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La strage di Bologna nella cultura popolare

Il 2 agosto 1980 i Nuclei Armati Rivoluzionari, gruppo di terroristi fascisti, misero una bomba alla stazione di Bologna, causando 85 morti e 200 feriti. Se la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969 viene vista come data di apertura della strategia della tensione, quella di Bologna in qualche maniera chiude quel periodo storico. In molti hanno indagato le trame che stanno dietro a questo attentato: la magistratura ha individuato i colpevoli nei NAR, ma si è ipotizzato il coinvolgimento di una serie di altri attori, dai servizi segreti deviati ai terroristi palestinesi.

La strage di Bologna colpì molto l’opinione pubblica, ma solo negli ultimi anni pare che la cultura popolare se ne stia occupando. Ne parla ad esempio il romanzo di Gennaro de Cataldo sulla banda della Magliana, Romanzo Criminale, alludendo a legami tra stato, criminali e attentatori. Il tema è ripreso anche nel film e nella serie televisiva ispirati al romanzo.

La strage viene citata anche nel film L’Estate di Martino di Massimo Natale (2010). In questo film la strage, pur non rappresentata direttamente, chiude un ciclo, una stagione di vita, non solo del protagonista, ma di tutto il paese.

Nel 2014 è uscito il primo film che parla direttamente della strage, si intitola Bologna 2 agosto….I giorni della collera , ed è stato realizzato da Giorgio Molteni e Daniele Santamaria Maurizio. Infine quest’anno è stato prodotto La linea gialla, che racconta la vita della più giovane vittima dell’attentato, Angela Fresu.

Vi sono diversi documentari sulla strage, come Il trentasette, memorie di una città ferita realizzato nel 2005 da Roberto Greco. Il titolo fa riferimento a un autobus che subito dopo la strage venne utilizzato come pronto soccorso mobile. Vi sono poi le opere del regista Filippo Porcelli dedicate alla memoria della strage: 2 agosto 1980. Oggi del 2005; 2 agosto, stazione di Bologna. Binario 9 ¾ del 2006; NowHere del 2007; 10:25 del 2010. Infine, nel 2012 è uscito  Un solo errore – Bologna, 2 agosto 1980, di Matteo Pasi.

La strage è stata citata direttamente o indirettamente in molte canzoni. Giorgio Gaber ad esempio la nomina in Qualcuno era comunista“Qualcuno era comunista perché piazza Fontana, Brescia, la stazione di Bologna, l’Italicus, Ustica, eccetera, eccetera, eccetera”. Anche Guccini e Bertoli vi alludono in due loro brani.

L’epoca in cui è avvenuta la strage di Bologna è molto diversa da quella dell’attentato in Piazza Fontana, ed è proprio la diversa tipologia di canzoni che vengono composte a riguardo. Molte canzoni sull’attentato a Milano furono composte negli anni immediatamente successivi alla strage. Al contrario, le canzoni sull’attentato a Bologna sono molto successive e sono molte meno, e spesso sono canzoni di gruppi bolognesi o dell’Emilia Romagna. Un’altra differenza è che i brani che parlano di Bologna sono quasi rassegnati e cantano lo sgomento, la mancanza e lo strazio, mentre quelli su piazza Fontana cantavano la rabbia e la voglia di rivalsa.

Nel 2001 Lucilla Galeazzi dedicò Per Sergio a un suo concittadino morto nella strage. Nel 2013 i Modena CIty Ramblers hanno composto, nel loro classico stile folk, il brano Il giorno che il cielo cadde su Bologna. 

Anche Bologna, 10 e 25 di Paolo Fiorucci canta delle vittime, lo strazio di chi si è perso e di chi stava partendo per le ferie. Anche in questo caso però è come se mancasse un contesto politico preciso: è un dolore personale più che politico.

Gli Oblivion sono un gruppo musicale, comico e teatrale. Con uno stile ispirato al Quartetto Cetra, nel brano La stazione di Bologna (2012) raccontano non tanto della strage ma di una giornata alla stazione dei treni, e solo nell’ultima strofa il riferimento alla strage si fa esplicito con la citazione dell’orologio fermo alle 10:25.

Gli Offlaga Disco Pax sono un gruppo emiliano e con la loro musica spesso dissonante sono considerabili un gruppo impegnato di questi anni. Parlano della loro terra e lo fanno spesso in modo tagliente. In un brano del 2008, Sensibile, ragionano e riflettono su una base musicale lieve su chi ha compiuto la strage. Parlano di loro non come mostri, ma come uomini e donne, mettendone in luce le contraddizioni e le storture dei loro ragionamenti.

Infine, nel 2014 i bolognesi Lo Stato Sociale hanno raccontato la strage con gli occhi di un bambino che parla del padre che lavora sulla linea 30, uno degli autobus che transitava davanti alla stazione.

Francia e Belgio litigano ancora per Waterloo

Questa settimana il governo belga ha presentato due monete coniate per celebrare il duecentesimo anniversario della battaglia di Waterloo, che fu combattuta dei dintorni di Bruxelles il 18 giugno 1815. Nella battaglia l’esercito francese guidato da Napoleone Bonaparte fu duramente battuto da un’alleanza composta da forze britanniche, tedesche, prussiane, belghe e olandesi. La sconfitta segnò la fine del regno di Napoleone, che abdicò quattro giorni più tardi.

L’intenzione belga di commemorare l’anniversario di Waterloo con – tra le altre cose – delle monete era stata annunciata la scorso inverno, ma a inizio marzo il governo francese aveva annunciato la propria contrarietà. Sosteneva che il progetto avrebbe rischiato di provocare «una reazione negativa» in Francia, poiché Waterloo «ha una risonanza particolare nella coscienza collettiva, che va al di là della semplice evocazione di un avvenimento militare».

Senza l’accordo di tutti i paesi della zona euro, non è possibile coniare monete commemorative. Le regole dell’euro permettono però ai singoli paesi di coniare autonomamente delle monete commemorative, purché abbiano dei valori non convenzionali. Le monete belghe su Waterloo valgono 2,5 e 10 euro, e sono utilizzabili solo in Belgio. Sulla moneta da 2,5 euro sono rappresentati il monumento eretto a Waterloo pochi anni dopo la battaglia e la disposizione degli schieramenti coinvolti nel combattimento.

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

Perché il Südtirol è territorio italiano?

Lo scorso 24 maggio, in occasione delle celebrazioni del centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, la provincia di Trento e alcuni comuni del Trentino-Alto Adige/Südtirol hanno deciso di lasciare la bandiera italiana a mezz’asta. Altri comuni altoatesini hanno deciso di non esporre proprio la bandiera italiana, ritenendo che ci fosse ben poco da celebrare nella ricorrenza.

Il Trentino e l’Alto Adige/Südtirol furono annessi all’Italia nel 1919, dopo la sconfitta austriaca nella prima guerra mondiale. In seguito agli accordi di pace passarono all’Italia anche le terre irredente di Trieste, Gorizia e dell’Istria. Per l’Italia si trattò di annessioni strategicamente molto importanti. La linea di frontiera fu fissata sullo spartiacque alpino, così che l’Italia poté sfruttare le Alpi come un enorme bastione, mettendo tra sé e i suoi nemici storici un confine naturale facilmente difendibile.

Tuttavia, mentre per Trento e Trieste l’annessione fu salutata come un “ritorno a casa”, i sudtirolesi vissero il passaggio all’Italia come l’imposizione di un dominio straniero e imperialista. Secondo le statistiche disponibili, nel 1910 la popolazione germanofona nell’area altoatesina ammontava a oltre il 90% del totale. Degli abitanti rimanenti, quasi la metà era di lingua ladina: gli italofoni erano veramente pochi. Un discreto numero di germanofoni, tuttavia, portava ancora un cognome italiano, che era sopravvissuto alla politica di assimilazione culturale promossa dall’impero austriaco a metà Ottocento.

Mappa etnolinguistica dell’Impero austroungarico nel 1910 (Fonte: Wikipedia)

In ogni caso, alcuni irredentisti e politici italiani, i cosiddetti salornisti, videro nell’annessione italiana del Sud Tirolo una palese negazione del principio di nazionalità che, al contrario, avrebbe dovuto secondo loro ispirare i vincitori della guerra nel disegnare i nuovi confini degli stati europei. Tra i salornisti – che prendevano il nome dalla chiusa di Salorno, il punto della valle dell’Adige considerato il confine tra Trentino e l’Alto Adige/Südtirol – spiccavano i nomi dell’irredentista trentino Cesare Battisti e di altri importanti politici italiani come Leonida Bissolati, Filippo Turati e Gaetano Salvemini.

A seguito dell’annessione, i rapporti tra italofoni e germanofoni non furono mai facili. Negli anni Venti e Trenta il fascismo avviò una campagna di assimilazione culturale che esasperò la popolazione tedesca. Dopo le speranze riversate sull’occupazione tedesca e sui possibili cambiamenti di confine nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta alcuni movimenti autonomisti altoatesini utilizzarono il terrorismo per rivendicare l’indipendenza della regione. Gli attentati rallentarono solo nel 1972, quando il nuovo statuto di autonomia svuotò di fatto le competenze della regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, trasferendo l’ampia autonomia amministrativa e fiscale di cui godeva alle due province autonome.

Le comunità germanofona e italofona vivono oggi in gran parte in modo separato. Le questioni della memoria legata al passaggio del Sud Tirolo all’Italia e alle politiche italiane di assimilazione della popolazione germanofona rimangono ancora molto delicate. Tensioni e controversie emergono soprattutto in occasione di ricorrenze e celebrazioni nazionali – come il 24 maggio scorso o in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

La seconda guerra mondiale in Europa non finì l’8 maggio 1945

Si celebra in questi giorni il settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in Europa. La data è quella dell’8 maggio, il giorno in cui la Germania firmò la resa incondizionata agli Alleati. Tuttavia, non è che dal 9 maggio in poi l’Europa si ritrovò in una situazione di pace: gli strascichi violenti della guerra proseguirono anche nei mesi e negli anni successivi, un po’ in tutta Europa.

La storia del periodo immediatamente successivo alla conclusione officiale della guerra in Europa è stata molto trascurata fino a pochi anni fa. È una storia poco edificante, che stride con le narrazioni dominanti e con le mitologie costruite dagli stati democratici emersi dopo la guerra. Il primo grande studio della storia d’Europa tra il 1944 e il 1949 è stato pubblicato in italiano nel 2013: scritto da Keith Lowe, si intitola Il continente selvaggio (Laterza).

Sono tre i grandi fenomeni messi in luce da Lowe: la vendetta, la pulizia etnica, e la guerra civile. La vendetta colpisce gli sconfitti: i nazisti, i tedeschi, i fascisti, i collaborazionisti. Si tende a identificare nazisti e tedeschi, e dunque a colpire i tedeschi in quanto tali, indipendentemente dal loro ruolo e dalle loro convinzioni politiche. Si tende innanzitutto a colpire le donne tedesche, vittime di stupri di massa da parte delle truppe di occupazione. L’uso dello stupro come mezzo di umiliazione e vendetta fu in realtà diffuso un po’ ovunque in Europa, tanto che Lowe sostiene che nelle fasi finali del conflitto «si verificarono più stupri che durante ogni altra guerra della storia».

Altre storie di vendetta sono quelle degli ebrei che vogliono colpire la popolazione tedesca. Ci sono dei gruppi di ebrei che organizzano avvelenamenti di massa – progettano anche un’operazione, non riuscita, per avvelenare gli acquedotti di cinque città della Germania. I prigionieri di guerra tedeschi sono ridotti in condizioni simili a quelle in cui erano stati tenuti gli ebrei nei campi di concentramento. In molti casi i prigionieri sono tenuti a gruppi di decine di migliaia in alcuni grandi prati recintati, senza nessun tipo di riparo o servizio: in campi come quello di Bad Kreuznach c’era un solo rubinetto d’acqua per tutti i 56.000 uomini reclusi. Molti tedeschi fatti prigionieri dai sovietici sono deportati nei gulag, e vi rimangono fino al 1950, in alcuni casi addirittura fino al 1957.

La pulizia etnica riguarda soprattutto l’Europa centro-orientale, dove ancora prima della guerra convivevano molte etnie differenti. Avvengono enormi spostamenti di popolazioni, a partire dalla fuga o dall’espulsione degli ebrei sopravvissuti. I cambiamenti di confine tra la Germania, la Polonia e l’Ucraina (in tutti e tre i casi, i confini traslano verso occidente) comportano lo spostamento di milioni di persone, spesso accompagnati da violenze e soprusi. I polacchi vengono espulsi dall’Ucraina, e soprattutto i tedeschi vengono espulsi con grande violenza dalle regioni che sono entrate a far parte della Polonia.

La guerra civile si manifesta in tre contesti diversi. Uno è quello dei paesi occidentali come l’Italia o la Francia, dove vengono uccisi decine di migliaia di fascisti e collaborazionisti. Stando a Lowe, «la violenza del dopoguerra nell’Italia del Nord fu molto peggiore che nel resto dell’Europa occidentale», fece tra le 12.000 e le 20.000 vittime. Un altro contesto di guerra civile è quello della Grecia, dove scoppia un vero e proprio conflitto su larga scala.

Lowe parla poi della guerra che scoppia nell’Europa orientale contro l’affermazione dell’egemonia sovietica su quelle regioni. In Polonia, in Ucraina e nei paesi baltici si forma un massiccio movimento di resistenza armata contro i sovietici, la cui storia è rimasta ampiamente sconosciuta in Europa occidentale. Per più di dieci anni, centinaia di migliaia di partigiani nazionalisti lottano contro i sovietici, con decine di migliaia di vittime da entrambe le parti. Il conflitto contro i sovietici fu particolarmente duro nell’Ucraina occidentale.

Oltre a queste storie di vendetta e di violenza, ci sono poi innumerevoli storie di miseria e distruzione. I tedeschi che sono rimasti senza casa a causa della distruzione delle loro città sono fra i 18 e i 20 milioni. Tantissimi bambini hanno perso i genitori, anche in Italia: a Milano, Roma e Napoli nel 1946 ci sono ancora 180.000 bambini vagabondi. La fame è una realtà diffusa, tanto che c’è chi mangia i cani o l’erba – a Napoli vengono rubati pure tutti i pesci tropicali dell’acquario cittadino.

Secondo Lowe, la ragione per cui la conclusione ufficiale della guerra mondiale fu seguita da tanta violenza in tutta Europa era che «la seconda guerra mondiale […] non fu solo un conflitto tradizionale per il territorio: fu simultaneamente una guerra per la razza, e una guerra fra ideologie, e si intrecciò con una mezza dozzina di guerre civili combattute per ragioni puramente locali. Poiché i tedeschi erano solo un ingrediente di questo ampio fascio di conflitti diversi, è chiaro che la loro sconfitta non poteva portare alla fine della violenza».

I 60 anni della conferenza di Bandung

Sono passati 60 anni dalla prima conferenza di Bandung che nella primavera del 1955 riunì, nella città indonesiana, delegati da 29 paesi dell’Africa e dell’Asia. Quest’anno 109 delegati da paesi africani e asiatici si sono ritrovati nella stessa città, non solo per celebrare l’anniversario ma per continuare una collaborazione che dura da allora.

Micheal R. Anderson, professore alla University of Texas, racconta che cosa abbia significato quella storica conferenza e che cosa significhi oggi la collaborazione tra i paesi non occidentali. Nella conferenza di quest’anno i delegati si sono incontrati con una chiara agenda: potenziamento della cooperazione Sud-Sud per promuovere un mondo di pace e prosperità. Hanno anche rinnovato l’impegno, preso nel 50° anniversario della prima conferenza, per una nuova partnership strategica afro-asiatica.

Anderson spiega come la Conferenza del 1955 non fu il primo incontro di rappresentanti afro-asiatici per discutere di affari internazionali. Nei primi anni del Novecento era stato fondato l’Istituto per le Relazioni del Pacifico (Institute of Pacific Relations), dove intellettuali occidentali e asiatici, che prima avevano collaborato attraverso reti non ufficiali e transoceaniche, si incontravano con lo scopo di incoraggiare prospettive regionali piuttosto che nazionali.

Dopo la fine della seconda guerra mondiale il processo di collaborazione tra i paesi asiatici riprese al di fuori dal controllo occidentale. Nel 1947 il Concilio indiano per gli affari internazionali, controllato dal partito del Congresso, organizzò a Delhi una Conferenza sulle relazioni asiatiche – un predecessore poco conosciuto ma molto importante della Conferenza di Bandung. Successivamente, durante l’ultimo sanguinoso mese dell’occupazione olandese dell’Indonesia, le potenze regionali si confrontarono su come intervenire nella crisi. Dopodiché il crollo dell’impero francese in Indocina spinse i leader asiatici a incontrarsi ancora una volta. A Colombo, capitale dell’allora Ceylon, si incontrarono nel 1954 i rappresentanti dei governi di India, Pakistan, Birmania, Indonesia e Ceylon. Molti furono i punti di disaccordo tra questi paesi, ma su uno, proposto dal presidente indonesiano Sukarno, concordarono tutti: aumentare il numero dei partecipanti e coinvolgere i paesi africani.

Sukarno inaugura la Conferenza di Bandung
Sukarno inaugura la Conferenza di Bandung

Alla metà di aprile del 1955, i delegati di 29 paesi africani e asiatici – molti dei quali avevano appena raggiunto l’indipendenza – si incontrarono per quella che è stata la più famosa conferenza dei paesi non occidentali della storia. Aprendo i lavori, il presidente Sukarno cercò di tranquillizzare gli occidentali riguardo alla possibilità della formazione di un blocco politico afro-asiatico. Sukarno definì la conferenza come l’espressione di un sincero spirito internazionalista, piuttosto che come il prodotto di semplici obiettivi razziali o regionali:

“[Questa conferenza] non è un club esclusivo […] non un blocco che cerca di opporsi agli altri blocchi. È il corpo di illuminate e tolleranti opinioni che cercano di spiegare al mondo che tutti gli uomini e tutti i paesi hanno il diritto di avere il proprio posto al sole – di spiegare al mondo che è possibile vivere insieme, confrontarsi, parlarsi senza perdere la propria identità individuale; e che vuole contribuire alla comprensione generale dei problemi e delle preoccupazioni comuni, e sviluppare una vera conscienza dell’interdipendenza degli uomini e delle nazioni per il loro benessere e la sopravvivenza sulla terra”

La conferenza definì il colonialismo «in tutte le sue manifestazioni, un male che dovrebbe essere velocemente curato» – una dichiarazione ampia abbastanza da condannare sia il colonialismo occidentale che il controllo sovietico sui paesi dell’Est Europa. Altri elementi del comunicato finale della conferenza includono impegni per la cooperazione economica e culturale, sostegni ai diritti fondamentali, all’autodeterminazione dei popoli e alla promozione della pace nel mondo e della cooperazione – principi che cercano di stabilire una base comune nelle relazioni internazionali piuttosto che infiammare vecchie animosità.

I politici occidentali, racconta Anderson, inizialmente si preoccuparono per questa collaborazione. John Foster Dulles, nel 1955 segretario di Stato staunitense, era preoccupato dalla possibile nascita di un blocco afro-asiatico che cercasse di avere un ruolo sulla scena internazionale. Ma questa non era l’intenzione dei paesi asiatici. Nicholas Mansergh partecipò alla conferenza di Delhi del 1947, mentre George Kahin a quella di Bandung del 1955. Il primo, rappresentante del Royal Institute of International Affairs, notò come non ci fosse astio verso il Regno Unito come potenza coloniale. Tuttavia, il destino del suo impero era segnato: seppur con cautela, il Regno Unito avrebbe dovuto considerare la collaborazione tra i paesi asiatici come uno sviluppo positivo nelle relazioni internazionali. Il secondo, direttore associato del programma per il Sud-Est asiatico alla Cornell University, osservò che l’affermazione dei popoli asiatici e africani significava che essi avrebbero avuto una maggiore determinazione, non minore, nell’impegnarsi con l’Occidente per la risoluzione dei problemi internazionali.

Cosa videro Nicholas Mansergh a Nuova Delhi nel 1947 e George Kahin a Bandung nel 1955 che John Forster Dulles non vide? Come osservatori occidentali in conferenze che minimizzavano la presenza di delegati occidentali, Mansergh e Kahin entrarono in un mondo nel quale l’Occidente non agiva da arbitro e non riceveva l’attenzione centrale dei participanti. L’attenzione dei delegati era incentrata su uno dei maggiori eventi del Novecento: la transizione di milioni di persone dal colonialismo all’indipendenza. Riconobbero che le popolazioni di Africa e Asia avevano delle priorità diverse da quelle occidentali. Fondamentalmente, compresero che la cooperazione tra i paesi in in via di sviluppo non era soltanto una questione regionale, ma avrebbe determinato il destino di tutto il mondo.

Che aspetto aveva Berlino alla fine della guerra, 70 anni fa

Settant’anni fa finiva la seconda guerra mondiale in Europa. Adolf Hitler si suicidò il 30 aprile 1945, e due giorni dopo Berlino venne interamente conquistata dall’esercito sovietico. Il 7 e 8 maggio la Germania firmò la resa incondizionata, prima a Reims e poi a Berlino. (La resa entrò in vigore quando a Mosca era già il 9 maggio: in Russia la fine della guerra si celebra quel giorno).

Berlino non fu certo la sola grande città europea a subire pesanti distruzioni durante la guerra, ma la sua distruzione e la sua conquista assunsero un particolare significato, dato che si trattava della capitale della Germania nazista e dell’ultima, decisiva città a cadere. In occasione del settantesimo anniversario della fine dei combattimenti a Berlino e in Europa, il quotidiano berlinese Berliner Morgenpost ha pubblicato una serie di fotografie che permettono di confrontare l’aspetto di alcuni scorci di Berlino nel 1945 e al giorno d’oggi.

Sempre in occasione dell’anniversario, su Vimeo Konstantin von zur Mühlen ha pubblicato un documentario a colori dell’epoca sull’aspetto che aveva il centro di Berlino poche settimane dopo la fine della guerra, nel luglio 1945.

Perché gli americani persero in Vietnam, secondo Nixon

Quarant’anni fa terminava la guerra del Vietnam, con l’ingresso delle truppe comuniste nella capitale del Vietnam del Sud Saigon. Fu la prima grande sconfitta subita in una guerra dagli Stati Uniti, che ne colpì gravemente il prestigio internazionale. La sconfitta del Vietnam incise profondamente anche sul modo in cui gli americani guardavano al loro ruolo nel mondo e ne condizionò le scelte di politica estera, almeno fino all’intervento in Iraq nel 2003.

Gli Stati Uniti erano intervenuti in Vietnam a partire dai primi anni Sessanta, e col tempo il loro coinvolgimento si era fatto sempre più pesante. Le ragioni che li avevano spinti a intervenire erano quelle della guerra fredda. L’egemonia giapponese nel Sud-Est asiatico era terminata con la sconfitta subita nella seconda guerra mondiale, l’egemonia francese e britannica nella regione era terminata con la decolonizzazione: rimaneva da stabilire se la regione dovesse ricadere nella sfera di influenza occidentale oppure in quella comunista. Quando iniziarono i combattimenti tra comunisti e filo-occidentali in Vietnam, le superpotenze intervennero rispettivamente a sostegno degli uni e degli altri. Il loro intervento seguiva la “teoria del domino”: chi si sarebbe assicurato il controllo del Vietnam si sarebbe assicurato il controllo dell’intero Sud-Est asiatico.

In occasione del quarantesimo anniversario della fine della guerra, lo studioso di affari internazionali Francis P. Sempa ha ripreso su The Diplomat un libro che l’ex presidente degli Stati Uniti Richard Nixon dedicò alla guerra del Vietnam in occasione del decimo anniversario dalla sua fine. Già il titolo è significativo: No More Vietnams, Mai più Vietnam (in italiano è stato pubblicato da Reverdito).

Figura politica di primo piano e appassionato di politica estera, Nixon aveva seguito tutta l’evoluzione della politica statunitense sul Vietnam, a partire dal sostegno americano ai francesi che lottavano per difendere il loro dominio in Indocina nei primi anni Cinquanta. La guerra del Vietnam viene generalmente associata con l’azione dello stesso Nixon e del suo braccio destro per la politica estera, Henry Kissinger (che vinse pure il Nobel per il suo ruolo nei negoziati sul Vietnam). L’amministrazione Nixon, in carica dal 1969 al 1974, gestì effettivamente gli ultimi anni della guerra, anche se Nixon era già stato costretto a dimettersi quando cadde Saigon.

Nel suo libro, Nixon difese la scelta americana di intervenire militarmente nel Sud-Est asiatico, ma rifletté sugli errori commessi dagli Stati Uniti. Primo grande errore, la scelta dell’amministrazione Kennedy di appoggiare l’uccisione del presidente sudvietnamita Ngo Dinh Diem nel 1963, che contribuì a indebolire e destabilizzare il Paese. Secondo errore, l’insufficiente attenzione posta al Laos e alla Cambogia, che confinavano col Vietnam e il cui controllo fu preso dai comunisti. Dal punto di vista politico e militare, la situazione in Laos e Cambogia complicò di molto le cose per i filo-occidentali nella regione.

Secondo Nixon, l’errore più grave commesso dagli Stati Uniti in Vietnam fu un errore di interpretazione: mentre gli americani vedevano il conflitto come uno scontro tra il governo sudvietnamita e dei ribelli, in realtà lo scontro andava trattato come un conflitto regionale, in cui i nemici principali non erano i ribelli sudvietnamiti, ma il Vietnam del Nord, il Laos e la Cambogia. L’ultimo grave errore fu commesso secondo Nixon dal Congresso americano, che finì per ostacolare la messa in pratica degli accordi di pace conclusi nel 1973. Quegli accordi furono visti da Nixon come una vittoria degli Stati Uniti, ma le decisioni prese dal Congresso resero impossibile vincere politicamente la guerra.

Fonte dell’immagine: Bauman Rare Books

La prima passeggiata nello spazio, cinquant’anni fa

«Tutto era nero come l’inchiostro, le stelle erano ovunque e la luce del Sole era così forte che non riuscivo a sopportarla». Era il 18 marzo del 1965. A distanza di cinquantanni, l’ex cosmonauta russo Aleksej Leonov, ormai ottantenne, ha ricordato così in un’intervista al quotidiano britannico The Guardian la sua passeggiata spaziale, la prima mai compiuta da un uomo.

Leonov è rimasto nello spazio a cinquecento chilometri di altezza per dodici minuti, legato con un cavo di 4,5 metri alla navicella Voschod 2, dove lo attendeva il suo compagno di missione Pavel Beljaev. Anche se la propaganda sovietica descriverà la missione come un completo successo, entrambi gli uomini hanno rischiato più volte la vita. Durante l’escursione, la tuta di Leonov si è gonfiata a causa della pressione, impedendo così al cosmonauta di rientrare nella navicella: solo l’espulsione di quasi tutto l’ossigeno ha permesso a Leonov di sgonfiare la tuta e rientrare nella Voschod. La passeggiata spaziale è stata così faticosa che in dodici minuti il cosmonauta ha perso sei chili di peso.

Leonov durante la sua passeggiata spaziale

Leonov e Beljaev hanno incontrato problemi anche durante il ritorno sulla Terra: a causa di un guasto al sistema automatico di rientro della Voschod, i due sono stati costretti a pilotare manualmente la navicella, atterrando rovinosamente tra le foreste degli Urali, a duemila chilometri dal punto stabilito. Al Guardian Leonov ha raccontato: «Aspettammo i soccorsi nella foresta per tre giorni, mentre la radio e la tv sovietica giustificarono la nostra assenza dicendo che eravamo già in vacanza dopo il volo».

Una volta rientrati in Unione Sovietica i due cosmonauti sono diventati – come era già accaduto a Yuri Gagarin – degli eroi. Leonov, in particolare, ha continuato la sua carriera di cosmonauta partecipando prima al programma lunare sovietico e poi, nel 1975, comandando un’altra storica missione, la Soyuz 19, il primo volo spaziale congiunto sovietico-americano.

Nella storia della corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la passeggiata di Leonov fu il terzo smacco subito dagli americani. Dopo il primo satellite (lo Sputnik nel 1957) e il primo uomo nello spazo (Gagarin nel 1961), i sovietici erano riusciti a battere gli americani sul tempo anche sull’attività extra-veicolare, riuscendo a far camminare Leonov nello spazio tre mesi prima dell’astronauta statunitense Edward White.

L’impresa di Leonov fu però l’ultima grande vittoria sovietica: l’ennesima sconfitta spinse gli americani a intensificare gli sforzi per la missione Apollo che, nonostante i primi fallimenti (lo stesso White è morto nel 1967 durante i test dell’Apollo 1), riuscì a raggiungere la Luna il 20 giugno 1969.

Cosa ha insegnato alle potenze la fine della guerra fredda

I modi in cui gli stati interpretano gli avvenimenti storici influenzano il loro approccio alla politica estera. Sul Los Angeles Times lo storico statunitense Jeffrey A. Engel riflette sui diversi modi in cui la fine della guerra fredda viene vista negli Stati Uniti, in Europa, in Russia e in Cina, e sulle lezioni che ne sono state tratte per le loro politiche estere.

Per gli Stati Uniti, la sconfitta del blocco sovietico fu dovuta principalmente alla forza economica e militare americana e all’attrazione esercitata dal modello di vita americano. La lezione che ne è stata tratta è che gli Stati Uniti devono rimanere sufficientemente forti da potere fronteggiare le minacce esterne e che devono mantenersi fedeli ai loro valori.

Per l’Europa, la fine della guerra fredda fu dovuta soprattutto al processo di integrazione europea, che escluse il conflitto militare dallo spettro di opzioni che potevano essere perseguite. Pace, cooperazione, stabilità e prosperità fornirono le condizioni necessarie per il cambiamento in Europa orientale. La lezione che ne è stata tratta secondo Engel è che l’Europa deve continuare a puntare sul dialogo e sulla cooperazione.

Per la Russia, l’implosione del blocco sovietico fu «la più grande catastrofe geopolitica del secolo». Si trattò di un’umiliazione della Russia, e la lezione che ne è stata tratta – in particolare da Vladimir Putin – è che non ci si può fidare dell’Occidente, e che la Russia viene rispettata solo se è temuta.

In Cina gli eventi del 1989 sono stati interpretati in stretto collegamento con le proteste di piazza Tienanmen che accaddero negli stessi mesi. La lezione che ne è stata tratta dal governo cinese è che non bisogna esitare a utilizzare la forza per reprimere il dissenso, ma anche che bisogna contrastare l’insoddisfazione dei cittadini offrendo loro maggiore benessere economico.