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Le canzoni dei Troubles

Clicca qui per ascoltare il podcast della puntata di Notabilia che abbiamo dedicato ai Troubles. 

La storia dell’Irlanda del Nord è stata travagliata e violenta. A partire dal 1966, nelle sei contee del Regno Unito situate nella punta nord-orientale dell’isola si è sviluppata una lotta senza quartiere tra i militari inglesi e i militanti repubblicani, e tra questi e i militanti unionisti. La musica ha scandito alcuni dei passaggi di questa lotta. A partire dall’inizio. Dagli anni Cinquanta infatti, all’interno di un’internazionale riscoperta delle sonorità della tradizione popolare, nasce quello che viene definito Irish Folk Revival.

Le canzoni della tradizione popolare irlandese vengono riscoperte e riprese da gruppi come i Chieftains, i Dubliners, ma anche da gruppi statunitensi con origini irlandesi come i Clancy Brothers and Tommy Makem. All’interno di queste canzoni vi sono le celeberrime Irish Rebel Songs, o Irish Rebel Ballads. Una di queste è Rising of the Moon, che ricorda l’insurrezione degli United Irishmen del 1798.

La riscoperta di questi brani si accompagnava a una rivendicazione di identità dei cittadini cattolici e repubblicani del Nord Irlanda. Questi vivevano delle vere e proprie discriminazioni, faticavano a trovare lavoro, a vedersi assegnate le case popolari, e le circoscrizioni elettorali erano disegnate per limitarne la forza elettorale. Per questo nel 1966 venne fondata la Northern Ireland Civil Rights Association, che si batteva per il riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini nordirlandesi. Non è un caso che una delle canzoni cantate alle marce della NICRA fosse We Shall Overcome, come nelle marce per i diritti civili degli afroamericani negli USA. Il contesto non era molto differente.

Il conflitto divenne subito un conflitto violento, le marce dei repubblicani venivano attaccate dai poliziotti della RUC, la polizia nordirlandese composta prevalentemente da protestanti, e dai paramilitari lealisti e unionisti, ovvero che volevano rimanere legati al Regno Unito. Diverse furono le giornate di lunghi scontri tra manifestanti e polizia, come il 5 ottobre 1968 oppure il 12 agosto 1969. Il 30 gennaio 1972 è la famosa Bloody Sunday: a Derry, durante una marcia per i diritti civili, una divisione di paracadutisti inglesi aprì il fuoco sui manifestanti pacifici uccidendo 14 persone. La strage colpì molto anche l’opinione pubblica internazionale. Yoko Ono e John Lennon dedicarono due canzoni, sempre nel 1972, alla questione: la prima proprio alla denuncia della strage, Sunday Bloody Sunday, e l’altra più direttamente al conflitto, The Luck of Irish. Anche Paul McCartney con il suo nuovo gruppo, gli Wings, sentì il bisogno di cantare del conflitto in Nord Irlanda con il brano, sempre del 1972, Give Ireland back to the Irish. Gli artisti sapevano che le loro canzoni non sarebbero state accolte bene, entrambe subirono una sorta di censura che non le fece trasmettere dalle radio inglesi. Il fratello del chitarrista degli Wings, che viveva in Nord Irlanda, venne picchiato per rappresaglia.

Dopo le continue aggressioni alle marce repubblicane, una parte dell’Irish Republican Army ritenne che non fosse stato fatto abbastanza per proteggere i repubblicani del Nord Irlanda. Alla fine degli anni Sessanta si giunse quindi a una scissione dell’IRA in Official IRA, che nel conflitto ebbe un ruolo marginale, e Provisional IRA, protagonista di azioni e attentati contro l’esercito inglese e le forze protestanti. Il conflitto divenne sempre più violento, coinvolgendo anche i civili: una divisione dell’Ulster Volunteer Force, dei paramilitari unionisti, torturò e uccise tra il 1972 e il 1977 23 cittadini repubblicani, non legati all’IRA. A metà degli anni Settanta il conflitto si estese alle carceri, che pullulavano di prigionieri politici, soprattutto repubblicani. Nel 1976 il governo decise di togliere ai militanti lo status di prigionieri politici, e questi per risposta iniziarono la blanket protest, ovvero si rifiutarono di indossare le uniformi dei criminali comuni, rimanendo nudi con una coperta non potendo indossare altro. Le violenze aumentarono, anche per la decisione dell’IRA di colpire i secondini fuori dalle carceri, e dopo due anni i prigionieri iniziarono la dirty protest, ovvero si rifiutarono di recarsi nelle docce, dove subivano le violenze delle guardie carcerarie. Non riuscendo a ottenere risultati passarono allo sciopero della fame. Un primo iniziò alla fine del 1980 e durò per 53 giorni, sospeso quando sembrava che il governo britannico avesse accettato un dialogo. Ma nel gennaio del 1981, quando fu chiaro che il governo non avrebbe ceduto, ne iniziò un secondo. Lo iniziò Bobby Sands, Officer Commanding dell’IRA nel carcere di Long Kesh, e durò fino al 20 agosto. Durante lo sciopero morirono dieci prigionieri, tra cui Bobby Sands stesso. “Marcella” era il nome in codice che Sands usava nell’IRA.

La fase più acuta del conflitto furono gli anni Ottanta, sopratutto il quinquennio 1988-1993. Gli scontri furono sempre più violenti: da una parte il governo Thatcher che rifiutava ogni dialogo, come durante gli scioperi della fame, dall’altra l’IRA che aumentava la portata del conflitto e lo portava in Inghilterra e in Europa, con gli attacchi alle basi militari inglesi in Germania. Quando fu chiaro che l’IRA, sostenuta anche da Gheddafi, era molto ben armata e pronta allo scontro, iniziarono alcuni colloqui che portarono, non senza difficoltà, all’accordo del Venerdì Santo del 1998, con il quale è iniziata una fase di risoluzione politica dello scontro che ancora oggi resiste pur tra molte tensioni.

Smile Jamaica

Notabilia è un programma sulla storia e la musica trasmesso due volte al mese su Radio Ca’ Foscari e curato dal Mondo Contemporaneo assieme a Diacronie. Questa è la seconda puntata, dedicata alla Giamaica degli anni Settanta; sul sito di Diacronie si trovano una serie di materiali di approfondimento. La prossima puntata andrà in onda giovedì 16 marzo. 

Negli anni Settanta la Giamaica è un paese che sta attraversando un periodo di grandi e dolorosi cambiamenti. Dopo dieci anni di indipendenza dalla Gran Bretagna – un’indipendenza ottenuta senza strappi e nata grazie alle lotte dei lavoratori e al pensiero degli africanisti e dei nazionalisti neri come Marcus Garvey – il paese era fortemente diviso in base alla classe sociale e al colore della pelle.

Un’economia fragile, basata sull’estrazione della bauxite e sulla coltivazione della frutta, destinate al mercato estero, lasciava alla maggioranza povera del paese lavori stagionali e sottopagati nel settore del turismo. Al di sopra di questi sufferers, come vengono chiamati sull’isola i più poveri, vi era una classe media impiegatizia e istruita, e sopra ancora un’élite di proprietari terrieri e industriali, sostenuti prevalentemente da capitale straniero, statunitense e britannico.

A dividersi la scena politica sono due partiti, il Jamaica Labour Party e il People’s National Party. Entrambi nati dalle rivolte operaie e nere scoppiate alla fine degli anni Trenta, sono guidati da due leader carismatici – il primo da Alexander Busta Bustamante, il secondo da Norman Manley. Sono due personalità molto diverse tra loro, che hanno accompagnato entrambe la Giamaica verso l’indipendenza.

I primi dieci anni di libertà sono guidati dal JLP, che in quegli anni rappresenta sia le élites che i più poveri abitanti dei ghetti – mentre il PNP rappresenta i ceti medi cittadini e i lavoratori salariati. Ma alla fine degli anni Sessanta a guidare il PNP viene nominato il figlio di Norman Manley, Micheal. Laureatosi alla London School of Economics seguendo i corsi del socialista Harold Laski, aveva collaborato con sindacati e giornali vicini al PNP.

Micheal Manley aveva colto la necessità di entrare in contatto con diversi strati della popolazione. Per questo scelse di avvicinarsi anche agli strati più umili, usando i loro riferimenti culturali: la musica e il rastafarianesimo.

Il rastafarianesimo è una religione nata sulla scia del pensiero di Marcus Garvey, e si ritiene erede del cristianesimo come questo lo era stato dell’ebraismo. I rasta credono che Hailé Selassié – che prima dell’incoronazione a Negus Neghesti (Re dei re) d’Etiopia era il Ras Tafari, da qui il nome del movimento – sia stato un nuovo messia, che avrebbe ricondotto i neri della diaspora a una nuova Sion, contrapposta alla Babilonia che per i rasta è lo Shitstem (parola inglese intraducibile nata dalla crasi di shit e system).

Alla fine degli anni Sessanta la Giamaica era in grande subbuglio, moltissimi erano gli scioperi e la situazione era ritenuta dagli stessi giamaicani sul punto di esplodere. A descrivere bene questa situazione ci pensa la canzone degli Ethiopians Everything crash.

È una canzone root reggae, cioè del reggae delle origini, e quasi elenca tutte le categorie di lavoratori che sono entrati in sciopero. Il reggae, nato dall’evoluzione del mento e dello ska, è la forma di espressione prediletta degli abitanti dei ghetti: anche il suo massimo esponente, Robert Nesta “Bob” Marley, è cresciuto in uno di questi quartieri, Trenchtown, nella capitale Kingston.

Nonostante il rifiuto di molti rastafariani verso l’intero sistema politico giamaicano, la situazione era tale che Michael Manley riuscì ad attirare su di sé l’attenzione e la fiducia di molti, in un senso anche interclassista. Usò anche la musica reggae: molti artisti, compreso lo stesso Bob Marley, gli si avvicinarono e composero per lui canzoni. Una canzone molto significativa di quel periodo è Better Must Come di Delroy Wilson.

La canzone non ha un contenuto politico, anzi è il lamento dell’autore per non essere ancora riuscito a sfondare nella musica. Wilson accusa qualcuno, forse i discografici, per questi suoi fallimenti, ma ascoltandola i giamaicani traslarono questa accusa nelle loro vite, identificando i colpevoli coi politici del JLP, che avevano governato fino ad allora ed erano considerati responsabili di fatiche e ingiustizie. Manley e il PNP ottengono una vittoria schiacciante, ma le aspettative sono molto alte e nonostante i tentativi di grandi riforme il sostegno inizia subito a venire meno. Riforme sociali importanti, come quella della scuola resa gratuita fino all’università, e dirette ad aumentare lavoro e partecipazione politica sono minate da corruzione, clientelismo e violenza.

Da sempre la politica giamaicana aveva coinvolto delle vere e proprie gang nelle proprie attività. Queste gang controllavano interi quartieri ed erano solite scontrarsi violentemente. Sia il PNP che il JLP avevano le proprie bande, e negli anni Settanta la loro violenza aumentò esponenzialmente, fino a causare quasi mille morti durante la campagna elettorale del 1980.

Il contesto internazionale di quegli anni è fondamentale: solo un anno dopo il colpo di stato militare in Cile del 1973, per aumentare il sostegno da parte della popolazione più umile Manley annunciò la propria adesione al socialismo democratico. Nonostante le dichiarazione di lontananza dall’Unione Sovietica e da Cuba, gli Stati Uniti non gradirono questo spostamento, e c’è chi sostiene che dietro l’aumento delle violenze ci sia stata anche una loro partecipazione. L’adesione al socialismo democratico e al blocco dei paesi non allineati crearono una situazione complessa sia dentro che fuori dalla Giamaica. Da un lato Manley dovette comunque cercare sostegno da Cuba, sia economico che politico, e questo insospettì ancora di più gli USA, dall’altro il JLP iniziò una campagna che portava allo scontro di civiltà, basata sull’opposizione frontale tra libertà e comunismo.

Le elezioni del 1976 videro il governo e Manley in grande difficoltà, nonostante alcuni risultati ottenuti soprattutto nelle campagne, e soprattutto videro l’allentamento di una parte della base sociale che aveva sostenuto il PNP quattro anni prima. Il ceto medio che aveva visto in Manley il Kennedy giamaicano ora aveva paura di trovarsi davanti a una specie di Castro; rastafariani e musicisti reggae si ritirarono, parte della popolazione si sentì tradita. Ci sono molte canzoni che descrivono questa situazione, in particolare Roman soldiers of Babylon di Jacob Miller, nella quale i politici sono accusati di portare divisione, menzogne e violenza.

La violenza preoccupava molti rastafariani e fu così che Bob Marley, che ne aveva cantato in Johnny was a good man, decise di spendersi in prima persona organizzando lo Smile Jamaica Concert che, tenendosi lontano da entrambi i partiti, avrebbe voluto essere un appello alla pace. Ma il PNP stabilì che le elezioni si sarebbero svolte il giorno dopo il concerto, trasformandolo di fatto in un comizio finale del PNP.

Il giorno prima del concerto una gang vicina al JLP, forse col sostegno della CIA, fece irruzione sparando nella villa di Bob Marley in Hope Road e ferì il cantante e la moglie, ma non uccise nessuno. Nonostante le ferite Marley suonò ugualmente per due ore, ma subito dopo il concerto lasciò il paese.

Il secondo mandato di Manley fu altrettanto difficile: scoppiò uno scontro con il Fondo Monetario Internazionale, al quale Manley prima si avvicinò e poi si allontanò, amplificando la crisi economica. La violenza aumentò ancora per le strade di Kingston, le gang si scontravano quotidianamente, lo corruzione e il clientelismo erano tornati a livelli altissimi. Fu così che nel 1980 il JLP vinse le elezioni ponendo fine al decennio socialista in Giamaica.

Le voci della resistenza greca ai colonnelli: 1967-1974

Comincia oggi la nuova stagione di Notabilia, un programma sulla storia e la musica trasmesso due volte al mese su Radio Ca’ Foscari e curato dal Mondo Contemporaneo assieme a Diacronie. Qui si può ascoltare il podcast della prima puntata, realizzata da Jacopo Bassi, mentre sul sito di Diacronie si trovano una serie di materiali di approfondimento. La prossima puntata andrà in onda giovedì 2 marzo. 

Tre funerali sono legati da un filo rosso e fanno da sfondo a questa storia della Grecia dei colonnelli; due si svolgono prima della presa di potere da parte della giunta militare e l’ultimo si celebra a due anni di distanza dalla caduta del regime.

Il primo funerale è quello di Gregoris Lambrakis, il 28 maggio 1963. Lambrakis – lo Z. del romanzo di Vassilikos – rappresenta un monumento per la Grecia democratica: medico, ex atleta, sostenitore del pacifismo e personaggio di grandissimo carisma. Il suo omicidio è il primo eclatante segnale di come le forze eversive di destra siano in grado di operare incontrastate fino ad assassinare un uomo politico, un esponente politico di spicco della sinistra. Il primo ministro Konstantinos Karamanlis a seguito dell’omicidio si spinge ad affermare che quanto avvenuto non è responsabilità del governo; successive indagini dimostrano invece come i vertici della polizia e dell’esercito siano coinvolti nell’attentato: gli eventi lo portano a rassegnare le dimissioni.

Il secondo funerale è quello di Sotiris Petroulas, il 23 luglio 1965. Petroulas è uno studente di economia, un membro del Movimento democratico giovanile Lambrakis, fondato dal compositore Mikis Theodorakis in onore dell’amico scomparso due anni prima. Nella notte fra il 21 e il 22 luglio 1965 Sotiris Petroulas viene ucciso durante gli scontri che seguono una manifestazione di piazza. Quella sera Sotiris Petroulas scorta sul palco Theodorakis, che deve parlare ai Lambrakides. Interviene però la polizia per sgombrare la piazza dai manifestanti: Petroulas viene arrestato e muore mentre è in mano alle forze di polizia. La versione ufficiale attribuisce la morte a un’asfissia causata dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine, ma diversi dubbi sulla veridicità di questa versione – acuiti dal rifiuto della polizia di consentire l’autopsia sul cadavere – sono stati sollevati dalla famiglia di Petroulas e dai militanti del Movimento. Theodorakis dedica a Petroulas una canzone, che entrerà a far parte del repertorio di canzoni anti-regime. Anche il governo appena nominato, quello di Georgios Athanasiadis-Novas è costretto a dimettersi (non ottiene la fiducia del parlamento). La morte di Petroulas evidenzia la brutalità degli apparati di polizia, ma anche la fragilità politica del sistema ellenico; proprio questa debolezza strutturale, unita al pericolo di una vittoria del partito centrista di Papandreu – che avrebbe formato un governo di coalizione con la compagine di sinistra dell’EDA – porta al colpo di stato del 21 aprile 1967. Un golpe militare di carattere “preventivo”, volto ad arginare il “pericolo comunista”.

Il regime autoritario che si instaura, una giunta militare guidata dal colonnello Papadopoulos, si macchia delle peggiori violazioni dei diritti umani. Le responsabilità del sostegno ai militari gravano tanto sulle spalle del re Costantino, quanto su quelle della diplomazia e dei servizi segreti statunitensi, che già dal 1966 avevano in animo di far scattare un golpe, il piano Prometheus. Uno dei compiti principali che la giunta militare ellenica dichiara di voler perseguire – oltre a quello di allontanare il rischio di possibili derive socialiste del paese – è quello di risollevare l’economia: una ragione evidentemente pretestuosa guardando agli indicatori economici. I modesti risultati economici di Papadopoulos vengono conseguiti all’interno di un sistema autoritario con pochi equivalenti in Europa; al giornalista di Le Monde Marc Marceau, che in un primo momento tenta di descriverne i successi (successivamente cambierà opinione sino a curare un volume collettaneo sulla Grecia dei colonnelli), Theodorakis dedicherà una sferzante canzone “di ringraziamento”.

La politica dei colonnelli è basata sull’esaltazione della civilizzazione ellenico-cristiana: il connubio fra nazionalismo e tradizione religiosa. Gli artisti di sinistra come Theodorakis – ma lo stesso Savvopoulos – sono considerati agitatori e sovversivi: come tali vengono imprigionati e, nel caso di Theodorakis, la loro musica viene censurata.

La repressione è quotidiana e la resistenza diviene consistente, soprattutto fuori dai confini nazionali: grazie anche all’impegno di numerosi intellettuali, riesce a muovere l’opinione pubblica mondiale. Alexandros Panagulis diviene un simbolo della resistenza: nell’agosto 1968 tenta di porre fine all’esperienza della giunta militare organizzando un attentato a Papadopoulos. Il suo tentativo fallisce e Panagulis viene imprigionato e condannato a morte. La condanna alla pena capitale si trasformerà poi in una pena detentiva. Dal carcere – attraverso la sua resistenza, l’atteggiamento che tiene durante il processo, la sua eroica decisione di rifiutare di confessare i nomi dei suoi complici anche sotto tortura, le sue poesie (diffuse clandestinamente) – la sua lotta si trasformerà nel miglior manifesto per la Grecia libera, che lotta contro il regime militare.

L’economia greca, malgrado l’apporto fornito da un settore del turismo in espansione (a dispetto dei boicottaggi), entra in crisi. Nel 1973 Papadopoulos sfugge a un primo tentativo di colpo di stato portato avanti dalla Marina e sostenuto da re Costantino, in esilio dal 1967; Papadopoulos decide allora di far votare – attraverso un referendum costituzionale – il cambiamento della forma di governo. Costantino viene così dichiarato decaduto e il 1° giugno 1973 Papadopouolos diviene presidente della repubblica. È però costretto a cercare di “normalizzare” il sistema e a cercare un’alleanza con la vecchia classe dirigente: per fare ciò è necessario incanalare il regime – almeno formalmente – verso un ritorno – alla democrazia. È l’avvio della metapoliftesi.

Per dare dimostrazione di un cambiamento di rotta, Papadopoulos concede l’amnistia a Panagulis, che viene liberato nell’agosto del 1973. Il mese successivo Markezinis viene nominato primo ministro, dietro la richiesta di poter agire senza interferenze da parte della giunta e con la garanzia che la censura e la legge marziale sarebbero state abolite. Il nuovo corso di Papadopoulos ha però vita breve: le proteste studentesche, che si susseguono da mesi, culminano nell’occupazione del politecnico di Atene. Nella notte del 17 novembre l’esercito farà irruzione all’interno dell’università e metterà in pratica uno sgombero violento dei locali. Gli scontri che seguiranno porteranno alla morte di 24 persone. Il destino di Papadopoulos è segnato: otto giorni dopo l’assalto al politecnico, il generale Ioannidis, attraverso un colpo di stato, lo destituisce. L’ultimo atto della giunta militare è l’appoggio ad un altro colpo di stato: quello ordito a Cipro dall’organizzazione terroristica greco-cipriota EOKA B con l’intento di destituirne il presidente, l’arcivescovo Makarios.

Il golpe cipriota sortirà l’effetto di provocare l’invasione di una porzione dell’isola da parte delle truppe turche e condurrà la Grecia sull’orlo della guerra con la Turchia. Ioannidis verrà a sua volta destituito e, nel luglio del 1974 il regime dei colonnelli avrà finalmente termine. A Konstantinos Karamanlis, richiamato dall’esilio, verrà affidato il compito di presiedere un governo civile che possa portare ad elezioni democratiche.

Rimosso il regime rimane il problema dell’accertamento delle responsabilità dei civili che ebbero parte attiva nei crimini perpetrati durante quegli anni. Alexandros Panagoulis, eletto deputato, proseguirà con ostinazione una battaglia per cercare la verità e gli elementi in grado di far condannare i fiancheggiatori del regime dei colonnelli. Panagulis riesce ad entrare in possesso delle carte che inchiodano importanti personaggi della destra ellenica: attraverso quei documenti può dimostrare i legami dei politici con i militari, con la CIA e il loro ruolo nel colpo di stato. Tenta quindi di renderli pubblici: in un primo momento lo fa attraverso il giornale Ta Nea (di proprietà di Christos Lambrakis). Ma il Ministro Averoff – il suo principale oppositore e l’uomo più coinvolto dai documenti di cui è in possesso – ottiene che la magistratura ne blocchi la pubblicazione. Panagulis si gioca quindi l’ultima, per lui fatale fatale, carta: il 3 maggio 1976 ha intenzione di rivolgere un’interrogazione parlamentare al primo ministro Karamanlis, consegnando direttamente nelle sue mani quei documenti. Ma in Parlamento, il 3 maggio, Panagulis non arriverà mai perché cade vittima di un misterioso incidente automobilistico nella notte del 1° maggio portando con sé la speranza di vedere fatta giustizia.

Il terzo funerale di questo fil rouge è proprio quello di Alexandros Panagulis, che si tiene il 5 maggio 1976 ad Atene, a cui prende parte più di un milione di persone.

Rieccoci/1

Dopo qualche mese di letargo, il Mondo Contemporaneo torna a svegliarsi. Riprendiamo innanzitutto da uno dei fili che abbiamo seguito negli anni scorsi, quello del rapporto tra storia e musica che è stato al centro della rubrica “Storia dal jukebox“. Nei prossimi mesi continueremo a usare la musica per raccontare pezzi di storia (e viceversa), ma lo faremo in una forma parzialmente nuova: assieme agli amici di Diacronie ci occuperemo della trasmissione “Notabilia”, in onda ogni due settimane su Radio Ca’ Foscari, la radio dell’università di Venezia.

Le puntate saranno disponibili in streaming e in podcast e saranno arricchite da una serie di materiali pubblicati su questo sito e sul sito di Diacronie. La prima puntata sarà trasmessa giovedì 16 febbraio alle 15, sarà dedicata alla resistenza contro la dittatura dei colonnelli in Grecia tra gli anni Sessanta e Settanta.

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La musica e l’evoluzione dell’immagine della donna

 

Ancora durante gli anni Cinquanta e Sessanta l’immagine della donna tradizionale e accettata è quella di moglie o madre. Le canzoni dei primi festival di San Remo, come visto qui, rimandano a una cultura ancora bloccata e impaludata. La donna poteva scegliere di essere moglie e madre, cantare di amori incorporei, virginali oppure poteva essere il pericolo numero uno per l’uomo, il serpente tentatore che lo avrebbe deviato dalla retta via.

 

Nel 1964 Gigliola Cinquetti vince il festival di San Remo con Non ho l’età, ma sotto traccia qualcosa sta iniziando a muoversi. I fermenti culturali e giovanili di quegli anni riguardano, per forza di cose, anche le donne. Del 1963 è Cuore di Rita Pavone, nella quale la cantante dice al proprio cuore che sono solo i primi tormenti che prova per amore. Dalla metà degli anni ’60 le giovani donne iniziano a vivere una vita diversa da quella tradizionalmente loro imposta. Non più angeli del focolare, ma persone che vogliono fare esperienze, non più candide madri e mogli in attesa ma ribelli, con i pantaloni e che cantano il rock ‘n’ roll.

Più di te di Mina, testo di Antonietta de Simone e cover del brano statunitense I won’t tell di Tracey Dey, fa un passo in più rispetto alla precedente voglia di ribellione. Parla direttamente con un uomo a cui dice che lui non è abbastanza per lei. Una forma di protesta e rivendicazione che mostra come si stesse producendo un salto nelle riflessioni delle donne. Anche in ambiti in cui le donne avevano già garantita una teorica parità, sancita anche dalla Costituzione, o all’interno del movimento studentesco e in partiti come quello comunista e socialista, le donne scoprono che la parità è tutt’altro che reale. Nelle assemblee devono scontrarsi con il fatto che le loro idee sono considerate in base al loro sesso, dentro i luoghi di produzione della cultura scoprono che comunque loro essendo donne non possono ambire ai ruoli dei maschi. Questa scoperta portò le donne nei primi anni Settanta a iniziare una separazione, una frattura forte ma necessaria per ridefinirsi, per capire quanta di questa inferiorità fosse stata introiettata dalle stesse donne.

Canzoni come Padre Davvero di Mia Martini del 1971, raccontano delle riflessioni che in quegli anni si facevano nei circoli femminili, durante le sedute di autocoscienza, ovvero in momenti in cui le donne si ritrovavano e confrontavano le proprie esperienze e i propri pensieri. Da questi circoli e dal lavoro di molte donne viene problematizzato il ruolo della donna e dell’uomo nella società, la necessità non solo di una parità ideale ma più concreta, un’uguaglianza tra diversi. Nascono consultori e centri anti-violenza, le lotte per l’aborto legale e per il divorzio che solo successivamente verranno fatte proprie da movimenti e partiti. La forza di queste riflessioni è tale da coinvolgere anche quelle donne che non partecipano al movimento femminista, e al punto che ancora nella metà degli anni Ottanta la maggioranza delle donne si definiva senza paura femminista.

Tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta molte sono le artiste che giocano con la propria immagine. Come si diceva qui, le rivendicazioni del decennio precedente sembrano essere diventate normalità. Gianna Nannini usa un’immagine molto mascolina, forte, punk. Anche Donatella Rettore lo è per certi versi, ma in maniera più eclettica. È come se nel decennio precedente l’immagine della donna fosse stata destrutturata e queste artiste provassero a ricostruirla senza stereotipi.

La musica nell’Italia del Boom

 

L’Italia del 1958 è un paese che si sta accorgendo di essere all’inizio di una nuova fase della propria storia. Quello che è conosciuto come “boom economico” e poi come “miracolo economico” è un momento in cui non solo il paese accelera economicamente, ma si trasforma anche dal punto di vista socio-culturale.

Non è un caso, forse, che proprio nel 1958 a vincere San Remo sia Nel Blu dipinto di Blu di Domenico Modugno, il brano simbolo della fine degli anni Cinquanta in Italia. Una canzone che rompe completamente con la tradizione precedente, sia nei contenuti che nello stile. Fino a quel momento era ancora forte nella vita culturale e nella morale comune il peso che aveva avuto il regime fascista. Un paese che era bloccato nella contrapposizione netta tra comunisti e anticomunisti, e  che produceva una musica ancora fortemente legata agli stili e ai contenuti dei decenni precedenti. Vola Colomba cantata da Nilla Pizzi, vincitrice del Festival di San Remo – prodotto dalla RAI, controllata dalla Democrazia Cristiana – è esemplare. Il richiamo ai valori tradizionali è così evidente da farne quasi un caso di studio: c’è l’invocazione a Dio e alla patria, con il riferimento a San Giusto, cattedrale di Trieste allora ancora non tornata entro i confini patrii. Dio, Patria e Famiglia: sono queste le basi di una società ancora legata fortemente al passato.

Ma se questa è la forma della musica ufficiale, non signfica che questa sia l’unica musica. Renato Carosone e Fred Buscaglione, in modi diversi, rappresentano una volontà di cambiamento che sta nascendo nel paese. Ispirata alla musica statunitense, anche se in modi differenti, la loro produzione mostra una commistione tra innovazione e tradizione. Il jazz aveva avuto seguito nel nostro paese anche durante il regime fascista, nonostante il divieto di ascoltare musica straniera, e nel 1935 Luis Armstrong aveva tenuto due concerti al Hot Club di Torino. Sia Buscaglione che Carosone recepiscono la cultura statunitense con ironia e in maniera critica; le loro canzoni mantengono un forte legame, a livello di contenuti, con la tradizione italiana, ma musicalmente propongono qualcosa di innovativo.

In questo panorama musicale si affacciano, dal 1957, i Cantacronache, un gruppo di musicisti e intellettuali di ispirazione comunista, che vogliono cantare, come dice il nome, della realtà. Del gruppo fanno parte Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Michele Straniero e Margot Galante Garrone, e con loro collaborano anche Italo Calvino e Gianni Rodari. La loro produzione era segnata dall’impegno politico e molti loro brani sono diventati famosi grazie alla loro diffusione durante le manifestazioni. Uno dei brani di maggior successo è Per i morti di Reggio Emilia, composta da Fausto Amodei, che racconta dei morti nel corteo sindacale di Reggio Emilia nel luglio 1960.

Quelli sono gli anni della fine del centrismo e del centrosinistra, intervallati significativamente dai mesi del governo Tambroni, governo reazionario sostenuto dai voti del MSI e che represse duramente le manifestazioni antifasciste che lo contestavano, causando 11 morti in pochi mesi in tutta Italia. In quelle manifestazioni, in particolare in quella di Genova, divenne palese la nascita di una nuova categoria sociale: i giovani. Uomini e donne tra i 15 e i 25 anni, che il benessere e i cambiamenti sociali avevno reso una categoria a parte. Se fino a quel momento essere giovani significava attendere di diventare adulti, in quegli anni il concetto si trasforma. I giovani rifiutano il modo di vivere che veniva loro imposto dagli adulti e che non era più in linea con quanto vivevano e con le loro aspettative. Aumenta il numero di studenti e spesso di studenti lavoratori, e i giovani si raccolgono in gruppi, accomunati dalla passione musicale, sportiva, culturale – non ancora politica. Irrompono sulla scena e diventano un problema di ordine pubblico. Ma vengono accolti con fastidio anche a sinistra: «teppisti e provocatori» definì l’Unità quei giovani che parteciparono agli scontri di Piazza Statuto a Torino, nel 1962, ai margini di uno sciopero della FIOM. Sono momenti significativi, perché, sia a Genova che a Torino, gruppi di ragazzi scavalcano i tradizionali leader della protesta e non ascoltano le loro indicazioni.

E se quei giovani ascoltano il rock and roll, arrivato attraverso i jukebox, e osteggiato sia dai conservatori che dai progressisti, in realtà quella musica non sottolinea la frattura profonda che si sta verificando nel paese. Una rottura quasi di facciata, più a livello di stile. Sono anni in cui il paese inizia a mutare fisionomia: i giovani, come le donne, iniziano un lungo percorso che alla fine del decennio vedrà molti di loro politicizzati; dal Sud cominciano ad arrivare al Nord migliaia di persone che si trasferiscono e vanno a vivere in quartieri periferici, spesso di recente costruzione, nei quali mancano spesso i servizi essenziali. I giovani di piazza Statuto a Torino erano giovani lavoratori meridionali, che si trovano sbalzati in un mondo nuovo e al quale si adattano, ma cambiando sé stessi e il mondo che hanno attorno. E se non è il rock a mostrare i cambiamenti profondi del paese, sicuramente lo fanno i cantautori. La musica dei cantautori ha spesso come soggetto l’amore, ma l’amore di cui parlano è radicalmente diverso da quello cantato da Nilla Pizzi, Claudio Villa, ma anche da Adriano Celentano e Little Tony.

Canzoni come Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco o Il cielo in una stanza di Gino Paoli raccontano meglio di qualunque altra cosa il cambiamento che sta iniziando in quegli anni. A differenza delle canzoni del Cantacronache non è un’esplicita protesta quella che cantano i cosiddetti cantautori, e in particolare quelli della scuola genovese (senza dimenticare Jannacci e Gaber); cantano di una diversità esistenziale rispetto alla morale comune che è definitiva e irriducibile. Il cielo in una stanza parla di soffitti viola, colore che si trovava solo nei bordelli, e ne canta con una tenerezza inusuale per l’epoca. Tenco invece racconta di una relazione amorosa al di fuori di quell’amore, senza quell’anelito quasi divino di cui parlano le canzoni di Sanremo. Una relazione non banale e per certi versi molto più quotidiana di quella precedente. Anche la musica è profondamente cambiata, gli stacchi più sottolineati, non forzati ma forti, sottolineati sia con il testo che con le note. Lo stesso testo si adatta alla musica in maniera differente, a volte quasi sorprende l’ascoltatore e sembra rimandare una necessità, un’impellenza di comunicazione che la musica precedente, calma e impostata, non aveva.

Il termine cantautori nasce proprio in quegli anni, proprio per questi autori che scrivevano testi che non trovano nessun cantante disposto a interpretarli, a sottolineare la loro diversità. Queste canzoni, ma per certi versi anche il rock and roll, mostrano un paese in evoluzione che sta entrando un decennio di grandi cambiamenti.

 

 

La vita di un volontario antifascista in Spagna

 

Ennio Tofoni fu tenore, impresario musicale e antifascista. Nacque nel 1904 a Fermo e la sua vita è stata strettamente intrecciata con la guerra civile spagnola, non soltanto perché vi partecipò come volontario a sostegno della Repubblica.

Le Marche di inizio secolo vedono la presenza di forti movimenti sociali, inquadrati in una regione dove ancora era forte l’influenza dei notabili legati allo Stato pontificio, passati in blocco al Regno d’Italia. Nato in una famiglia socialista, Tofoni crebbe immerso nelle lotte sociali di quegli anni. Nonostante le difficoltà economiche, ebbe un’infanzia serena, ma la sua vita peggiorò quando nacque e prese il potere il fascismo.

Per capire cosa spinse migliaia di uomini e donne – fino a ventimila – a raggiungere la Spagna quando nel luglio del 1936 i militari si ribellarono al governo, bisogna indagare le loro vite. Molti erano perseguitati dai propri paesi perché oppositori dei loro regimi, e avevano un passato di violenze subite e di fughe all’estero che li portò ad identificarsi con la Spagna repubblicana quando venne aggredita dai nazionalisti supportati dai fascismi internazionali. Ma i volontari non sono solo italiani o tedeschi, giungono da 53 paesi di tutto il mondo, e quindi questo non basta a spiegarlo. In generale è un amore per la libertà e la giustizia sociale a richiamare i volontari: la possibilità di combattere apertamente il fascismo per la prima volta e la possibilità di costruire un domani migliore è ciò che muove uomini e donne, spesso in condizioni di vita difficili, ad abbandonare tutto per aiutare la Repubblica spagnola.

Ennio Tofoni e la sua famiglia subirono bastonature e violenze fin da quando le squadracce fasciste comparvero nelle Marche. Vennero assaliti mentre manifestavano per i diritti dei lavoratori – i fascisti spararono sulla folla uccidendo alcuni manifestanti, ma i carabinieri arrestarono i manifestanti. Questa sensazione di impunità dei fascisti contribuì molto alla loro vittoria e alla demoralizzazione degli antifascisti.

Sono molti gli episodi che Ennio Tofoni ricorda nella sue memorie, inedite. Venne bastonato da alcuni fascisti di ritorno dalla Marcia su Roma. Si trovava in un cimitero, sulla tomba di un amico e compagno morto pochi giorni prima di malattia: la sua colpa era quella di essere andato a portare omaggio alla tomba di un anti-italiano. Alcuni fascisti lo andarono a cercare in un’officina che aveva aperto con alcuni suoi amici, il giorno del 1° maggio – erano stati costretti a lavorare dal committente dell’ordine, fascista a sua volta, che conoscendo le idee di Ennio voleva umiliarli facendoli lavorare nel giorno della Festa dei lavoratori. I fascisti fecero irruzione nel laboratorio spaccando gli attrezzi e malmenando i presenti; Ennio e un altro riuscirono a fuggire aprendosi un varco usando alcuni strumenti come armi. Scapparono per tutta la città coi fascisti alle calcagna, dovettero fuggire sui tetti e si salvarono soltanto perché a un certo punto i fascisti si ritennero soddisfatti di quanto fatto.

L’episodio più grave, tra i tanti, avvenne nella piazza principale della città di Montegranaro, nel 1926. Ennio si trovava con il padre e il fratello; vennero riconosciuti e circondati da una decina di fascisti locali, tra cui personaggi ben noti e nobili, che li pestarono a sangue. Fu davvero un pestaggio brutale: Ennio si ritrovò ferito da una coltellata, suo fratello Bruno venne ripetutamente colpito con un bastone, e anche il padre venne malmenato duramente. Mentre alcuni li tenevano fermi altri li picchiavano con i bastoni; quando si decisero a lasciarli andare vennero arrestati tutti e tre e gettati in una cella, dovettero aspettare ore prima di ricevere le cure di un medico.

Ennio cercò rifugio in Argentina, ma tornò in Italia nel 1927 per assistere alla morte del padre, causata dalle conseguenze del pestaggio. Continuava a occuparsi di politica ma si guardava bene dall’esprimere le proprie opinioni pubblicamente. Questo non servì a diminuire le attenzioni del regime nei suoi confronti. Nella prima fase del fascismo – quella estremamente violenta delle squadre – queste avevano il sostegno delle istituzioni; quando il fascismo prese il potere, la violenza divenne quella di un regime di polizia che impediva qualunque aspirazione agli oppositori politici.

Negli anni Trenta Ennio, sperando che in una città più grande e lontano dalle proprie terre sarebbe riuscito a nascondersi dal regime, si trasferì a Roma. Ma le cose non cambiarono. Gli venne ritirata la patente, perché avrebbe potuto usarla per fare propaganda, gli venne impedito di rilevare un impresa, gli venne impedito di seguire il suo sogno. Fin da bambino era stato appassionato di canto. Aveva cantato in sezioni del Partito socialista e negli oratori, anche se non era in regola con i sacramenti. A Roma, a costo di grandi sacrifici, aveva studiato canto al conservatorio e un importante maestro voleva farlo esordire in uno dei più importanti teatri romani, il Teatro reale dell’Opera. Anche questa volta il regime si oppose, Ennio non era iscritto né al PNF né alle Corporazioni. Molti amici avevano insistito con lui perché prendesse almeno la tessera del partito – una scelta, dicevano, semplicemente sull’opportunità. Per il tenore questo però era inconcepibile, non sarebbe riuscito a scendere a patti con il partito che lo aveva privato della libertà e malmenato così tante volte: la sua convinzione gli impedì di esordire a teatro. Frustrato, avrebbe detto lui, nell’animo e nel corpo, decise di abbandonare l’Italia e andare in Francia. Passò il confine clandestinamente e nel 1935 era a Parigi.

Nel frattempo la Spagna viveva anni di grande crisi e conflitti. Finita nel 1931 una dittatura militare, quella del generale Miguel Primo de Rivera, dopo la vittoria di una coalizione socialista e repubblicana nelle elezioni del 1931, il re fuggì dal paese e venne nominata una repubblica. Questa ebbe vita breve e travagliata. Dopo i primi due anni a guida delle sinistre, nel 1934 venne eletta una coalizione di centro-destra che represse i moti sociali e guardava al ritorno della monarchia. Nel 1936, il Presidente della Repubblica sciolse il parlamento pur di non nominare un governo guidato da una formazione, la CEDA, che non riconosceva la legittimità della Repubblica, e vennero indette nuove elezioni.

Il Fronte popolare ottenne la vittoria con un margine molto risicato, il 47,1% contro il 45,6% delle destre. Venne nominato un governo, ma il clima nel paese era incandescente. Formazioni di destra, come la Falange española, aggredivano i militanti delle sinistre, i quali si organizzavano per vendicarsi in un crescendo di violenza. Nei cinque mesi che precedettero la guerra civile, vi furono 262 morti, di cui 112 militanti di sinistra, 50 di destra, 19 della forza pubblica e 45 non identificati. I giornali della destra, in particolare cattolici, soffiarono sul fuoco, gridando al pericolo, chiedendo a gran voce l’arrivo di un governo autoritario che sapesse controllare le violenze.

Nonostante questo clima il governo approvò alcune importanti riforme, come quella agraria. Nel paese i conflitti sociali erano da anni molto forti; nel 1934 vi era stata una rivolta nelle Asturie che il governo di centro-destra aveva represso duramente. Il movimento anarchico era molto forte (il Fronte Popolare ottenne la vittoria anche grazie al suo invito alla non astensione), e le riforme sociali erano necessarie per la stabilità del paese. Ma i grandi latifondisti e le alte gerarchie ecclesiastiche erano contrari a ogni riforma e soffiarono sul fuoco delle violenze, fino a quando il 18 luglio alcuni generali, tra cui Francisco Franco, decisero di ribellarsi alla Repubblica e marciarono su Madrid. I generali ribelli erano stati allontanati dalla Spagna continentale e si trovavano alle Baleari e nel Marocco spagnolo.

Fin da subito lo scontro ebbe una portata europea che non poté essere ignorata. Italia e Germania si schierarono con gli insorti, lo stato italiano inviò una squadriglia di dodici aeroplani Savoia Marchetti per agevolare il passaggio dal Marocco alla Spagna dei militari, ma alcuni di questi aeroplani, sprovvisti di carburante, dovettero atterrare nel Marocco Francese e la stampa internazionale informò dell’appoggio italiano ai ribelli. E fin da subito migliaia di volontari accorsero in sostegno della Repubblica.

La vita di Ennio in Francia era migliorata: si guadagnava da vivere tra lezioni di canto e concerti, aveva cantato in importanti teatri francesi e parigini, aveva inciso dei dischi e aveva firmato da poco un contratto per inciderne altri e recitare in alcuni film. Ma quando seppe dell’insurrezione, si rivolse subito alle organizzazioni antifasciste con cui era in contatto fin dal suo espatrio per poter raggiungere Barcellona. Fu il PSI a fargli avere il passaporto, il nome di Enrico Belmonte, e farlo partire insieme ad altri italiani.

Visse da protagonista buona parte della guerra. Arrivato a Barcellona in una situazione di caos, dovuta anche alla riorganizzazione dello stato, venne arruolato dopo qualche giorno nella Primera columna, rimase per un breve addestramento alla caserma “Carlos Marx”e poi fu inviato al fronte. La sera prima di partire cantò alcune canzoni italiane e catalane per i suoi commilitoni.

Venne inviato sul fronte verso Saragozza e giunse nell’agosto del 1936 nella cittadina di Huesca. Il fronte repubblicano era povero di mezzi: i militari insorti lo avevano lasciato senza un apparato bellico, e gli alleati naturali, come il governo francese di Fronte popolare, non inviarono aiuti. Gran Bretagna e Francia si appellarono a un patto di non intervento firmato alla Società delle Nazioni – che Italia e Germania però non rispettavano. Solo nel 1938 l’URSS iniziò a inviare un qualche sostegno, ma i numeri non furono paragonabili a quelli dei fascismi internazionali. La scarsezza di mezzi portava i miliziani repubblicani a ingegnarsi per reggere lo scontro. Ennio, nelle sue memorie, ricorda le azioni della Batteria Fantasma: insieme al bolognese Nino Nanetti, avevano montato un piccolo cannoncino su un autocarro e con questo, senza farsi vedere dai ribelli, si avvicinavano alle linee nemiche e le colpivano. Il nome Batteria Fantasma venne dato dai giornali che sostenevano i ribelli.

Ennio racconta di atti eroici da parte dei miliziani, ma anche delle violenze a cui talvolta una parte di questi si lasciava andare. Violenti erano gli attacchi contro il clero quando non si schierava con la Repubblica. Alcuni preti che avevano sparato sui miliziani vennero fucilati. Molti, forse quasi un migliaio – ma il conto non può essere certo – furono i preti uccisi nei primi giorni della guerra civile. Lo stato repubblicano si stava riorganizzando; le milizie, composte da militanti e non organizzate da uno stato centrale, produssero questa situazione di violenza diffusa, che venne fermata dai dirigenti di tutti gli schieramenti non appena lo stato fu in grado di controllare la situazione. Dall’altro lato i franchisti portavano avanti la politica della limpieza, la pulizia sistematica di tutti i sostenitori della Spagna avversa. Quando le truppe franchiste conquistavano una città, l’ordine era quello di uccidere chiunque avesse sostenuto la Repubblica. Secondo le memorie di Ennio Tofoni, furono ottomila i repubblicani fucilati nella sola Malaga dopo l’ingresso dei ribelli.

Non è facile riorganizzarsi durante una guerra, tanto meno creare un esercito quando questo dovrebbe già essere schierato. Le milizie dei vari partiti fecero resistenze a unificarsi e costituire un coordinamento. In particolare anarchici e trozkisti temevano che unificarsi avrebbe significato non portare avanti la rivoluzione sociale ed essere messi nelle mani di forze che non volevano una società diversa. Temevano l’approccio dei comunisti e dei socialisti. Questi contrasti sfociarono in conflitti a fuoco per le vie di Barcellona, che lo stato represse, anche grazie ai dirigenti delle formazioni anarchiche che invitarono i più determinati dei loro schieramenti a lasciare le armi.

Nonostante la differenza di forze in campo i repubblicani non vennero spazzati via come i ribelli speravano. Ennio racconta di una resistenza spesso oltre lo stremo, nonostante la scarsezza di uomini oltre che di mezzi: bombardati dall’aviazione italiana e tedesca, i miliziani riuscivano a tenere le posizioni sul fronte di Saragozza. Ennio era inquadrato nella squadra delle telecomunicazioni, ovvero seguiva in prima linea i soldati per garantire le comunicazioni con il comando. Venne ferito più volte, venne fatto prigioniero e portato a Saragozza, dalla quale riuscì a scappare rocambolescamente. Ferito una seconda volta, dovette rimanere convalescente a Barcellona, dove tenne dei concerti per raccogliere denaro.

Venne anche inviato in Francia, dove poté constatare come il clima verso la Repubblica era cambiato. Venne arrestato alla frontiera, gli venne dato un foglio di via entro venti giorni e dovette rientrare clandestinamente in Spagna. Qui trovò una situazione sempre peggiore. Nonostante atti eroici – come la battaglia di Guadalajara, nella quale i fascisti italiani si videro respingere l’attacco con cui pensavano di entrare facilmente a Madrid – la guerra volgeva al peggio. Senza aiuti e senza sostegno internazionale, senza un esercito regolare e con gli avversari che potevano disporre di importanti mezzi militari, la sorte della Repubblica era segnata.

L’ultimo tentativo di resistere fu la battaglia del fiume Ebro, tra Valencia e Barcellona. I repubblicani sferrarono un attacco, inizialmente vittorioso, lungo il fiume, ma la superiorità di mezzi avversari li sconfisse nuovamente. La stessa cosa accadde sul fronte di Saragozza, coi franchisti che penetrarono nei Paesi baschi, dove fucilarono i preti che si erano uniti alla Repubblica, e per non essere accerchiati i miliziani iniziarono la ritirata.

Nel gennaio del 1939 Ennio si trovava di nuovo a Barcellona, pronto a lasciare il paese. La fuga dalla Spagna è il racconto di altre e tremende vessazioni. L’aviazione italiana bombardava sistematicamente la colonna in fuga, composta da militari e civili. La Francia non aprì immediatamente il confine e lasciò ammassate lì migliaia di persone. Quando i fuggiaschi riuscirono a varcare i Pirenei, non trovarono nessun aiuto. Dovettero camminare per venti chilometri, nel freddo invernale, senza trovare strutture dove ripararsi o che distribuissero cibo. Giunti finalmente a Port Vendre, vennero accolti in un ospedali e curati, dopodiché inviati in campi di concentramento nei quali furono dimenticati. Ennio trascorse in uno di questi, Perpignan, forse un anno. Quando ne uscì, nel 1940 si trovò coinvolto nella seconda guerra mondiale, aderì alla resistenza francese e vi combatté fino alla vittoria.

Dopo la fine della guerra, rientrò per un breve periodo in Italia, per poi stabilirsi fino alla metà degli anni Settanta in Francia, dove lavorò come cantante e impresario. Rientrato in Italia, si stabilì fino alla morte a Porto San Giorgio, nelle Marche. Ricordò sempre le sue avventure in Spagna; nelle sue memorie vuole spiegare “Il Motivo”, in maiuscolo nel testo, che lo spinse ad andare in Spagna.

 

Le canzoni della Swinging London

 

Negli anni ’60 il centro del mondo, almeno per quanto riguarda le attenzioni dei giovani, è Londra. Qui si respira un’aria di cambiamento, una ventata di novità che nel resto d’Europa ancora non è arrivato. Quel misto di moda, culture giovanili, esperienze e ribellione che passerà sotto il nome di “Swinging London”.

Con la crisi dell’impero, che aveva messo a dura prova l’orgoglio inglese, e le difficoltà del secondo dopoguerra il Regno Unito era cambiato molto. I giovani dei primi anni ’60, che poco o per niente avevano vissuto la guerra, cominciarono a sentire una distanza dalle generazioni precedenti. Le sentivano grigie, tristi, destinate ad invecchiare in fretta sotto i colpi del lavoro. E a tutto questo cominciarono a ribellarsi.

La prima canzone a riferirsi a quel che stava avvenendo a Londra è Swinging England del cantante americano di origini texane Roger Miller. L’Inghilterra dondolante, questo aggettivo, da «swing» e quindi in qualche modo riferito anche alla musica, sarà attribuito a quel fenomeno prima da Vogue e poi da Time, che a metà del decennio raccontarono ai lettori americani cosa stava avvenendo. Dondolante nel senso di sfuggente, qualcosa che non si sapeva bene da dove nascesse ma che aveva avuto la sua espressione nei colori, nelle minigonne e nei pantaloni a zampa di Carnaby Street.

Ma non è solo fashion e divertimento. Ispirati da bluesman neri come John Lee Hooker i giovani inglesi cominciano a suonare una musica più dura, meno plastificata di quella che veniva loro proposta dalle radio. Il punto di contatto tra i neri statunitensi o i giovani bianchi inglesi sta nel sentirsi reietti, esclusi, emarginati e nel trasmettere queste emozioni attraverso il suono. E nel 1965 sembra iniziare una vera e propria rivoluzione, il rock compie un salto che porterà in soffitta i suoni alla Elvis. Emblema di questa rivoluzione musicale è la pubblicazione dell’album d’esordio degli Who, My Generation.

Gli Who sono un gruppo londinese, vengono da Chiswick, cantano di una rabbia giovanile, proletaria e pre-politica. Gli Who sono il gruppo Mod per eccellenza. Mod e Rockers sono bande giovanili. i primi scorrazzano su vespe e lambrette ricoperte di accessori come gli specchietti retrovisori, i secondi su moto di più grossa cilindrata. I primi vestono hanno un look molto curato e prestano enorme attenzione ai dettagli, i secondi hanno sempre indosso giacche di pelle da motociclista. La rivalità tra le due bande è molto forte e le risse sono all’ordine del giorno. Alcuni scontri arrivarono a coinvolgere un migliaio di persone. Diventano un problema di ordine pubblico. Entrambi i gruppi esprimono un malessere che covava nelle periferie ma che ancora non trovava uno sfogo. Le periferie sono una realtà poco rappresentate nell’immaginario tradizionale della Swinging London, ma ne fanno parte, per certi versi la invadono.

Lo stile musicale inglese è talmente innovativo che invade anche gli USA, patria del rock. Si chiamerà «British Invasion» e racconta di come Beatles, Rolling Stones, The Who e molti altri gruppi troveranno oltreatlantico una patria di elezione, a un certo punto quasi trasferendovisi in pianta stabile.
Ma non è solo, come pare a noi oggi, il ballo scatenato e divertente: dalle periferie arriva la rabbia di giovani che si sentono esclusi dalla ricchezza del centro. Come ad esempio cantano i Them, nel loro album d’esordio The Angry Young Them.

Satisfaction dei Rolling Stones rappresenta bene questo senso di alterità da qualunque cosa la società offra. Un senso di diversità che crea come una frattura tra i giovani dondolanti, delle periferie e di Carnaby Street, e il resto della città, di una Londra ancora grigia che i giovani volevano cambiare, colorare. Se quindi da un lato c’è una rabbia quasi cieca dei giovani ragazzi delle periferie proletarie, dall’altra alcuni di questi cominciano a interpretare, analizzare e contestare la società nella quale vivono. Dalle università escono non solo giovani che hanno voglia di divertirsi lontano da una vita nella quale si sentono ristretti, ma anche giovani che hanno provato esperienze nuove e che si immaginano una vita diversa, la teorizzano. È la nascita di quel processo di politicizzazione che poi esploderà a Parigi e in Italia nel 1968.

Il balbettio di Roger Daltrey, il suono innovativo e la scarica di rabbia passano dalle sue note di My Generation, la canzone simbolo di quanto stiamo parlando. Sia la musica che il testo rappresentano quanto provavano molti giovani. Alcune frasi sono davvero esemplari. Ma quella che più di tutte forse rappresenta quella generazione è «I hope i die before i get old». Non è ovviamente da prendere alla lettera, rappresenta quella distanza che si era creata tra i giovani e il mondo degli adulti. Non è solo una questione di ribellione al mondo dei propri genitori, ma anche al loro stile di vita. Come cantano anche gli Animals in We gotta get out of this place,  la distanza era da persone che erano invecchiate in fretta, avevano perso i capelli per vivere una vita di sacrifici e di lavoro che tra le mani non aveva lasciato loro niente.

La Swinging London fu un laboratorio, i giovani di tutto il mondo vennero attratti nella capitale inglese. Ne canta anche Guccini, tutti erano attratti da quel che stava avvenendo non solo a Carnaby street ma nelle periferie, nei teatri, nella musica. E se oggi l’immaginario rimanda solo le Union Jack e i capelloni, sotto si può ancora trovare traccia di quella rabbia che pervadeva quegli anni.

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 2

Ronald Reagan venne eletto presidente degli Stati Uniti nel 1980 con un chiaro programma: quello di riportare il paese alla normalità, dal punto di vista conservatore, dopo gli eccessi dei decenni precedenti. Era ora di rimettere al proprio posto ciò che era stato stravolto. Ma nonostante questo pare che i diritti conquistati dai neri con il loro lungo ciclo di lotte stiano cominciando a dare i loro frutti. Si avverte una maggiore equità sociale che permette ai neri di raggiungere traguardi prima insperati. Sono avvenimenti di costume, ancorché molto significativi, come l’elezione della prima Miss America nera nel 1984; musicali, come l’introduzione di Chuck Berry, Ray Charles, James Brown, Sam Cooke e Little Richard nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986. Ma sono anche avvenimenti politici rilevanti come l’elezione, nel 1989, di L. D. Wilder a governatore in Virginia e la nomina di Colin Powell a capo di stato maggiore. Sono gli anni di Bill Cosby e dei Robinson e di Micheal Jackson, che nel 1982 pubblica Thriller, l’album più venduto della storia.

L’emergere di questa middle class nera non nasconde del tutto la condizione del resto della comunità afroamericana. Lo dice esplicitamente Reagan is for the Rich Man dei blues-man Lousiana Red e Carey Bell. Come recita questo blues, le politiche conservatrici e repressive degli anni Ottanta causarono arresti in massa e vittime nei quartieri più poveri. Secondo Humans Rights Watch la “war on drugs” lanciata dall’amministrazione Reagan coinvolge percentualmente molti più neri che bianchi. Nel 1988 i neri arrestati per droga sono cinque volte i bianchi e il 37% del totale degli arrestati, nelle grandi città questo dato aumenta fino al 53%. Questo perché la guerra si concentra nelle città a minor reddito, dove è più presente la popolazione afroamericana.

La condizione dei quartieri poveri, abitati prevalentemente da neri, è ben rappresnetata da canzoni come The Message pubblicata nel 1982 da Grand Masterflash and the Furious Five. In questo brano rap, uno dei primi, si canta di vetri rotti, di degrado. Il ritornello dice «don’t push me ‘cause i’m close to the edge»Non tanto una rivendicazione quanto una constatazione, non si può vivere peggio di così. Non è chiaro a chi si rivolge il rapper, uno dei fondatori del genere, è un commento generalizzato. In brani come questo e altri di Grandmaster Flash, come White Lines contro l’utilizzo di crack pubblicato nel 1984, o Renegades of Funk pubblicato nel 1983 da Afrikaa Bambataa and the Soul Sonic Force, si racconta la propria realtà per quella che è, manca una rivendicazione di cambiamento.

Da questo filone sociale deriva il rap militante come quello di KRS-ONE e dei Public Enemy. Uno dei brani più conosciuti dei Public Enemy è Fight the Power. La band si richiama esplicitamente all’immaginario delle Pantere nere e della militanza del Black Power, ma vi è una nota dissonante. I Public Enemy ancora si richiamano a parole d’ordine come «white man’s heaven is black hell», ma sempre più nell’arco della loro carriera il riferimento diventa quello della lotta agli uomini di potere, si perde l’orizzonte razziale per assumerne uno sempre più sociale. Peraltro nel video di Fight the Power si crea un’immagine particolare, nella quale i militanti delle Pantere nere nei loro vestiti di pelle nera contrastano con il resto del pubblico, mostrandoli non tanto avanguardia della comunità nera, quanto fuori dal tempo.

Anche nel brano di Tracy Chapman Talkin’ about the revolution, del 1988, è la povertà che sta preparando la rivoluzione. Significativo è il passaggio «it sounds like whisper», come un sussurro. In questo verso vi è tutto il cambiamento di questi dieci anni: nei decenni precedenti la rivoluzione si preparava con un gran vociare, ora invece Chapman lo vede come un sussurro, lontano dall’attenzione di una società che non ha risolto ma ha deciso di ignorare il problema.

Uno degli stili del rap, nato nei primi anni Novanta, è il gangsta rap. Il suo contenuto molto violento fa riferimento alla vita dei rapper, spesso vissuta al di fuori della legge, una vita da gangster. Per poter fuggire dalla povertà e dal degrado, cantano questi rapper, i neri non hanno che la possibilità di arricchirsi. E l’arricchimento non può che arrivare con la musica oppure con lo spaccio e la vita da gangster. Raccontano la vita dura dei quartieri, ma anche la via d’uscita. È quello di cui cantano i Niggaz Wit Attitude in Straight Outta Compton. I rapper vogliono allontanarsi da una vita difficile e senza speranze, e l’unica manera che hanno per farlo è cantare. Gli N.W.A. sono un gruppo storico per il rap, composto da MC come Ice cube e Dr Dre, usano liriche violente, spesso in conflitto con la polizia, un altro loro brano molto famoso è Fuck Da Police. Nel brano si dice esplicitamente che il reato per un giovane di Compton è essere nero, si minaccia la polizia di vendetta. È una musica che canta la realtà senza proporre una soluzione alternativa alla fuga individuale: è una via personale e individuale per ottenere quello che veniva rivendicato collettivamente due decenni prima.

 

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 1

Dall’omicidio di Trayvon Martin nel 2013 e ancor di più dopo quello di Micheal Brown nel 2014, la questione razziale e le condizioni di vita dei neri statunitensi sono tornati di attualità. Le loro condizioni sono molto diverse da quelle di inizio Novecento, ma ancora molta strada resta da fare. In queste due puntate della “Storia dal Jukebox” ripercorriamo musicalmente la storia delle lotte dei neri per i diritti civili e contro il razzismo.

All’inizio del Novecento negli Stati Uniti esiste una precisa gerarchia razziale che vede al vertice i WASP – una sigla che sta per bianchi, anglosassoni e protestanti – seguiti da tedeschi, irlandesi, spagnoli e italiani, asiatici e infine i neri. Non solo il colore della pelle stabilisce questa gerarchia, ma anche la religione. Uno degli strumenti utilizzati per difendere questa gerarchia è il linciaggio, soprattutto nei confronti dei neri. Secondo una stima della Tuskagee University, tra il 1889 e il 1940 furono 3833 le vittime di linciaggio, per la stragrande maggioranza neri degli stati del sud.

Ne canta, nel 1939, Billie Holiday in Strange Fruit. Testo e musica della canzone sono ispirati dalle fotografie di un linciaggio. Il testo non è per nulla metaforico e descrive i corpi carbonizzati, martoriati, che dondolano al vento e bagnano di sangue le foglie delle magnolie del sud. È l’interpretazione di Holiday a rendere la canzone non solo una denuncia ma una straziante testimonianza. Le pause e il tono, differente dagli altri brani di Billie Holiday, rendono bene il dolore che la cantante provò sulla sua pelle.

Con gli anni Cinquanta il movimento per i diritti civili prese slancio. Eventi simbolo, come il boicottaggio dei bus di Montgomery in Alabama dopo il caso di Rosa Parks, spinsero sempre più neri a prendere coscienza dei propri diritti e scendere in strada. Ci furono marce, come quella di Selma per il diritto al voto nel 1965, e rivolte, come quella di Watts. Le violenze da parte dei bianchi continuarono. Le loro vittime ispirarono molte canzoni, anche di autori bianchi. Una di queste è Mississippi Goddam di Nina Simone del 1964. La canzone venne composta dopo l’omicidio di Medgar Evers, un attivista per i diritti civili ucciso nel Mississippi nel 1963 da un membro del White Citizen Council. Questa non è più una sofferta denuncia ma un rabbioso monito: «non so ancora per quanto potrò reggere questa pressione», dice la cantante. Questa rabbia dettata da una volontà di cambiamento si percepiva nel paese.

Ma la forza che aveva conquistato il movimento, il sostegno crescente che aveva nella società, portavano in molti a credere che il cambiamento fosse a portata di mano. Lo stesso anno di pubblicazione di Mississippi Goddam, Sam Cooke pubblica A change is gonna come. C’era voluto molto tempo, ma il cambiamento ormai stava arrivando, era una sensazione diffusa. Il biennio 1964-65 segnò infatti un punto di svolta, con l’approvazione da parte del Congresso del Civil Rights Act e del Voting Rights Act, che abolivano il razzismo di stato.

La fine del razzismo di stato non sancì anche la fine della discriminazione. Non solo organizzazioni come il White Citizen Council e il KKK continuarono ad esistere, ma i neri si scoprirono discriminati economicamente. Anche il movimento ebbe una svolta. Con l’omicidio di Malcolm X nel 1963 e di Martin Luther King nel 1968, una parte del movimento sentì sempre più difficile un dialogo con le istituzioni. Nacque lo slogan Black Power, che indicava la volontà di rottura completa.

Nuovi leader, come Stokely Carmicheal, criticarono le posizioni di leader nonviolenti come King, proponendo un’azione più radicale. Più vicino al pensiero di Malcolm X, il nuovo movimento vide la comparsa di organizzazioni pronte anche ad azioni violente, come il Black Panther Party for Self Defense. Se da una parte ci furono sparatorie con la polizia e assalti ai tribunali, dall’altra si organizzavano colazioni per i bambini poveri e si sostenevano gli anziani soli, diventando dei punti di riferimento. Le loro erano posizioni influenzate dal marxismo e dai movimenti per l’indipendenza africana. L’Africa era entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo dei neri. Nella musica e nella cultura questo aspetto è molto evidente. John Coltrane è uno dei padri del free jazz, in cui si percepisce una forza selvaggia, istintiva che spinge lontano da quella che veniva ritenuta una pretesa dei bianchi di ingabbiare una musica nera. Fu come un’esplosione di consapevolezza, black consciouness. James Brown nel 1968 pubblicò Say it loud, i’m black and i’m proud.

La società e le istituzioni, messe in discussione, reagirono. Nella seconda metà degli anni Settanta il movimento vide i propri leader arrestati, come Angela Davis, o fuggiti all’estero, come Stokely Carmicheal. L’FBI infiltrò le organizzazioni come il Black Panther Party, e ne indebolì l’impatto. Ma non fu solo per la repressione che il movimento si spense gradualmente, senza che alcuni gravi problemi che assillavano la popolazione nera venissero risolti.