del candidato repubblicano John McCain nella corsa alle presidenziali del 2008; l’opinione pubblica rimase sconcertata dalle sue enormi lacune intellettuali e politiche.

Le Idi di Marzo (2011). Basato sulla piéce teatrale del 2008 intitolata Farraguth North, il film di George Clooney racconta l’ascesa di un giovane addetto stampa di un governatore candidatosi alle primarie democratiche. La pellicola è uno spaccato sul meccanismo elettorale statunitense e, al tempo stesso, una riflessione sulla necessità di “sporcarsi le mani” e scendere a compromessi al fine di poter trionfare in politica.

Bonus track: West Wing – Tutti gli Uomini del Presidente (serie TV 1999-2006). Precedente alla più nota e in voga House of Cards, la serie di Aaron Sorkin (con Martin Sheen e John Spencer) vanta sette stagioni che trattano due differenti elezioni presidenziali – precisamente la terza e la quarta stagione (rielezione) e la sesta e la settima stagione, in cui viene descritta la lunga strada che un candidato deve percorrere per divenire presidente: dalla selezione del candidato fino all’insediamento nello studio ovale.

L’altro referendum sulla Brexit

A giugno i cittadini del Regno Unito decideranno con un referendum se il loro paese dovrà continuare a far parte dell’Unione europea, o se dovrà uscirne. In realtà il Regno Unito ha già rinegoziato un’altra volta in passato i suoi termini di adesione all’UE, e i suoi cittadini si sono già espressi con un referendum. Era il 1975, e il Regno Unito era entrato nella Comunità europea appena due anni prima (per iniziativa dei conservatori, contro la volontà dei laburisti); il risultato della rinegoziazione venne approvato ad ampia maggioranza.

Sul blog History & Policy lo storico britannico David Thackeray riflette sulle principali differenze tra il referendum del 1975 e quello del 2016. Prima differenza importante, la formulazione del quesito: nel 1975 si chiedeva agli elettori se volevano rimanere nella Comunità europea, mentre a giugno gli si chiederà se vogliono rimanere oppure uscire. Secondo Thackeray, la prima formulazione aiutava a mettere l’accento sul processo di rinegoziazione che era stato condotto dal governo britannico nei mesi precedenti – una rinegoziazione apprezzata dalla maggioranza degli elettori, mentre oggi l’opinione pubblica è molto più divisa.

Un’altra differenza riguarda le conseguenze della possibile vittoria degli euroscettici nel referendum: negli anni Settanta non c’era nessuna norma che regolasse l’eventuale uscita di uno stato membro dalla Comunità, mentre il Trattato di Lisbona del 2007 prevede esplicitamente la possibilità di un’uscita – anche se i negoziati a riguardo sarebbero comunque molto lunghi e complessi.

Terza differenza, il contesto economico. Nel 1975 il Regno Unito si trovava in grave difficoltà economica, e non vedeva molte prospettive di sviluppo al di fuori della Comunità. Al contrario, oggi l’Inghilterra è uno dei principali centri finanziari del mondo e coltiva i suoi rapporti con le potenze economiche asiatiche, mentre l’Unione europea nel suo complesso appare in grave difficoltà economica.

La corruzione è stata inventata in Europa

L’avidità, l’egoismo e lo scambio di favori sono fenomeni universali, che si ritrovano un po’ in tutto il mondo e in tutte le epoche. Tuttavia, il modo in cui oggi guardiamo alla corruzione ha delle origini storiche precise, risale all’Europa di fine Settecento. Secondo lo storico tedesco Jens Ivo Engels – che su Eutopia ha dedicato un articolo a questo argomento – la concezione moderna della corruzione è strettamente legata alla concezione moderna dello stato e dei rapporti tra pubblico e privato.

Quando si parla di corruzione, ci si riferisce a casi di abuso del potere politico per l’ottenimento di favori e benefici personali. Fino al Settecento, il clientelismo, il nepotismo e lo scambio di favori erano fenomeni generalmente accettati: attiravano critiche solamente quando se ne faceva un uso smodato. Sfera pubblica e sfera privata non erano nettamente divise, così accadeva che gli apparati dello stato si scambiassero favori con dei soggetti privati, e chi deteneva cariche pubbliche poteva approfittarne per arricchirsi.

Fu solo all’inizio dell’Ottocento che in Europa e negli Stati Uniti si affermò una separazione più chiara tra pubblico e privato. Si cominciò a valutare negativamente lo scambio di favori, il nepotismo e l’uso di una carica pubblica per arricchirsi. La lotta contro ciò che si cominciò a concepire come “corruzione” non era solo una lotta di carattere etico: aveva un carattere profondamente politico, era un aspetto della lotta dei rivoluzionari e riformisti europei contro il sistema dei privilegi dell’ancien régime.

Oltre all’idea stessa di corruzione, a inizio Ottocento si affermò l’idea che la corruzione fosse un indicatore di arretratezza politica e culturale. Per promuovere la modernizzazione era quindi necessario, tra le altre cose, lottare contro la corruzione. In effetti, riforme come l’allargamento del suffragio in Inghilterra furono favorite dal dibattito sulla corruzione. Secondo Engels, anche oggi molti ritengono la corruzione responsabile dello stato di arretratezza e crisi in cui si trovano molti paesi del mondo, soprattutto al di fuori dell’Occidente.

L’Europa è tornata agli anni Trenta?

«In modo molto simile agli anni Trenta, nell’Europa di oggi ci sono cinque diversi elementi in grado di condurre a un disastro geopolitico». Questo è quello che sostiene l’analista Dalibor Rohac su Politico.eu, mettendo assieme una serie di avvenimenti e processi recenti. I cinque elementi di somiglianza tra l’Europa di oggi e quella di ottant’anni fa sarebbero i seguenti:

1. Un sistema monetario inefficiente. La crisi del ’29 si trasformò nella Grande Depressione perché non furono prese misure adeguate in campo monetario, in grado di fornire liquidità ai mercati. In modo simile, negli ultimi anni «la Banca Centrale Europea ha esacerbato la crisi economica mancando sistematicamente per difetto il livello di inflazione che avrebbe dovuto perseguire e lasciando cadere nella deflazione i paesi alla periferia dell’eurozona».

2. L’emergere di una potenza revisionista. Vladimir Putin è diverso da Adolf Hitler, ma la Russia di oggi si sta affermando come una potenza bellicosa e con intenti revisionisti, che cerca di ristabilire la propria sfera di influenza col militarismo e con la destabilizzazione degli stati vicini. L’umiliazione provocata dal collasso dell’Unione sovietica è per certi versi simile a quella vissuta dalla Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.

3. Una mancanza di leadership. Nel periodo tra le due guerre mondiali le democrazie liberali erano troppo deboli: il Regno Unito non era più la potenza di un tempo, mentre gli Stati Uniti erano ancora isolazionisti. Oggi, l’amministrazione americana pare avere abbandonato l’Europa, il Regno Unito sta adottando un atteggiamento isolazionista, e la Germania appare riluttante ad assumere un ruolo di leadership internazionale.

4. Un sistema di cooperazione internazionale in disfacimento. Durante la crisi degli anni Trenta la Società delle Nazioni si dimostrò incapace di garantire il rispetto del diritto internazionale, e fallirono anche le istituzioni che avrebbero dovuto garantire il funzionamento dell’economia internazionale. Oggi l’Europa si è mostrata incapace di impedire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia e di gestire in modo adeguato e coordinato l’arrivo dei profughi.

5. La sconfitta nella battaglia delle idee. Negli anni Trenta i difensori della democrazia liberale e del libero mercato erano sulla difensiva rispetto ai sostenitori del fascismo e del comunismo. Anche oggi la sinistra radicale e la destra radicale sono in crescita un po’ ovunque in Europa, dall’Ungheria alla Grecia, dalla Francia al Regno Unito.

Come sottolinea Rohac, «benché preoccupanti, nessuna di queste tendenze è irreversibile. Né esse significano che l’Europa stia per rivivere il più tremendo avvenimento della sua storia». Tuttavia, queste tendenze indicano che «è più che probabile che l’Europa si trasformi da luogo di prosperità e democrazia in un luogo molto meno ospitale e più pericoloso».

Le altre grandi ondate di rifugiati in Europa

Negli ultimi mesi, un alto numero di richiedenti asilo ha raggiunto (o ha cercato di raggiungere) l’Europa. Anche se era da tempo che un numero così alto di profughi non si dirigeva verso l’Europa, il fenomeno non è affatto inedito: lungo tutto il corso del Novecento, a più riprese l’Europa ha accolto ondate di persone in fuga da guerre e persecuzioni. Basandosi sul lavoro dello storico Klaus Bade, France Culture ha realizzato un’immagine che mostra il susseguirsi delle principali ondate di profughi. L’immagine mostra solamente i casi di afflusso imponente di rifugiati in Europa, dunque quelli che hanno coinvolto più di 100.000 persone in un periodo di tempo inferiore a un anno.

I primi due casi di massiccio spostamento di popolazione in Europa hanno riguardato delle guerre civili, che misero in fuga molte persone durante i combattimenti e molti membri delle fazioni sconfitte alla fine della guerra: circa 600.000 russi scapparono dal loro paese dopo l’affermazione dei bolscevichi sulle forze anticomuniste nel 1922, e 500.000 repubblicani spagnoli ripararono in Francia dopo la vittoria di Francisco Franco nella guerra di Spagna.

Enormi spostamenti di popolazione interessarono l’Europa centrale alla fine della seconda guerra mondiale, con più di un milione di cittadini polacchi e cecoslovacchi di etnia tedesca che fuggirono dalle vendette e dalle politiche di pulizia etnica messe in atto nei loro paesi, trovando rifugio in Germania. Altri spostamenti dall’Europa centro-orientale verso occidente si ripeterono nei decenni successivi, in corrispondenza delle più gravi repressioni dei regimi comunisti contro i loro cittadini: quasi 200.000 ungheresi fuggirono dal loro paese nel 1956, 170.000 cecoslovacchi scapparono nel 1968, e 250.000 polacchi si diressero in Occidente nel 1982.

Negli anni Novanta i rifugiati provennero soprattutto dai Balcani: nel 1992 700.000 iugoslavi lasciarono il loro paese con lo scoppio della guerra, mentre 300.000 albanesi fuggirono dai disordini provocati dal collasso del regime comunista. Alla fine del decennio, altre centinaia di migliaia di profughi scapparono dal Kosovo in guerra, rifugiandosi nei paesi limitrofi.

Come rileva France Culture, l’attuale afflusso di rifugiati in Europa ha però alcune caratteristiche nuove rispetto ai casi passati: per la prima volta, arrivano contemporaneamente flussi di profughi con provenienze diverse. Ci sono persone che vengono dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dall’Eritrea. Inoltre, questa è la prima volta che arrivano in Europa grandi quantità di rifugiati di origine extraeuropea: durante tutto il corso del Novecento, le grandi ondate di profughi erano sempre composte da europei.

Alcuni stati vivono ancora nell’Ottocento

Tra i grandi attori internazionali, l’unico che si comporta davvero come un attore del XXI secolo è l’Unione europea. Gli altri – Stati Uniti, Russia, Cina – hanno delle visioni del mondo che sono ancora ferme al Novecento o addirittura all’Ottocento: «alcuni paesi sembrano serenamente legati a una visione del mondo propria del XXI secolo, mentre altri stati rimangono legati a visioni del mondo che risalgono a secoli fa». A sostenere quest’idea è lo studioso di relazioni internazionali Stephen M. Walt, che ne ha scritto recentemente su Foreign Policy.

I paesi dell’Unione europea sarebbero i migliori esempi di una mentalità da XXI secolo: hanno una visione liberale della politica internazionale, non amano la politica di potenza e il nazionalismo, e credono nel valore della democrazia, dello stato di diritto e di istituzioni transnazionali forti. Hanno ridotto fortemente le loro spese militari, scegliendo di puntare piuttosto sulla diplomazia e sull’esercizio del soft power.

Alcuni tra i vicini dell’Unione europea non appaiono però agire secondo una mentalità da XXI secolo. La Russia, ad esempio: la sua invasione della Crimea a inizio 2014 venne appunto criticata come un atto “da XIX secolo”. La politica estera russa è ancora ottocentesca, nel senso che rimane molto legata a concetti come la sovranità nazionale, la potenza dello stato, l’equilibrio tra le potenze. Ricorre anche alla forza per difendere la sua sfera di influenza, utilizzando vecchi strumenti come invadere altri stati o promuovere guerre civili nei loro territori.

Anche la Cina sarebbe uno stato che è sostanzialmente rimasto all’Ottocento, con la sua ossessione per la forza politica ed economica e il suo obiettivo di stabilire un’ampia zona di influenza in Asia. Pure la politica di Israele sarebbe ancora ottocentesca, con la promozione della colonizzazione dei territori occupati e con la perdurante influenza di un’ideologia politica – il sionismo – che «in fondo è mero nazionalismo etnocentrico da Europa ottocentesca». Secondo Walt, le visioni del mondo di altri attori internazionali risalgono ad epoche ancora più remote: l’Arabia Saudita, i talebani, Al Qaeda e l’ISIS fanno tutti riferimenti a idee del VI secolo.

Secondo Walt, gli Stati Uniti «sono una sorta di combinazione di idealismo da XXI secolo e di politica di potenza da XIX secolo». A livello retorico, sono molto attaccati ai concetti di democrazia, diritti umani, uguaglianza di genere, apertura dei mercati, e così via. Tuttavia, nei fatti gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro posizione egemonica, sostengono numerosi regimi non democratici, ignorano il diritto e le istituzioni internazionali quando li ritengono d’ostacolo, e talvolta attaccano con la forza degli altri stati.

Walt sostiene che le differenze tra le visioni del mondo dei diversi stati siano importanti perché provocano incomprensioni reciproche: l’Europa capirà poco della politica della Russia se la guarda da una prospettiva del XXI secolo, ed entrambi avranno difficoltà ad anticipare e comprendere i loro comportamenti reciproci. La visione del mondo influenza anche gli strumenti e il linguaggio di cui uno stato dispone, per cui «quando dei paesi con diverse visioni del mondo interagiscono, uno di essi o entrambi possono ritrovarsi incapaci di parlare o di agire con un linguaggio che l’altro capisca».

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

I diritti dei gay nel mondo, dal ‘700 a oggi

Il Washington Post ha pubblicato un’infografica in cui mostra il progresso dei diritti LGBT nel mondo negli ultimi secoli. Il primo provvedimento a loro favore fu la depenalizzazione degli atti omosessuali decisa dalla Francia rivoluzionaria nel 1791.

L’infografica è divisa per categorie e mostra i passi avanti fatti nei singoli stati in sei specifici campi della lotta per la parità dei diritti: abolizione del reato di omosessualità; punizione delle discriminazioni verso gli omosessuali sul posto di lavoro; possibilità di adozione per le coppie dello stesso sesso; riconoscimento delle coppie omosessuali; riconoscimento delle unioni civili; estensione del matrimonio a coppie dello stesso sesso.

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A oggi, l’omosessualità non è più considerata reato in 116 paesi del mondo, che rappresentano il 54,84% della popolazione mondiale, pari a circa 4 miliardi di persone. Il primo paese a depenalizzare l’omosessualità fu appunto la Francia nel 1791; la Repubblica Centrafricana, il Mozambico, Palau e Vanuatu sono stati gli ultimi paesi in ordine di tempo a eliminare il reato di omosessualità. In generale, il processo di depenalizzazione  è andato molto a rilento fino agli anni Novanta del Novecento, quando grandi paesi come la Russia (1993), la Cina (1997) e gli Stati Uniti (2003) hanno deciso di eliminare dai loro ordinamenti le leggi che punivano gli atti omosessuali.

L’introduzione di specifiche misure contro la discriminazione delle persone LGBT nei luoghi di lavoro è invece un processo molto più tardo, iniziato – sempre in Francia – solo nel 1985. A oggi, specifiche leggi contro la discriminazione sul lavoro esistono in 65 paesi del mondo, che rappresentano circa un miliardo di persone.

Più esigui, ma in rapido aumento, sono i numeri che riguardano il riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone dello stesso sesso. A oggi, una o l’altra di queste forme di riconoscimento sono disponibili per poco più di un miliardo di persone. Il matrimonio è stato introdotto per la prima volta nei Paesi Bassi nel 2001 – contestualmente alla possibilità di adozione di figli, che prima non era prevista in nessun paese al mondo. Con la recente sentenza della Corte Suprema statunitense che estende il matrimonio tra persone dello stesso sesso a tutti i 50 stati dell’Unione, gli Usa sono il diciannovesimo paese a renderlo possibile.

Forme di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso diverse dal matrimonio sono presenti in 15 stati del mondo. In 11 di questi, pari a quasi 400 milioni di abitanti, è stato introdotto l’istituto giuridico della convivenza registrata per le coppie dello stesso sesso (“unioni civili”). Il primo paese a introdurlo è stata la Germania nel 2001. Altri quattro paesi (Israele, Andorra, Repubblica Ceca e Costa Rica) non hanno introdotto le unioni civili come in Germania, ma prevedono comunque qualche forma di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso.

Tutte le vittime di tutte le guerre del mondo

Max Roser (2015) – ‘War and Peace before 1945’. Published online at OurWorldInData.org. Retrieved from: http://ourworldindata.org/data/war-peace/war-and-peace-before-1945/
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Max Roser ha realizzato un grafico che mostra il numero delle vittime di tutte le guerre combattute nel mondo dal 1400 a oggi, che sono state più di 3.700. Le vittime militari e civili di ciascun conflitto sono rappresentate con dei cerchi rosa, che hanno una dimensione proporzionata al numero assoluto delle vittime complessive di quella guerra. Più un cerchio è grande, più furono le vittime di quel conflitto. In termini assoluti, le guerre più sanguinose della storia mondiale degli ultimi sei secoli sono state le due guerre mondiali, seguite dalla guerra dei trent’anni (1618-48).

Dato che le dimensioni della popolazione mondiale sono cresciute di molto nel corso degli ultimi secoli, la posizione di ciascun cerchio sull’asse delle ordinate indica la sua gravità relativa: per ogni conflitto viene cioè stimato quante, tra le persone viventi all’epoca, ne rimasero vittima. Anche da questo punto di vista la seconda guerra mondiale rimane il conflitto più sanguinoso della storia, mentre invece la guerra dei trent’anni appare come relativamente più sanguinosa della prima guerra mondiale; altro conflitto molto grave fu quello delle guerre napoleoniche.

La linea rossa indica l’andamento annuale del numero globale delle vittime di guerra: per ciascun anno, sono state sommate le vittime cadute in tutti i conflitti in corso nel mondo. L’andamento annuale del numero delle vittime mostra la successione di tre periodi storici diversi. Il primo periodo è quello del basso medioevo e della prima età moderna, caratterizzati da scarse oscillazioni e da molte piccole guerre. Il secondo periodo è quello compreso tra inizio Seicento e fine Ottocento, interessato da grandi oscillazioni nel numero delle vittime e da una successione periodica di grandi conflitti: circa ogni cinquant’anni veniva raggiunto un picco nel tasso di mortalità delle guerre. Il terzo periodo è il Novecento, con le due grandi crisi ravvicinate delle guerre mondiali, seguite da un periodo – di durata senza precedenti – in cui il rapporto tra il numero globale delle vittime e il numero complessivo degli abitanti della Terra ha continuato a diminuire.

Max Roser è un economista dell’università di Oxford e cura il progetto Our World in Data, sul cui sito ha pubblicato il grafico sulle vittime delle guerre degli ultimi secoli. Il database sul numero delle vittime su cui si basa il grafico è tratto dal Conflict Catalog elaborato da Peter Brecke del Center for global economic history dell’università di Utrecht, mentre i dati sulla popolazione mondiale sono tratti da HYDE e dalle Nazioni Unite.