Archivi categoria: Memorie

Perché la Francia smise di festeggiare la fine della seconda guerra mondiale

In tutta Europa, l’8 maggio viene celebrata la sconfitta del nazifascismo e la fine della seconda guerra mondiale (in Europa orientale si festeggia il 9 maggio). Per un periodo della sua storia, la Francia cessò però di celebrare la ricorrenza dell’8 maggio. Fu il periodo in cui era presidente della repubblica Valéry Giscard d’Estaing, tra il 1974 e il 1981, e la ragione era legata all’andamento dei rapporti franco-tedeschi in quegli anni.

L’istituzione dell’8 maggio come giornata di festa era stata decisa dall’Assemblea nazionale francese nel 1951, anche se la ricorrenza veniva festeggiata già prima. Arrivato al potere nel 1958, Charles De Gaulle mantenne in vigore la celebrazione, ma non la rese più una giornata festiva. Il primo presidente non gollista della Quinta Repubblica fu appunto Valéry Giscard d’Estaing, che decise di sopprimere del tutto la celebrazione dell’anniversario della sconfitta tedesca. Giscard era un liberale di centro-destra, e a differenza dei gollisti era nettamente favorevole all’integrazione europea e alla cooperazione transatlantica.

Giscard sosteneva che, passati ormai trent’anni dalla fine della guerra, fosse ormai il caso di ridimensionare il peso della memoria del conflitto. Nelle sue intenzioni, abolire la celebrazione dell’anniversario era un modo per riconoscere e favorire i successi della cooperazione franco-tedesca, che era cominciata durante la presidenza De Gaulle e che era stata rilanciata negli anni Settanta dallo stesso Giscard, in stretta collaborazione col cancelliere tedesco Helmut Schmidt. La guerra mondiale non andava considerata come una guerra dei francesi contro i tedeschi, ma piuttosto come una grande guerra civile europea.

Nell’ottica di Giscard, il superamento delle divisioni legate alla memoria del conflitto doveva essere anche un modo per favorire il rilancio dell’integrazione europea. Come spiegò egli stesso agli altri dirigenti europei, «Ciascuno di noi conserverà i propri ricordi e renderà onore a coloro i quali un omaggio è dovuto. Ma è tempo di aprire la via dell’avvenire e di rivolgere assieme i nostri pensieri a ciò che ci avvicina e a ciò che ci può unire». La promozione dell’integrazione europea fu un obiettivo di primaria importanza durante il mandato di Giscard: tra le altre cose, fu lui a promuovere la creazione del Consiglio europeo.

Alle elezioni presidenziali del 1981 Giscard venne sconfitto dal socialista François Mitterrand, che nei mesi successivi ripristinò le celebrazioni dell’8 maggio.

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Negazione e riconoscimento: i 100 anni del genocidio armeno

Il prossimo 24 aprile si commemorerà il centesimo anniversario del genocidio degli armeni da parte dell’impero ottomano. Si stima che tra il 1915 e il 1916 circa 1,2 milioni di armeni morirono a causa delle “marce della morte” e dei massacri perpetrati dall’esercito turco. Per il popolo armeno fu il Metz Yeghern, il grande male.

I massacri miravano a creare in Anatolia uno stato nazionale omogeneo dal punto di vista religioso e etnico. Gli armeni, che abitavano da millenni la parte orientale dell’Anatolia e che erano in larghissima maggioranza cristiani, vennero pertanto sistematicamente uccisi e deportati. Il Metz Yeghern fu per loro l’inizio di un’enorme diaspora: su una popolazione attuale di 11 milioni di individui, solo 3 milioni vivono in Armenia; gli altri vivono all’estero, soprattutto in Russia, negli Stati Uniti e in Francia.

Lo scorso anno il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha espresso le sue condoglianze al popolo armeno, senza però utilizzare le parole «genocidio» e «eccidio». In questi cento anni il governo turco ha  sempre negato il genocidio, affermando che la morte degli armeni non derivò da una precisa volontà dell’impero ottomano di eliminarli sistematicamente. La loro morte fu piuttosto dovuta alle conseguenze della prima guerra mondiale e della fame. Il negazionismo turco, che si è avvalso anche dell’appoggio della storiografia nazionale, è giunto fino a negare la specificità del popolo armeno.

Negando il genocidio e contestando l’esistenza stessa del popolo armeno, Ankara mira a contrastare qualsiasi rivendicazione sulla parte orientale dell’attuale territorio turco,  che gli armeni vedono come loro terra d’origine. Il legame tra la memoria del genocidio e la rivendicazione territoriale venne rafforzato da una precisa scelta politica fatta dai sovietici nel 1945. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica – che aveva annesso l’Armenia nel 1922 – chiese infatti alla comunità internazionale la «riparazione delle ingiustizie subite dagli armeni durante la prima guerra mondiale».

La rivendicazione sovietica cadde nel vuoto. Tuttavia, l’attenzione dedicata dall’Unione Sovietica alla vicenda contribuì a far conoscere al mondo ciò che avevano subito gli armeni trent’anni prima. Inoltre, essa favorì il ritorno in Armenia di più 150.000 esuli della diaspora.

Mappa etnica dell'Anatolia nel 1914. In blu le zone abitate dagli armeni (Fonte: Wikipedia)
Mappa etnica dell’Anatolia nel 1914. In blu le zone abitate dagli armeni fino al genocidio (Fonte: Wikipedia)

Nel 1965 le commemorazioni per il cinquantennale del genocidio riportarono la questione armena al centro del dibattito internazionale. La rivendicazione territoriale sparì dalle richieste armene, che si limitarono al riconoscimento internazionale dei massacri subiti nel 1915. Per raggiungere questo obiettivo, gli armeni della diaspora si dedicarono a un’intensa attività divulgativa e di lobbying, organizzando pubblicazioni e conferenze sul genocidio e promuovendo monumenti alla sua memoria. Proprio nel 1965 l’Uruguay fu il primo paese al mondo a riconoscere ufficialmente il genocidio armeno.

Tuttavia, i risultati ottenuti furono nel complesso piuttosto scarsi. Negli anni Settanta e Ottanta alcuni gruppi nazionalisti armeni ricorsero al terrorismo contro la Turchia, rendendo però così ancora più impopolare la loro causa in Occidente. Furono il crollo dell’Unione Sovietica e la conseguente indipendenza dell’Armenia nel 1991 a fare cambiare nuovamente il clima. Nel giro di un decennio, le atrocità commesse dai turchi vennero ufficialmente riconosciute dalla Russia, dal Canada, dal Belgio e dalla Francia, dove la negazione del genocidio armeno è diventata punibile con l’incarcerazione. Nel 2005 l’Unione Europea ha inoltre stabilito che il riconoscimento del genocidio armeno da parte della Turchia è una condizione necessaria per l’eventuale ingresso turco in Europa.

Nel 2000 e nel 2004 i parlamenti di Italia e Germania hanno approvato risoluzioni che – pur parlando chiaramente degli eventi del 1915 – non usano il termine “genocidio”, al fine di evitare attriti con la Turchia. Per la stessa ragione, anche gli Stati Uniti e Israele evitano di riconoscere ufficialmente il genocidio armeno. A riconoscere il genocidio oggi sono 22 paesi del mondo.

In verde scuro gli stati che riconoscono completamente il genocidio armeno; in verde chiaro gli stati in cui lo riconoscono le amministrazioni locali (Fonte: Wikipedia)
In verde scuro gli stati che riconoscono completamente il genocidio armeno; in verde chiaro gli stati in cui lo riconoscono alcune amministrazioni locali (Fonte: Wikipedia)

Ricordare i criminali, dimenticare i resistenti

«I responsabili dei massacri e dei trasferimenti forzati di intere popolazioni sono delle celebrità, le loro facce sono ovunque sui pannelli pubblicitari, in televisione e sui manifesti. Essersi rifiutati di uccidere spesso significa l’opposto: essere etichettati come traditori, e testimoniare con uno pseudonimo al Tribunale dell’Aja, con la faccia oscurata». Lily Lynch su Balkanist riflette così sui problemi della memoria che riguardano le guerre nella ex Yugoslavia degli anni Novanta. In particolare, Lynch riflette sul modo in cui l’opinione pubblica serba tratta coloro che compirono dei crimini di guerra e coloro che si rifiutarono di compierne.

Il 18 marzo scorso sono stati arrestati in Serbia Nedeljko Milidragovic, soprannominato Nedjo il Macellaio, e altre sette persone. Sono ritenuti direttamente responsabili di 1.000-1.300 delle 8.000 vittime musulmane bosniache massacrate a Srebrenica. Con l’arresto di Milidragovic e dei suoi complici, per la prima volta sarà un tribunale di Belgrado ad occuparsi dei crimini di guerra commessi dai serbi negli anni Novanta. Fino a oggi, se ne era occupato solamente il Tribunale internazionale per i crimini nell’ex Yugoslavia con sede all’Aja, che è visto con sospetto e ostilità da moltissimi serbi. Lo stesso governo di Belgrado è estremamente freddo nei confronti del Tribunale, ed è solo per rispondere alle pressioni dell’Unione europea che alcuni presunti criminali di guerra sono stati arrestati negli ultimi anni.

Alcuni commentatori stranieri sperano che il processo contro Milidragovic sia ora un’occasione in grado di spingere l’opinione pubblica serba a riflettere in modo più critico su quegli anni. Tuttavia, il Presidente della repubblica Tomislav Nikolic non ha apprezzato gli arresti di marzo e il ministro del lavoro si è recato a rendere omaggio alla tomba dell’ex leader nazionalista serbo Slobodan Milosevic nell’anniversario della sua morte. Molti sono i serbi che anche in passato hanno espresso solidarietà nei confronti di individui accusati di gravissimi crimini di guerra come Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Quello del sostegno diffuso per presunti o provati criminali di guerra non è un problema della sola Serbia: ad esempio, decine di migliaia di croati sono scesi in piazza per festeggiare l’assoluzione degli ex generali Ante Gotovina e Mladen Markac da parte del Tribunale dell’Aja.

In ciascuno degli stati nati dalla dissoluzione della Yugoslavia ci sono ex generali o capi delle milizie che vengono esaltati come degli eroi, mentre questi stessi personaggi sono visti come una rappresentazione dal demonio dalle popolazioni degli stati vicini. Quello che invece manca fortemente è la celebrazione e il ricordo di coloro che durante la guerra resistettero, disertarono e si opposero ai crimini. Sono quelli che Lynch chiama gli “Schindler balcanici”.

Sono pochi i casi di resistenza che vengono ricordati. Uno è quello di Srdjan Aleksic, un serbo di Bosnia che nel 1993  fu ucciso di botte per aver difeso un suo amico musulmano bosniaco. Un’altra storia citata da Lynch è emersa durante un processo al Tribunale dell’Aja: un giovane che era stato costretto ad arruolarsi nelle milizie dei serbi di Bosnia ha raccontato di essersi rifiutato di sparare contro un gruppo di civili disarmati e spaventati, nonostante gli fosse stato ordinato di farlo. Fu punito severamente per l’insubordinazione: venne imprigionato, lasciato alla fame e gli venne impedito per giorni di parlare con chiunque.

Invece di essere elogiato per essersi opposto a un massacro, l’uomo è stato costretto a rendere la sua testimonianza via video, da una località sconosciuta e con l’immagine distorta, in modo che la sua identità non fosse rivelata. Secondo Lynch, «Ci sono certamente altre storie come la sua, dimenticate perché non si accordano bene con nessuna narrazione etnica del conflitto. Oppure, forse, l’élite politica e la società stessa non sono ancora pronte per decidere se queste persone sono dei traditori o degli eroi».

Fonte dell’immagine: Blic Portal

La Lituania appartiene allo spazio post-sovietico?

Una decina di giorni fa il Guardian ha aperto un nuovo portale dedicato allo spazio post-sovietico, The New East Network. Il portale raccoglie notizie relative ai quindici stati europei e asiatici che sono nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, tra cui Estonia, Lettonia e Lituania.

L’ambasciatrice lituana nel Regno Unito ha protestato contro l’inclusione del suo paese nel portale. Benché la Lituania facesse parte dell’Unione Sovietica, «la decisione di unirsi all’URSS non fu presa dal popolo lituano» e l’occupazione sovietica del paese fu «un’esperienza dolorosa e indesiderata». La protesta diplomatica indica quanto sia ancora sensibile la questione della memoria dei rapporti tra Lituania e URSS/Russia negli scorsi decenni.