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Perché la Turchia si infuria per il riconoscimento del genocidio armeno

Non è la prima volta che la Turchia reagisce in maniera forte al riconoscimento del genocidio armeno da parte di altri paesi. Lo sta facendo in questi giorni con la Germania, lo ha fatto con il Vaticano e con la Francia negli anni passati. Le reazioni turche sono spesso molto dure, a sottolineare come il tema sia per loro estramamente delicato.

Alessandro Iacopini, qui, ha ben spiegato le vicissitudini del riconoscimento del genocidio armeno. Ma perché per la Turchia l’argomento costituisce ancora un nervo così scoperto da farle richiamare l’ambasciatore da tutti i paesi che lo riconoscono?

La questione ha diversi aspetti. Per prima cosa i turchi negano che sia mai stata riscontrata la volontà di eliminazione del popolo armeno da parte dell’Impero ottomano. Questo aspetto introduce una seconda questione, l’eredità storica. In quegli anni l’Impero ottomano viveva la sua “seconda era costituzionale”, il movimento dei Giovani Turchi aveva imposto al sultano una monarchia costituzionale. Questo momento storico di transizione rimane un riferimento politico molto importante per la Turchia contemporanea – lo era per la Turchia laica di Ataturk, lo è per la nuova Turchia di Erdogan. Riconoscere il genocidio sarebbe come riconoscere una macchia nelle proprie radici storiche.

Vi è poi una questione politico-territoriale: la Turchia teme che il riconoscimento del genocidio possa portare a rivendicazioni territoriali da parte dell’Armenia, che viene invece descritta come uno stato aggressore dell’Azerbaijan. In più la questione si intreccia con quella curda: Ankara teme che concedere questo riconoscimento possa spingere i curdi a insistere nelle proprie rivendicazioni.

Infine vi è una questione economica. Il reato di genocidio non prevede la prescrizione, e dunque il suo riconoscimento potrebbe portare la Turchia a dover riconoscere dei risarcimenti alle vittime e ai loro discendenti, ed è difficile quantificare l’importo di tali eventuali riconoscimenti.

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Alcuni stati vivono ancora nell’Ottocento

Tra i grandi attori internazionali, l’unico che si comporta davvero come un attore del XXI secolo è l’Unione europea. Gli altri – Stati Uniti, Russia, Cina – hanno delle visioni del mondo che sono ancora ferme al Novecento o addirittura all’Ottocento: «alcuni paesi sembrano serenamente legati a una visione del mondo propria del XXI secolo, mentre altri stati rimangono legati a visioni del mondo che risalgono a secoli fa». A sostenere quest’idea è lo studioso di relazioni internazionali Stephen M. Walt, che ne ha scritto recentemente su Foreign Policy.

I paesi dell’Unione europea sarebbero i migliori esempi di una mentalità da XXI secolo: hanno una visione liberale della politica internazionale, non amano la politica di potenza e il nazionalismo, e credono nel valore della democrazia, dello stato di diritto e di istituzioni transnazionali forti. Hanno ridotto fortemente le loro spese militari, scegliendo di puntare piuttosto sulla diplomazia e sull’esercizio del soft power.

Alcuni tra i vicini dell’Unione europea non appaiono però agire secondo una mentalità da XXI secolo. La Russia, ad esempio: la sua invasione della Crimea a inizio 2014 venne appunto criticata come un atto “da XIX secolo”. La politica estera russa è ancora ottocentesca, nel senso che rimane molto legata a concetti come la sovranità nazionale, la potenza dello stato, l’equilibrio tra le potenze. Ricorre anche alla forza per difendere la sua sfera di influenza, utilizzando vecchi strumenti come invadere altri stati o promuovere guerre civili nei loro territori.

Anche la Cina sarebbe uno stato che è sostanzialmente rimasto all’Ottocento, con la sua ossessione per la forza politica ed economica e il suo obiettivo di stabilire un’ampia zona di influenza in Asia. Pure la politica di Israele sarebbe ancora ottocentesca, con la promozione della colonizzazione dei territori occupati e con la perdurante influenza di un’ideologia politica – il sionismo – che «in fondo è mero nazionalismo etnocentrico da Europa ottocentesca». Secondo Walt, le visioni del mondo di altri attori internazionali risalgono ad epoche ancora più remote: l’Arabia Saudita, i talebani, Al Qaeda e l’ISIS fanno tutti riferimenti a idee del VI secolo.

Secondo Walt, gli Stati Uniti «sono una sorta di combinazione di idealismo da XXI secolo e di politica di potenza da XIX secolo». A livello retorico, sono molto attaccati ai concetti di democrazia, diritti umani, uguaglianza di genere, apertura dei mercati, e così via. Tuttavia, nei fatti gli Stati Uniti vogliono mantenere la loro posizione egemonica, sostengono numerosi regimi non democratici, ignorano il diritto e le istituzioni internazionali quando li ritengono d’ostacolo, e talvolta attaccano con la forza degli altri stati.

Walt sostiene che le differenze tra le visioni del mondo dei diversi stati siano importanti perché provocano incomprensioni reciproche: l’Europa capirà poco della politica della Russia se la guarda da una prospettiva del XXI secolo, ed entrambi avranno difficoltà ad anticipare e comprendere i loro comportamenti reciproci. La visione del mondo influenza anche gli strumenti e il linguaggio di cui uno stato dispone, per cui «quando dei paesi con diverse visioni del mondo interagiscono, uno di essi o entrambi possono ritrovarsi incapaci di parlare o di agire con un linguaggio che l’altro capisca».

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

L’eredità della guerra civile americana

Anche se la guerra civile americana si concluse 150 anni fa, la sua eredità è ancora molto attuale. Non si tratta solo di commemorazioni, studi e sopravvivenze nella cultura popolare: gli stati che fecero parte della Confederazione del Sud durante la guerra sono ancora oggi parecchio diversi dagli altri stati americani. Secondo un articolo dell’Economist, il Sud «rimane una regione a sé stante, dalla camera da letto alla cabina elettorale».

Rispetto ai rimanenti stati americani, gli stati del Sud sono più conservatori e votano più spesso per i repubblicani. Tuttavia, l’integrazione razziale funziona meglio al Sud che altrove: più integrazione nelle scuole, più matrimoni misti, meno casi di violenza tra poliziotti bianchi e cittadini neri.

Secondo l’Economist, la ragione principale di questa differenza va ricercata nella diversa cultura religiosa degli stati del Nord e di quelli del Sud. Tra fine Ottocento e inizio Novecento, le Chiese presenti nelle regioni settentrionali degli USA dovettero aprirsi, in modo da andare incontro all’afflusso in massa di immigrati da molti paesi diversi. Nelle regioni meridionali l’immigrazione invece fu molto minore, e le Chiese rimasero così molto più tradizionaliste e conservatrici. Gli abitanti del Sud rimangono tutt’oggi molto praticanti, e i movimenti religiosi conservatori esercitano un’importante influenza anche a livello politico.

Perché gli USA non sono più forti come in passato

Per la prima volta dalla fine della guerra fredda nel 1989, la supremazia militare degli Stati Uniti sulla scena internazionale non è più indiscussa. Gli USA rimangono la più grande potenza militare del mondo, ma la loro capacità di sconfiggere qualsiasi possibile paese avversario non è più ovvia. «Il predominio americano sui mari, nei cieli e nello spazio – per non parlare del cyberspazio – non può più essere preso per scontato», ha ammesso lo scorso anno il segretario americano alla difesa.

Come racconta un articolo dell’Economist di questa settimana, la Cina e la Russia appaiono sempre più in grado di competere con la supremazia militare americana, e sempre più pronte a sfidarla. Per fronteggiare questa situazione, i dirigenti militari americani invocano l’adozione di una “terza strategia di offset”. Offset significa deviazione rispetto allo stato delle cose: una strategia di offset è una strategia che punta ad acquisire una tale superiorità tecnologica e militare sugli avversari da garantire la vittoria contro di loro in caso di conflitto (al netto di eventuali attacchi nucleari).

La prima strategia americana di offset venne lanciata nei primi anni Cinquanta, per contrastare il grave squilibrio tra le forze convenzionali sovietiche e occidentali in Europa. Gli Stati Uniti puntarono sul rafforzamento del loro arsenale nucleare, e la strategia funzionò per alcuni anni.

Alla metà degli anni Settanta, dopo la sconfitta americana in Vietnam, ci fu bisogno di una seconda strategia di offset. Gli Stati Uniti svilupparono i missili di precisione, i satelliti di ricognizione, il sistema GPS, gli aerei “invisibili”, e così via. La superiorità tecnologica riconquistata dagli americani fu particolarmente evidente durante la guerra del Golfo nel 1991, con la distruzione rapida degli armamenti sovietici di cui disponeva l’Iraq.

Perché la seconda strategia di offset ha smesso di funzionare? Il cambiamento decisivo accaduto negli ultimi vent’anni è stato il grande aumento della circolazione globale delle innovazioni, favorito soprattutto da internet. Le innovazioni tecnologiche circolano molto più velocemente che in passato, e la loro adozione è molto meno costosa. Alcune tecnologie su cui si fondava la seconda strategia di offset sono ormai ampiamente disponibili per tutti, come la capacità computazionale, la gestione di grandi quantità di dati e l’uso di sensori sofisticati.

Secondo l’Economist, in questi ultimi venti anni l’esercito americano ha perso capacità di innovazione, in parte per i notevoli tagli effettuati al bilancio militare e in parte per le sempre più profonde divisioni tra repubblicani e democratici, che hanno ridotto la capacità politica di guidare l’innovazione negli Stati Uniti. Nello stesso periodo, gli avversari degli USA hanno ridotto di molto il loro svantaggio tecnologico – soprattutto la Cina, il cui bilancio militare cresce del 10% all’anno.

Trent’anni di allarmismi sul nucleare iraniano

Sono circa trent’anni che osservatori e politici occidentali avvertono che l’Iran può costruire la sua prima bomba atomica nel giro di pochi mesi, al più un paio d’anni. Nonostante questi allarmi, negli ultimi trent’anni l’Iran non ha costruito nessuna bomba atomica, e ha abbandonato il suo programma nucleare nel 2003. Dal 1968 l’Iran è uno stato firmatario del trattato sulla non-proliferazione nucleare, e il suo governo proclama di essere interessato solo alla produzione di energia nucleare per scopi pacifici.

Sull’Atlantic Micah Zenko prende un po’ in giro gli allarmismi occidentali e segnala un pezzo pubblicato da Opinio Juris nel 2013, in cui sono elencati i principali esempi di previsioni sbagliate sulla capacità iraniana di dotarsi in breve tempo dell’arma nucleare. Già nel 1984 c’era chi ammoniva che il processo iraniano di produzione della bomba «stesse entrando i suoi stadi conclusivi». Nel 1992 il parlamentare israeliano Benjamin Netanyahu – che nel frattempo è diventato Primo ministro – avvertiva che l’Iran avrebbe potuto costruire la bomba entro i successivi tre o cinque anni, e nel 2006 il Dipartimento di stato americano aveva ridotto addirittura a sedici giorni l’intervallo di tempo necessario all’Iran.

Come siamo messi col riconoscimento della Palestina

Da oggi, la Palestina fa parte della Corte penale internazionale. Ha quindi la possibilità di citare in giudizio Israele per crimini di guerra o per la costruzione di colonie in Cisgiordania. La Corte fu istituita a Roma nel 1998 e oggi conta 123 stati membri; è il primo tribunale internazionale permanente dedicato alla persecuzione dei crimini di guerra.

L’ammissione della Palestina alla Corte penale internazionale è stata resa possibile dal riconoscimento della Palestina come stato da parte dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, avvenuto nel novembre 2012. La Palestina fu riconosciuta come stato “osservatore” dell’Onu, non come stato membro a pieno titolo. Per diventare membri a pieno titolo è infatti necessario il consenso di tutti e cinque gli stati membri del Consiglio di sicurezza – uno dei quali sono gli Stati Uniti, che sono contrari all’ammissione della Palestina all’Onu. Il voto alle Nazioni Unite del 2012 fu comunque importante perché stabilì che per la grande maggioranza dei paesi del mondo la Palestina andava considerata come uno stato. In precedenza, l’Onu considerava la Palestina solamente come “un’entità”. E le entità non possono aderire alla Corte penale internazionale, mentre gli stati sì.

L’Assemblea generale dell’Onu riconobbe il diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione e alla sovranità già nel 1974, e in quell’occasione ammise come osservatore l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. L’OLP era riconosciuta come il solo rappresentante del popolo palestinese, ma non era formalmente uno stato. Il 15 novembre 1988 l’OLP proclamò la costituzione dello stato palestinese, che venne riconosciuto nel giro di pochi mesi da quasi tutti i paesi del blocco sovietico e in via di sviluppo.

La Palestina cercò di essere ammessa nelle varie agenzie delle Nazioni Unite, ma i suoi tentativi furono ostacolato dagli Stati Uniti, che minacciarono di tagliare i finanziamenti alle organizzazioni che avessero ammesso la Palestina. Nel 2011 l’Unesco infatti la ammise, e gli Stati Uniti tagliarono i finanziamenti. Ufficialmente, sia Israele che gli Stati Uniti sono favorevoli alla costituzione di uno stato palestinese. Tuttavia, sostengono che essa potrà avvenire solo al termine del processo di pace con Israele, e dunque in presenza di precise garanzie e contropartite per Israele.

Con gli accordi israelo-palestinesi di Oslo del settembre 1993 fu costituita l’Autorità nazionale palestinese, che veniva dotata di poteri di governo, ma che non era considerata come uno stato né da Israele né dagli altri paesi occidentali. Ritenendo troppo scarse le possibilità di concludere un accordo di pace, negli ultimi anni il governo palestinese ha puntato alla ricerca di un riconoscimento internazionale anche contro la volontà del governo israeliano. Quando l’Assemblea generale dell’Onu riconobbe la Palestina come stato nel 2012, furono solo in nove i paesi che votarono contro. L’Italia e circa metà degli stati dell’Unione europea votarono a favore.

Nell’Unione europea, la Palestina è riconosciuta come stato dai paesi dell’Europa centro-orientale, che l’avevano riconosciuta già nel 1988-89. Il 30 ottobre scorso la Svezia è diventata il primo stato membro dell’Unione europea a riconoscere lo stato palestinese. Nell’autunno 2014 anche i parlamenti di Regno Unito, Spagna, Francia e Irlanda si sono pronunciati a favore del riconoscimento della Palestina. Il riconoscimento è stato appoggiato anche dal Parlamento europeo e dal parlamento italiano il 27 febbraio scorso. Tuttavia, le mozioni parlamentari non sono sufficienti: serve un’iniziativa diplomatica da parte dei governi.

Ci sono ancora troppe armi nucleari

In totale nel mondo ci sono 10.149 armi nucleari, in gran parte detenute dagli Stati Uniti e dalla Russia. È un numero relativamente basso rispetto al passato: nel 1986 le testate nucleari erano più di 64mila, di cui 40mila solo negli arsenali russi. Però quella era ancora l’epoca della guerra fredda: ora non solo la guerra fredda è finita, ma cinque anni fa è stato firmato il trattato di non-prolificazione nucleare New Start. In base al trattato, le testate nucleari americane e russe dovrebbero scendere a 1.550 per ciascuno stato, ma si è ancora lontani dagli obiettivi prefissati.

Negli ultimi anni della guerra fredda il Doomsday clock – “l’orologio dell’apocalisse” istituito dal Bulletin of Atomic Scientists per valutare il rischio di una guerra nucleare – era fissato a tre minuti a mezzanotte. A partire dal 1995 a oggi il rischio valutato dal Doomsday clock ha continuato a crescere, tanto che quest’anno siamo tornati nuovamente “a tre minuti alla mezzanotte”. Nei giorni scorsi l’Economist ha dedicato la sua copertina al rischio di una “nuova epoca nucleare” e ha pubblicato sul suo sito la seguente infografica interattiva sull’andamento delle testate nucleari.

Clicca sull’immagine per visualizzare l’infografica interattiva

Infografica dell'Economist sull'andamento delle armi nucleari

Perché c’è un rapporto speciale tra Italia e Libia

In Libia è attualmente in corso una guerra civile e nei giorni scorsi il governo italiano ha dichiarato di volere giocare un ruolo da protagonista nella gestione della crisi. Il protagonismo italiano non dipende solo dalla vicinanza geogafica e dai legami energetici tra Italia e Libia, ma anche dall’eredità dei rapporti tra i due paesi nello scorso secolo.

L’attenzione italiana nei confronti della Libia risale ai primi anni del Novecento, quando, entrata ormai la Tunisia nell’orbita francese, gli imperialisti italiani videro nella Libia – controllata dall’impero ottomano – la naturale “quarta sponda” italiana in Africa. Nel 1911 fu il governo di Giovanni Giolitti a lanciare la sua conquista militare, che già l’anno dopo, con il trattato di Losanna, poteva dirsi conclusa. Tuttavia, il dominio completo dell’Italia sulla Cirenaica e la Tripolitania divenne effettivo solo nel 1931, quando le truppe fasciste sconfissero l’agguerrita resistenza guidata da Omar al-Mukhtar.

L’arresto di Omar al-Mukhtar a Bengasi il 15 settembre 1931 (da Wikipedia).

La Libia divenne quindi per l’Italia la prima colonia e il primo “posto al sole” in Africa, nonché l’ideale riscatto dopo la disastrosa sconfitta subita ad Adua nel 1896. Il dominio italiano sulla Libia durò fino alla seconda guerra mondiale: la sconfitta dell’Italia nella guerra comportò anche la perdita delle colonie. La Libia divenne formalmente indipendente nel 1951, ma il nuovo regno di Libia mantenne dei buoni rapporti con l’Italia.

Nel 1956 i due paesi firmarono un trattato che avrebbe dovuto chiudere qualsiasi pendenza legata all’esperienza coloniale: l’Italia accettava il passaggio di proprietà di tutte le infrastrutture costruite dagli italiani in Libia e ripagava i danni dell’occupazione, mentre la Libia assumeva la responsabilità per i contributi previdenziali degli italo-libici. Negli anni Cinquanta e Sessanta vivevano infatti in Libia circa ventimila italiani, che costituivano l’élite amministrativa e soprattutto economica del paese.

Fu nel 1954 che vennero scoperti dei ricchi giacimenti petroliferi, che cominciarono a essere sfruttati nel 1963. Divenne possibile un discreto sviluppo economico della Libia, che cominciò a trasformarsi in un rentier state. Con l’ascesa al potere del colonnello Mu’ammar Gheddafi nel 1969 i rapporti italo-libici divennero però più complicati. Gheddafi utilizzò l’anti-italianismo per rafforzare la coesione nazionale: l’accordo del 1956 fu di fatto stracciato, fu istituita una “giornata della vendetta” nei confronti dell’Italia, e nel 1970 gli italiani di Libia furono privati dei loro beni ed espulsi dal paese.

Perché Tsipras chiede un risarcimento alla Germania

Nel discorso con cui domenica scorsa ha chiesto la fiducia al parlamento, il nuovo primo ministro della Grecia Alexis Tsipras ha dichiarato: «La Grecia ha un obbligo morale davanti al nostro popolo, alla storia, a tutti gli europei che hanno combattuto e dato la loro vita contro il nazismo. Il nostro obbligo storico è reclamare il prestito e le riparazioni per l’occupazione». Con questa dichiarazione, Tsipras ha annunciato l’intenzione di chiedere alla Germania il saldo dei debiti da essa contratti con la Grecia tra il 1919 e il 1945 e un risarcimento per i danni provocati dall’occupazione della Grecia da parte dell’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale.

Come spiega Il Post, la questione del debito contratto dalla Germania nel periodo tra le due guerre fu risolta con un trattato nell’agosto 1953, sottoscritto anche dalla Grecia. Siccome la guerra fredda imponeva di non indebolire troppo la Germania occidentale, la metà del suo debito fu cancellata e delle condizioni molto favorevoli furono previste per la restituzione della rimanente metà, che infatti la Germania ha finito di rimborsare più di cinquanta anni dopo, nel 2010.

Sulla questione delle riparazioni per l’occupazione nazista non fu raggiunto un accordo, e la sua soluzione fu rimandata al momento della futura riunificazione tedesca. Al momento in cui la riunificazione avvenne nel 1990, il governo tedesco si oppose al pagamento delle riparazioni. Tuttavia, a partire dagli anni Sessanta la Germania occidentale aveva concluso degli accordi bilaterali per il pagamento di un risarcimento ad alcuni paesi. Tra questi vi era anche la Grecia, che nel 1960 ricevette 115 milioni di marchi. Tuttavia, il governo greco ritiene che quel risarcimento fosse solo parziale, e che ulteriori risarcimenti siano dovuti dalla Germania.

Le novità dai processi sull’ex Jugoslavia

La Corte internazionale di giustizia oggi ha stabilito che la Serbia e la Croazia non commisero atti di genocidio l’una dei confronti dell’altra durante le guerre dell’ex Jugoslavia negli anni Novanta. La Corte ha riconosciuto che sia le forze serbe che quelle croate commisero dei gravi crimini, come uccisioni e deportazioni di massa. Tuttavia, né in un caso né nell’altro si trattò di genocidio, poiché non è stata provata la volontà specifica di sterminare l’intero popolo in questione.

L’accusa di genocidio era stata inizialmente mossa dalla Croazia contro la Serbia nel 1999. Poco dopo la Serbia reagì accusando a sua volta di genocidio la Croazia. La Serbia è stata accusata altre volte di genocidio a causa del comportamento tenuto dalle sue forze durante le guerre dell’ex Jugoslavia. Nel 2007, la Corte internazionale di giustizia aveva assolto la Serbia dall’accusa di genocidio relativamente al massacro di Srebrenica del 1995, anche se aveva riconosciuto delle sue gravi responsabilità.

Uno dei processi di appello per la strage di Srebrenica si è concluso la settimana scorsa. Il tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia ha confermato le condanne per genocidio di due ex ufficiali dell’esercito dei serbi di Bosnia, Vujadin Popovic e Ljubisa Beara. Per il massacro di Srebrenica è attualmente sotto processo anche l’ex capo di stato maggiore dell’esercito dei serbo-bosniaci Ratko Mladić, arrestato nel 2011.

Il massacro di Srebrenica fu condotto dalle forze serbo-bosniache nel luglio del 1995. In brevissimo tempo furono uccisi circa 8000 musumlmani bosniaci maschi originari della cittadina e del territorio circostante. Si è trattato del peggiore massacro avvenuto in Europa dopo la fine della Shoah.