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Le canzoni dei Troubles

Clicca qui per ascoltare il podcast della puntata di Notabilia che abbiamo dedicato ai Troubles. 

La storia dell’Irlanda del Nord è stata travagliata e violenta. A partire dal 1966, nelle sei contee del Regno Unito situate nella punta nord-orientale dell’isola si è sviluppata una lotta senza quartiere tra i militari inglesi e i militanti repubblicani, e tra questi e i militanti unionisti. La musica ha scandito alcuni dei passaggi di questa lotta. A partire dall’inizio. Dagli anni Cinquanta infatti, all’interno di un’internazionale riscoperta delle sonorità della tradizione popolare, nasce quello che viene definito Irish Folk Revival.

Le canzoni della tradizione popolare irlandese vengono riscoperte e riprese da gruppi come i Chieftains, i Dubliners, ma anche da gruppi statunitensi con origini irlandesi come i Clancy Brothers and Tommy Makem. All’interno di queste canzoni vi sono le celeberrime Irish Rebel Songs, o Irish Rebel Ballads. Una di queste è Rising of the Moon, che ricorda l’insurrezione degli United Irishmen del 1798.

La riscoperta di questi brani si accompagnava a una rivendicazione di identità dei cittadini cattolici e repubblicani del Nord Irlanda. Questi vivevano delle vere e proprie discriminazioni, faticavano a trovare lavoro, a vedersi assegnate le case popolari, e le circoscrizioni elettorali erano disegnate per limitarne la forza elettorale. Per questo nel 1966 venne fondata la Northern Ireland Civil Rights Association, che si batteva per il riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini nordirlandesi. Non è un caso che una delle canzoni cantate alle marce della NICRA fosse We Shall Overcome, come nelle marce per i diritti civili degli afroamericani negli USA. Il contesto non era molto differente.

Il conflitto divenne subito un conflitto violento, le marce dei repubblicani venivano attaccate dai poliziotti della RUC, la polizia nordirlandese composta prevalentemente da protestanti, e dai paramilitari lealisti e unionisti, ovvero che volevano rimanere legati al Regno Unito. Diverse furono le giornate di lunghi scontri tra manifestanti e polizia, come il 5 ottobre 1968 oppure il 12 agosto 1969. Il 30 gennaio 1972 è la famosa Bloody Sunday: a Derry, durante una marcia per i diritti civili, una divisione di paracadutisti inglesi aprì il fuoco sui manifestanti pacifici uccidendo 14 persone. La strage colpì molto anche l’opinione pubblica internazionale. Yoko Ono e John Lennon dedicarono due canzoni, sempre nel 1972, alla questione: la prima proprio alla denuncia della strage, Sunday Bloody Sunday, e l’altra più direttamente al conflitto, The Luck of Irish. Anche Paul McCartney con il suo nuovo gruppo, gli Wings, sentì il bisogno di cantare del conflitto in Nord Irlanda con il brano, sempre del 1972, Give Ireland back to the Irish. Gli artisti sapevano che le loro canzoni non sarebbero state accolte bene, entrambe subirono una sorta di censura che non le fece trasmettere dalle radio inglesi. Il fratello del chitarrista degli Wings, che viveva in Nord Irlanda, venne picchiato per rappresaglia.

Dopo le continue aggressioni alle marce repubblicane, una parte dell’Irish Republican Army ritenne che non fosse stato fatto abbastanza per proteggere i repubblicani del Nord Irlanda. Alla fine degli anni Sessanta si giunse quindi a una scissione dell’IRA in Official IRA, che nel conflitto ebbe un ruolo marginale, e Provisional IRA, protagonista di azioni e attentati contro l’esercito inglese e le forze protestanti. Il conflitto divenne sempre più violento, coinvolgendo anche i civili: una divisione dell’Ulster Volunteer Force, dei paramilitari unionisti, torturò e uccise tra il 1972 e il 1977 23 cittadini repubblicani, non legati all’IRA. A metà degli anni Settanta il conflitto si estese alle carceri, che pullulavano di prigionieri politici, soprattutto repubblicani. Nel 1976 il governo decise di togliere ai militanti lo status di prigionieri politici, e questi per risposta iniziarono la blanket protest, ovvero si rifiutarono di indossare le uniformi dei criminali comuni, rimanendo nudi con una coperta non potendo indossare altro. Le violenze aumentarono, anche per la decisione dell’IRA di colpire i secondini fuori dalle carceri, e dopo due anni i prigionieri iniziarono la dirty protest, ovvero si rifiutarono di recarsi nelle docce, dove subivano le violenze delle guardie carcerarie. Non riuscendo a ottenere risultati passarono allo sciopero della fame. Un primo iniziò alla fine del 1980 e durò per 53 giorni, sospeso quando sembrava che il governo britannico avesse accettato un dialogo. Ma nel gennaio del 1981, quando fu chiaro che il governo non avrebbe ceduto, ne iniziò un secondo. Lo iniziò Bobby Sands, Officer Commanding dell’IRA nel carcere di Long Kesh, e durò fino al 20 agosto. Durante lo sciopero morirono dieci prigionieri, tra cui Bobby Sands stesso. “Marcella” era il nome in codice che Sands usava nell’IRA.

La fase più acuta del conflitto furono gli anni Ottanta, sopratutto il quinquennio 1988-1993. Gli scontri furono sempre più violenti: da una parte il governo Thatcher che rifiutava ogni dialogo, come durante gli scioperi della fame, dall’altra l’IRA che aumentava la portata del conflitto e lo portava in Inghilterra e in Europa, con gli attacchi alle basi militari inglesi in Germania. Quando fu chiaro che l’IRA, sostenuta anche da Gheddafi, era molto ben armata e pronta allo scontro, iniziarono alcuni colloqui che portarono, non senza difficoltà, all’accordo del Venerdì Santo del 1998, con il quale è iniziata una fase di risoluzione politica dello scontro che ancora oggi resiste pur tra molte tensioni.

Rieccoci/1

Dopo qualche mese di letargo, il Mondo Contemporaneo torna a svegliarsi. Riprendiamo innanzitutto da uno dei fili che abbiamo seguito negli anni scorsi, quello del rapporto tra storia e musica che è stato al centro della rubrica “Storia dal jukebox“. Nei prossimi mesi continueremo a usare la musica per raccontare pezzi di storia (e viceversa), ma lo faremo in una forma parzialmente nuova: assieme agli amici di Diacronie ci occuperemo della trasmissione “Notabilia”, in onda ogni due settimane su Radio Ca’ Foscari, la radio dell’università di Venezia.

Le puntate saranno disponibili in streaming e in podcast e saranno arricchite da una serie di materiali pubblicati su questo sito e sul sito di Diacronie. La prima puntata sarà trasmessa giovedì 16 febbraio alle 15, sarà dedicata alla resistenza contro la dittatura dei colonnelli in Grecia tra gli anni Sessanta e Settanta.

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La musica e l’evoluzione dell’immagine della donna

 

Ancora durante gli anni Cinquanta e Sessanta l’immagine della donna tradizionale e accettata è quella di moglie o madre. Le canzoni dei primi festival di San Remo, come visto qui, rimandano a una cultura ancora bloccata e impaludata. La donna poteva scegliere di essere moglie e madre, cantare di amori incorporei, virginali oppure poteva essere il pericolo numero uno per l’uomo, il serpente tentatore che lo avrebbe deviato dalla retta via.

 

Nel 1964 Gigliola Cinquetti vince il festival di San Remo con Non ho l’età, ma sotto traccia qualcosa sta iniziando a muoversi. I fermenti culturali e giovanili di quegli anni riguardano, per forza di cose, anche le donne. Del 1963 è Cuore di Rita Pavone, nella quale la cantante dice al proprio cuore che sono solo i primi tormenti che prova per amore. Dalla metà degli anni ’60 le giovani donne iniziano a vivere una vita diversa da quella tradizionalmente loro imposta. Non più angeli del focolare, ma persone che vogliono fare esperienze, non più candide madri e mogli in attesa ma ribelli, con i pantaloni e che cantano il rock ‘n’ roll.

Più di te di Mina, testo di Antonietta de Simone e cover del brano statunitense I won’t tell di Tracey Dey, fa un passo in più rispetto alla precedente voglia di ribellione. Parla direttamente con un uomo a cui dice che lui non è abbastanza per lei. Una forma di protesta e rivendicazione che mostra come si stesse producendo un salto nelle riflessioni delle donne. Anche in ambiti in cui le donne avevano già garantita una teorica parità, sancita anche dalla Costituzione, o all’interno del movimento studentesco e in partiti come quello comunista e socialista, le donne scoprono che la parità è tutt’altro che reale. Nelle assemblee devono scontrarsi con il fatto che le loro idee sono considerate in base al loro sesso, dentro i luoghi di produzione della cultura scoprono che comunque loro essendo donne non possono ambire ai ruoli dei maschi. Questa scoperta portò le donne nei primi anni Settanta a iniziare una separazione, una frattura forte ma necessaria per ridefinirsi, per capire quanta di questa inferiorità fosse stata introiettata dalle stesse donne.

Canzoni come Padre Davvero di Mia Martini del 1971, raccontano delle riflessioni che in quegli anni si facevano nei circoli femminili, durante le sedute di autocoscienza, ovvero in momenti in cui le donne si ritrovavano e confrontavano le proprie esperienze e i propri pensieri. Da questi circoli e dal lavoro di molte donne viene problematizzato il ruolo della donna e dell’uomo nella società, la necessità non solo di una parità ideale ma più concreta, un’uguaglianza tra diversi. Nascono consultori e centri anti-violenza, le lotte per l’aborto legale e per il divorzio che solo successivamente verranno fatte proprie da movimenti e partiti. La forza di queste riflessioni è tale da coinvolgere anche quelle donne che non partecipano al movimento femminista, e al punto che ancora nella metà degli anni Ottanta la maggioranza delle donne si definiva senza paura femminista.

Tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta molte sono le artiste che giocano con la propria immagine. Come si diceva qui, le rivendicazioni del decennio precedente sembrano essere diventate normalità. Gianna Nannini usa un’immagine molto mascolina, forte, punk. Anche Donatella Rettore lo è per certi versi, ma in maniera più eclettica. È come se nel decennio precedente l’immagine della donna fosse stata destrutturata e queste artiste provassero a ricostruirla senza stereotipi.

La musica nell’Italia del Boom

 

L’Italia del 1958 è un paese che si sta accorgendo di essere all’inizio di una nuova fase della propria storia. Quello che è conosciuto come “boom economico” e poi come “miracolo economico” è un momento in cui non solo il paese accelera economicamente, ma si trasforma anche dal punto di vista socio-culturale.

Non è un caso, forse, che proprio nel 1958 a vincere San Remo sia Nel Blu dipinto di Blu di Domenico Modugno, il brano simbolo della fine degli anni Cinquanta in Italia. Una canzone che rompe completamente con la tradizione precedente, sia nei contenuti che nello stile. Fino a quel momento era ancora forte nella vita culturale e nella morale comune il peso che aveva avuto il regime fascista. Un paese che era bloccato nella contrapposizione netta tra comunisti e anticomunisti, e  che produceva una musica ancora fortemente legata agli stili e ai contenuti dei decenni precedenti. Vola Colomba cantata da Nilla Pizzi, vincitrice del Festival di San Remo – prodotto dalla RAI, controllata dalla Democrazia Cristiana – è esemplare. Il richiamo ai valori tradizionali è così evidente da farne quasi un caso di studio: c’è l’invocazione a Dio e alla patria, con il riferimento a San Giusto, cattedrale di Trieste allora ancora non tornata entro i confini patrii. Dio, Patria e Famiglia: sono queste le basi di una società ancora legata fortemente al passato.

Ma se questa è la forma della musica ufficiale, non signfica che questa sia l’unica musica. Renato Carosone e Fred Buscaglione, in modi diversi, rappresentano una volontà di cambiamento che sta nascendo nel paese. Ispirata alla musica statunitense, anche se in modi differenti, la loro produzione mostra una commistione tra innovazione e tradizione. Il jazz aveva avuto seguito nel nostro paese anche durante il regime fascista, nonostante il divieto di ascoltare musica straniera, e nel 1935 Luis Armstrong aveva tenuto due concerti al Hot Club di Torino. Sia Buscaglione che Carosone recepiscono la cultura statunitense con ironia e in maniera critica; le loro canzoni mantengono un forte legame, a livello di contenuti, con la tradizione italiana, ma musicalmente propongono qualcosa di innovativo.

In questo panorama musicale si affacciano, dal 1957, i Cantacronache, un gruppo di musicisti e intellettuali di ispirazione comunista, che vogliono cantare, come dice il nome, della realtà. Del gruppo fanno parte Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Michele Straniero e Margot Galante Garrone, e con loro collaborano anche Italo Calvino e Gianni Rodari. La loro produzione era segnata dall’impegno politico e molti loro brani sono diventati famosi grazie alla loro diffusione durante le manifestazioni. Uno dei brani di maggior successo è Per i morti di Reggio Emilia, composta da Fausto Amodei, che racconta dei morti nel corteo sindacale di Reggio Emilia nel luglio 1960.

Quelli sono gli anni della fine del centrismo e del centrosinistra, intervallati significativamente dai mesi del governo Tambroni, governo reazionario sostenuto dai voti del MSI e che represse duramente le manifestazioni antifasciste che lo contestavano, causando 11 morti in pochi mesi in tutta Italia. In quelle manifestazioni, in particolare in quella di Genova, divenne palese la nascita di una nuova categoria sociale: i giovani. Uomini e donne tra i 15 e i 25 anni, che il benessere e i cambiamenti sociali avevno reso una categoria a parte. Se fino a quel momento essere giovani significava attendere di diventare adulti, in quegli anni il concetto si trasforma. I giovani rifiutano il modo di vivere che veniva loro imposto dagli adulti e che non era più in linea con quanto vivevano e con le loro aspettative. Aumenta il numero di studenti e spesso di studenti lavoratori, e i giovani si raccolgono in gruppi, accomunati dalla passione musicale, sportiva, culturale – non ancora politica. Irrompono sulla scena e diventano un problema di ordine pubblico. Ma vengono accolti con fastidio anche a sinistra: «teppisti e provocatori» definì l’Unità quei giovani che parteciparono agli scontri di Piazza Statuto a Torino, nel 1962, ai margini di uno sciopero della FIOM. Sono momenti significativi, perché, sia a Genova che a Torino, gruppi di ragazzi scavalcano i tradizionali leader della protesta e non ascoltano le loro indicazioni.

E se quei giovani ascoltano il rock and roll, arrivato attraverso i jukebox, e osteggiato sia dai conservatori che dai progressisti, in realtà quella musica non sottolinea la frattura profonda che si sta verificando nel paese. Una rottura quasi di facciata, più a livello di stile. Sono anni in cui il paese inizia a mutare fisionomia: i giovani, come le donne, iniziano un lungo percorso che alla fine del decennio vedrà molti di loro politicizzati; dal Sud cominciano ad arrivare al Nord migliaia di persone che si trasferiscono e vanno a vivere in quartieri periferici, spesso di recente costruzione, nei quali mancano spesso i servizi essenziali. I giovani di piazza Statuto a Torino erano giovani lavoratori meridionali, che si trovano sbalzati in un mondo nuovo e al quale si adattano, ma cambiando sé stessi e il mondo che hanno attorno. E se non è il rock a mostrare i cambiamenti profondi del paese, sicuramente lo fanno i cantautori. La musica dei cantautori ha spesso come soggetto l’amore, ma l’amore di cui parlano è radicalmente diverso da quello cantato da Nilla Pizzi, Claudio Villa, ma anche da Adriano Celentano e Little Tony.

Canzoni come Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco o Il cielo in una stanza di Gino Paoli raccontano meglio di qualunque altra cosa il cambiamento che sta iniziando in quegli anni. A differenza delle canzoni del Cantacronache non è un’esplicita protesta quella che cantano i cosiddetti cantautori, e in particolare quelli della scuola genovese (senza dimenticare Jannacci e Gaber); cantano di una diversità esistenziale rispetto alla morale comune che è definitiva e irriducibile. Il cielo in una stanza parla di soffitti viola, colore che si trovava solo nei bordelli, e ne canta con una tenerezza inusuale per l’epoca. Tenco invece racconta di una relazione amorosa al di fuori di quell’amore, senza quell’anelito quasi divino di cui parlano le canzoni di Sanremo. Una relazione non banale e per certi versi molto più quotidiana di quella precedente. Anche la musica è profondamente cambiata, gli stacchi più sottolineati, non forzati ma forti, sottolineati sia con il testo che con le note. Lo stesso testo si adatta alla musica in maniera differente, a volte quasi sorprende l’ascoltatore e sembra rimandare una necessità, un’impellenza di comunicazione che la musica precedente, calma e impostata, non aveva.

Il termine cantautori nasce proprio in quegli anni, proprio per questi autori che scrivevano testi che non trovano nessun cantante disposto a interpretarli, a sottolineare la loro diversità. Queste canzoni, ma per certi versi anche il rock and roll, mostrano un paese in evoluzione che sta entrando un decennio di grandi cambiamenti.

 

 

La vita di un volontario antifascista in Spagna

 

Ennio Tofoni fu tenore, impresario musicale e antifascista. Nacque nel 1904 a Fermo e la sua vita è stata strettamente intrecciata con la guerra civile spagnola, non soltanto perché vi partecipò come volontario a sostegno della Repubblica.

Le Marche di inizio secolo vedono la presenza di forti movimenti sociali, inquadrati in una regione dove ancora era forte l’influenza dei notabili legati allo Stato pontificio, passati in blocco al Regno d’Italia. Nato in una famiglia socialista, Tofoni crebbe immerso nelle lotte sociali di quegli anni. Nonostante le difficoltà economiche, ebbe un’infanzia serena, ma la sua vita peggiorò quando nacque e prese il potere il fascismo.

Per capire cosa spinse migliaia di uomini e donne – fino a ventimila – a raggiungere la Spagna quando nel luglio del 1936 i militari si ribellarono al governo, bisogna indagare le loro vite. Molti erano perseguitati dai propri paesi perché oppositori dei loro regimi, e avevano un passato di violenze subite e di fughe all’estero che li portò ad identificarsi con la Spagna repubblicana quando venne aggredita dai nazionalisti supportati dai fascismi internazionali. Ma i volontari non sono solo italiani o tedeschi, giungono da 53 paesi di tutto il mondo, e quindi questo non basta a spiegarlo. In generale è un amore per la libertà e la giustizia sociale a richiamare i volontari: la possibilità di combattere apertamente il fascismo per la prima volta e la possibilità di costruire un domani migliore è ciò che muove uomini e donne, spesso in condizioni di vita difficili, ad abbandonare tutto per aiutare la Repubblica spagnola.

Ennio Tofoni e la sua famiglia subirono bastonature e violenze fin da quando le squadracce fasciste comparvero nelle Marche. Vennero assaliti mentre manifestavano per i diritti dei lavoratori – i fascisti spararono sulla folla uccidendo alcuni manifestanti, ma i carabinieri arrestarono i manifestanti. Questa sensazione di impunità dei fascisti contribuì molto alla loro vittoria e alla demoralizzazione degli antifascisti.

Sono molti gli episodi che Ennio Tofoni ricorda nella sue memorie, inedite. Venne bastonato da alcuni fascisti di ritorno dalla Marcia su Roma. Si trovava in un cimitero, sulla tomba di un amico e compagno morto pochi giorni prima di malattia: la sua colpa era quella di essere andato a portare omaggio alla tomba di un anti-italiano. Alcuni fascisti lo andarono a cercare in un’officina che aveva aperto con alcuni suoi amici, il giorno del 1° maggio – erano stati costretti a lavorare dal committente dell’ordine, fascista a sua volta, che conoscendo le idee di Ennio voleva umiliarli facendoli lavorare nel giorno della Festa dei lavoratori. I fascisti fecero irruzione nel laboratorio spaccando gli attrezzi e malmenando i presenti; Ennio e un altro riuscirono a fuggire aprendosi un varco usando alcuni strumenti come armi. Scapparono per tutta la città coi fascisti alle calcagna, dovettero fuggire sui tetti e si salvarono soltanto perché a un certo punto i fascisti si ritennero soddisfatti di quanto fatto.

L’episodio più grave, tra i tanti, avvenne nella piazza principale della città di Montegranaro, nel 1926. Ennio si trovava con il padre e il fratello; vennero riconosciuti e circondati da una decina di fascisti locali, tra cui personaggi ben noti e nobili, che li pestarono a sangue. Fu davvero un pestaggio brutale: Ennio si ritrovò ferito da una coltellata, suo fratello Bruno venne ripetutamente colpito con un bastone, e anche il padre venne malmenato duramente. Mentre alcuni li tenevano fermi altri li picchiavano con i bastoni; quando si decisero a lasciarli andare vennero arrestati tutti e tre e gettati in una cella, dovettero aspettare ore prima di ricevere le cure di un medico.

Ennio cercò rifugio in Argentina, ma tornò in Italia nel 1927 per assistere alla morte del padre, causata dalle conseguenze del pestaggio. Continuava a occuparsi di politica ma si guardava bene dall’esprimere le proprie opinioni pubblicamente. Questo non servì a diminuire le attenzioni del regime nei suoi confronti. Nella prima fase del fascismo – quella estremamente violenta delle squadre – queste avevano il sostegno delle istituzioni; quando il fascismo prese il potere, la violenza divenne quella di un regime di polizia che impediva qualunque aspirazione agli oppositori politici.

Negli anni Trenta Ennio, sperando che in una città più grande e lontano dalle proprie terre sarebbe riuscito a nascondersi dal regime, si trasferì a Roma. Ma le cose non cambiarono. Gli venne ritirata la patente, perché avrebbe potuto usarla per fare propaganda, gli venne impedito di rilevare un impresa, gli venne impedito di seguire il suo sogno. Fin da bambino era stato appassionato di canto. Aveva cantato in sezioni del Partito socialista e negli oratori, anche se non era in regola con i sacramenti. A Roma, a costo di grandi sacrifici, aveva studiato canto al conservatorio e un importante maestro voleva farlo esordire in uno dei più importanti teatri romani, il Teatro reale dell’Opera. Anche questa volta il regime si oppose, Ennio non era iscritto né al PNF né alle Corporazioni. Molti amici avevano insistito con lui perché prendesse almeno la tessera del partito – una scelta, dicevano, semplicemente sull’opportunità. Per il tenore questo però era inconcepibile, non sarebbe riuscito a scendere a patti con il partito che lo aveva privato della libertà e malmenato così tante volte: la sua convinzione gli impedì di esordire a teatro. Frustrato, avrebbe detto lui, nell’animo e nel corpo, decise di abbandonare l’Italia e andare in Francia. Passò il confine clandestinamente e nel 1935 era a Parigi.

Nel frattempo la Spagna viveva anni di grande crisi e conflitti. Finita nel 1931 una dittatura militare, quella del generale Miguel Primo de Rivera, dopo la vittoria di una coalizione socialista e repubblicana nelle elezioni del 1931, il re fuggì dal paese e venne nominata una repubblica. Questa ebbe vita breve e travagliata. Dopo i primi due anni a guida delle sinistre, nel 1934 venne eletta una coalizione di centro-destra che represse i moti sociali e guardava al ritorno della monarchia. Nel 1936, il Presidente della Repubblica sciolse il parlamento pur di non nominare un governo guidato da una formazione, la CEDA, che non riconosceva la legittimità della Repubblica, e vennero indette nuove elezioni.

Il Fronte popolare ottenne la vittoria con un margine molto risicato, il 47,1% contro il 45,6% delle destre. Venne nominato un governo, ma il clima nel paese era incandescente. Formazioni di destra, come la Falange española, aggredivano i militanti delle sinistre, i quali si organizzavano per vendicarsi in un crescendo di violenza. Nei cinque mesi che precedettero la guerra civile, vi furono 262 morti, di cui 112 militanti di sinistra, 50 di destra, 19 della forza pubblica e 45 non identificati. I giornali della destra, in particolare cattolici, soffiarono sul fuoco, gridando al pericolo, chiedendo a gran voce l’arrivo di un governo autoritario che sapesse controllare le violenze.

Nonostante questo clima il governo approvò alcune importanti riforme, come quella agraria. Nel paese i conflitti sociali erano da anni molto forti; nel 1934 vi era stata una rivolta nelle Asturie che il governo di centro-destra aveva represso duramente. Il movimento anarchico era molto forte (il Fronte Popolare ottenne la vittoria anche grazie al suo invito alla non astensione), e le riforme sociali erano necessarie per la stabilità del paese. Ma i grandi latifondisti e le alte gerarchie ecclesiastiche erano contrari a ogni riforma e soffiarono sul fuoco delle violenze, fino a quando il 18 luglio alcuni generali, tra cui Francisco Franco, decisero di ribellarsi alla Repubblica e marciarono su Madrid. I generali ribelli erano stati allontanati dalla Spagna continentale e si trovavano alle Baleari e nel Marocco spagnolo.

Fin da subito lo scontro ebbe una portata europea che non poté essere ignorata. Italia e Germania si schierarono con gli insorti, lo stato italiano inviò una squadriglia di dodici aeroplani Savoia Marchetti per agevolare il passaggio dal Marocco alla Spagna dei militari, ma alcuni di questi aeroplani, sprovvisti di carburante, dovettero atterrare nel Marocco Francese e la stampa internazionale informò dell’appoggio italiano ai ribelli. E fin da subito migliaia di volontari accorsero in sostegno della Repubblica.

La vita di Ennio in Francia era migliorata: si guadagnava da vivere tra lezioni di canto e concerti, aveva cantato in importanti teatri francesi e parigini, aveva inciso dei dischi e aveva firmato da poco un contratto per inciderne altri e recitare in alcuni film. Ma quando seppe dell’insurrezione, si rivolse subito alle organizzazioni antifasciste con cui era in contatto fin dal suo espatrio per poter raggiungere Barcellona. Fu il PSI a fargli avere il passaporto, il nome di Enrico Belmonte, e farlo partire insieme ad altri italiani.

Visse da protagonista buona parte della guerra. Arrivato a Barcellona in una situazione di caos, dovuta anche alla riorganizzazione dello stato, venne arruolato dopo qualche giorno nella Primera columna, rimase per un breve addestramento alla caserma “Carlos Marx”e poi fu inviato al fronte. La sera prima di partire cantò alcune canzoni italiane e catalane per i suoi commilitoni.

Venne inviato sul fronte verso Saragozza e giunse nell’agosto del 1936 nella cittadina di Huesca. Il fronte repubblicano era povero di mezzi: i militari insorti lo avevano lasciato senza un apparato bellico, e gli alleati naturali, come il governo francese di Fronte popolare, non inviarono aiuti. Gran Bretagna e Francia si appellarono a un patto di non intervento firmato alla Società delle Nazioni – che Italia e Germania però non rispettavano. Solo nel 1938 l’URSS iniziò a inviare un qualche sostegno, ma i numeri non furono paragonabili a quelli dei fascismi internazionali. La scarsezza di mezzi portava i miliziani repubblicani a ingegnarsi per reggere lo scontro. Ennio, nelle sue memorie, ricorda le azioni della Batteria Fantasma: insieme al bolognese Nino Nanetti, avevano montato un piccolo cannoncino su un autocarro e con questo, senza farsi vedere dai ribelli, si avvicinavano alle linee nemiche e le colpivano. Il nome Batteria Fantasma venne dato dai giornali che sostenevano i ribelli.

Ennio racconta di atti eroici da parte dei miliziani, ma anche delle violenze a cui talvolta una parte di questi si lasciava andare. Violenti erano gli attacchi contro il clero quando non si schierava con la Repubblica. Alcuni preti che avevano sparato sui miliziani vennero fucilati. Molti, forse quasi un migliaio – ma il conto non può essere certo – furono i preti uccisi nei primi giorni della guerra civile. Lo stato repubblicano si stava riorganizzando; le milizie, composte da militanti e non organizzate da uno stato centrale, produssero questa situazione di violenza diffusa, che venne fermata dai dirigenti di tutti gli schieramenti non appena lo stato fu in grado di controllare la situazione. Dall’altro lato i franchisti portavano avanti la politica della limpieza, la pulizia sistematica di tutti i sostenitori della Spagna avversa. Quando le truppe franchiste conquistavano una città, l’ordine era quello di uccidere chiunque avesse sostenuto la Repubblica. Secondo le memorie di Ennio Tofoni, furono ottomila i repubblicani fucilati nella sola Malaga dopo l’ingresso dei ribelli.

Non è facile riorganizzarsi durante una guerra, tanto meno creare un esercito quando questo dovrebbe già essere schierato. Le milizie dei vari partiti fecero resistenze a unificarsi e costituire un coordinamento. In particolare anarchici e trozkisti temevano che unificarsi avrebbe significato non portare avanti la rivoluzione sociale ed essere messi nelle mani di forze che non volevano una società diversa. Temevano l’approccio dei comunisti e dei socialisti. Questi contrasti sfociarono in conflitti a fuoco per le vie di Barcellona, che lo stato represse, anche grazie ai dirigenti delle formazioni anarchiche che invitarono i più determinati dei loro schieramenti a lasciare le armi.

Nonostante la differenza di forze in campo i repubblicani non vennero spazzati via come i ribelli speravano. Ennio racconta di una resistenza spesso oltre lo stremo, nonostante la scarsezza di uomini oltre che di mezzi: bombardati dall’aviazione italiana e tedesca, i miliziani riuscivano a tenere le posizioni sul fronte di Saragozza. Ennio era inquadrato nella squadra delle telecomunicazioni, ovvero seguiva in prima linea i soldati per garantire le comunicazioni con il comando. Venne ferito più volte, venne fatto prigioniero e portato a Saragozza, dalla quale riuscì a scappare rocambolescamente. Ferito una seconda volta, dovette rimanere convalescente a Barcellona, dove tenne dei concerti per raccogliere denaro.

Venne anche inviato in Francia, dove poté constatare come il clima verso la Repubblica era cambiato. Venne arrestato alla frontiera, gli venne dato un foglio di via entro venti giorni e dovette rientrare clandestinamente in Spagna. Qui trovò una situazione sempre peggiore. Nonostante atti eroici – come la battaglia di Guadalajara, nella quale i fascisti italiani si videro respingere l’attacco con cui pensavano di entrare facilmente a Madrid – la guerra volgeva al peggio. Senza aiuti e senza sostegno internazionale, senza un esercito regolare e con gli avversari che potevano disporre di importanti mezzi militari, la sorte della Repubblica era segnata.

L’ultimo tentativo di resistere fu la battaglia del fiume Ebro, tra Valencia e Barcellona. I repubblicani sferrarono un attacco, inizialmente vittorioso, lungo il fiume, ma la superiorità di mezzi avversari li sconfisse nuovamente. La stessa cosa accadde sul fronte di Saragozza, coi franchisti che penetrarono nei Paesi baschi, dove fucilarono i preti che si erano uniti alla Repubblica, e per non essere accerchiati i miliziani iniziarono la ritirata.

Nel gennaio del 1939 Ennio si trovava di nuovo a Barcellona, pronto a lasciare il paese. La fuga dalla Spagna è il racconto di altre e tremende vessazioni. L’aviazione italiana bombardava sistematicamente la colonna in fuga, composta da militari e civili. La Francia non aprì immediatamente il confine e lasciò ammassate lì migliaia di persone. Quando i fuggiaschi riuscirono a varcare i Pirenei, non trovarono nessun aiuto. Dovettero camminare per venti chilometri, nel freddo invernale, senza trovare strutture dove ripararsi o che distribuissero cibo. Giunti finalmente a Port Vendre, vennero accolti in un ospedali e curati, dopodiché inviati in campi di concentramento nei quali furono dimenticati. Ennio trascorse in uno di questi, Perpignan, forse un anno. Quando ne uscì, nel 1940 si trovò coinvolto nella seconda guerra mondiale, aderì alla resistenza francese e vi combatté fino alla vittoria.

Dopo la fine della guerra, rientrò per un breve periodo in Italia, per poi stabilirsi fino alla metà degli anni Settanta in Francia, dove lavorò come cantante e impresario. Rientrato in Italia, si stabilì fino alla morte a Porto San Giorgio, nelle Marche. Ricordò sempre le sue avventure in Spagna; nelle sue memorie vuole spiegare “Il Motivo”, in maiuscolo nel testo, che lo spinse ad andare in Spagna.

 

Le canzoni della Swinging London

 

Negli anni ’60 il centro del mondo, almeno per quanto riguarda le attenzioni dei giovani, è Londra. Qui si respira un’aria di cambiamento, una ventata di novità che nel resto d’Europa ancora non è arrivato. Quel misto di moda, culture giovanili, esperienze e ribellione che passerà sotto il nome di “Swinging London”.

Con la crisi dell’impero, che aveva messo a dura prova l’orgoglio inglese, e le difficoltà del secondo dopoguerra il Regno Unito era cambiato molto. I giovani dei primi anni ’60, che poco o per niente avevano vissuto la guerra, cominciarono a sentire una distanza dalle generazioni precedenti. Le sentivano grigie, tristi, destinate ad invecchiare in fretta sotto i colpi del lavoro. E a tutto questo cominciarono a ribellarsi.

La prima canzone a riferirsi a quel che stava avvenendo a Londra è Swinging England del cantante americano di origini texane Roger Miller. L’Inghilterra dondolante, questo aggettivo, da «swing» e quindi in qualche modo riferito anche alla musica, sarà attribuito a quel fenomeno prima da Vogue e poi da Time, che a metà del decennio raccontarono ai lettori americani cosa stava avvenendo. Dondolante nel senso di sfuggente, qualcosa che non si sapeva bene da dove nascesse ma che aveva avuto la sua espressione nei colori, nelle minigonne e nei pantaloni a zampa di Carnaby Street.

Ma non è solo fashion e divertimento. Ispirati da bluesman neri come John Lee Hooker i giovani inglesi cominciano a suonare una musica più dura, meno plastificata di quella che veniva loro proposta dalle radio. Il punto di contatto tra i neri statunitensi o i giovani bianchi inglesi sta nel sentirsi reietti, esclusi, emarginati e nel trasmettere queste emozioni attraverso il suono. E nel 1965 sembra iniziare una vera e propria rivoluzione, il rock compie un salto che porterà in soffitta i suoni alla Elvis. Emblema di questa rivoluzione musicale è la pubblicazione dell’album d’esordio degli Who, My Generation.

Gli Who sono un gruppo londinese, vengono da Chiswick, cantano di una rabbia giovanile, proletaria e pre-politica. Gli Who sono il gruppo Mod per eccellenza. Mod e Rockers sono bande giovanili. i primi scorrazzano su vespe e lambrette ricoperte di accessori come gli specchietti retrovisori, i secondi su moto di più grossa cilindrata. I primi vestono hanno un look molto curato e prestano enorme attenzione ai dettagli, i secondi hanno sempre indosso giacche di pelle da motociclista. La rivalità tra le due bande è molto forte e le risse sono all’ordine del giorno. Alcuni scontri arrivarono a coinvolgere un migliaio di persone. Diventano un problema di ordine pubblico. Entrambi i gruppi esprimono un malessere che covava nelle periferie ma che ancora non trovava uno sfogo. Le periferie sono una realtà poco rappresentate nell’immaginario tradizionale della Swinging London, ma ne fanno parte, per certi versi la invadono.

Lo stile musicale inglese è talmente innovativo che invade anche gli USA, patria del rock. Si chiamerà «British Invasion» e racconta di come Beatles, Rolling Stones, The Who e molti altri gruppi troveranno oltreatlantico una patria di elezione, a un certo punto quasi trasferendovisi in pianta stabile.
Ma non è solo, come pare a noi oggi, il ballo scatenato e divertente: dalle periferie arriva la rabbia di giovani che si sentono esclusi dalla ricchezza del centro. Come ad esempio cantano i Them, nel loro album d’esordio The Angry Young Them.

Satisfaction dei Rolling Stones rappresenta bene questo senso di alterità da qualunque cosa la società offra. Un senso di diversità che crea come una frattura tra i giovani dondolanti, delle periferie e di Carnaby Street, e il resto della città, di una Londra ancora grigia che i giovani volevano cambiare, colorare. Se quindi da un lato c’è una rabbia quasi cieca dei giovani ragazzi delle periferie proletarie, dall’altra alcuni di questi cominciano a interpretare, analizzare e contestare la società nella quale vivono. Dalle università escono non solo giovani che hanno voglia di divertirsi lontano da una vita nella quale si sentono ristretti, ma anche giovani che hanno provato esperienze nuove e che si immaginano una vita diversa, la teorizzano. È la nascita di quel processo di politicizzazione che poi esploderà a Parigi e in Italia nel 1968.

Il balbettio di Roger Daltrey, il suono innovativo e la scarica di rabbia passano dalle sue note di My Generation, la canzone simbolo di quanto stiamo parlando. Sia la musica che il testo rappresentano quanto provavano molti giovani. Alcune frasi sono davvero esemplari. Ma quella che più di tutte forse rappresenta quella generazione è «I hope i die before i get old». Non è ovviamente da prendere alla lettera, rappresenta quella distanza che si era creata tra i giovani e il mondo degli adulti. Non è solo una questione di ribellione al mondo dei propri genitori, ma anche al loro stile di vita. Come cantano anche gli Animals in We gotta get out of this place,  la distanza era da persone che erano invecchiate in fretta, avevano perso i capelli per vivere una vita di sacrifici e di lavoro che tra le mani non aveva lasciato loro niente.

La Swinging London fu un laboratorio, i giovani di tutto il mondo vennero attratti nella capitale inglese. Ne canta anche Guccini, tutti erano attratti da quel che stava avvenendo non solo a Carnaby street ma nelle periferie, nei teatri, nella musica. E se oggi l’immaginario rimanda solo le Union Jack e i capelloni, sotto si può ancora trovare traccia di quella rabbia che pervadeva quegli anni.

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 2

Ronald Reagan venne eletto presidente degli Stati Uniti nel 1980 con un chiaro programma: quello di riportare il paese alla normalità, dal punto di vista conservatore, dopo gli eccessi dei decenni precedenti. Era ora di rimettere al proprio posto ciò che era stato stravolto. Ma nonostante questo pare che i diritti conquistati dai neri con il loro lungo ciclo di lotte stiano cominciando a dare i loro frutti. Si avverte una maggiore equità sociale che permette ai neri di raggiungere traguardi prima insperati. Sono avvenimenti di costume, ancorché molto significativi, come l’elezione della prima Miss America nera nel 1984; musicali, come l’introduzione di Chuck Berry, Ray Charles, James Brown, Sam Cooke e Little Richard nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986. Ma sono anche avvenimenti politici rilevanti come l’elezione, nel 1989, di L. D. Wilder a governatore in Virginia e la nomina di Colin Powell a capo di stato maggiore. Sono gli anni di Bill Cosby e dei Robinson e di Micheal Jackson, che nel 1982 pubblica Thriller, l’album più venduto della storia.

L’emergere di questa middle class nera non nasconde del tutto la condizione del resto della comunità afroamericana. Lo dice esplicitamente Reagan is for the Rich Man dei blues-man Lousiana Red e Carey Bell. Come recita questo blues, le politiche conservatrici e repressive degli anni Ottanta causarono arresti in massa e vittime nei quartieri più poveri. Secondo Humans Rights Watch la “war on drugs” lanciata dall’amministrazione Reagan coinvolge percentualmente molti più neri che bianchi. Nel 1988 i neri arrestati per droga sono cinque volte i bianchi e il 37% del totale degli arrestati, nelle grandi città questo dato aumenta fino al 53%. Questo perché la guerra si concentra nelle città a minor reddito, dove è più presente la popolazione afroamericana.

La condizione dei quartieri poveri, abitati prevalentemente da neri, è ben rappresnetata da canzoni come The Message pubblicata nel 1982 da Grand Masterflash and the Furious Five. In questo brano rap, uno dei primi, si canta di vetri rotti, di degrado. Il ritornello dice «don’t push me ‘cause i’m close to the edge»Non tanto una rivendicazione quanto una constatazione, non si può vivere peggio di così. Non è chiaro a chi si rivolge il rapper, uno dei fondatori del genere, è un commento generalizzato. In brani come questo e altri di Grandmaster Flash, come White Lines contro l’utilizzo di crack pubblicato nel 1984, o Renegades of Funk pubblicato nel 1983 da Afrikaa Bambataa and the Soul Sonic Force, si racconta la propria realtà per quella che è, manca una rivendicazione di cambiamento.

Da questo filone sociale deriva il rap militante come quello di KRS-ONE e dei Public Enemy. Uno dei brani più conosciuti dei Public Enemy è Fight the Power. La band si richiama esplicitamente all’immaginario delle Pantere nere e della militanza del Black Power, ma vi è una nota dissonante. I Public Enemy ancora si richiamano a parole d’ordine come «white man’s heaven is black hell», ma sempre più nell’arco della loro carriera il riferimento diventa quello della lotta agli uomini di potere, si perde l’orizzonte razziale per assumerne uno sempre più sociale. Peraltro nel video di Fight the Power si crea un’immagine particolare, nella quale i militanti delle Pantere nere nei loro vestiti di pelle nera contrastano con il resto del pubblico, mostrandoli non tanto avanguardia della comunità nera, quanto fuori dal tempo.

Anche nel brano di Tracy Chapman Talkin’ about the revolution, del 1988, è la povertà che sta preparando la rivoluzione. Significativo è il passaggio «it sounds like whisper», come un sussurro. In questo verso vi è tutto il cambiamento di questi dieci anni: nei decenni precedenti la rivoluzione si preparava con un gran vociare, ora invece Chapman lo vede come un sussurro, lontano dall’attenzione di una società che non ha risolto ma ha deciso di ignorare il problema.

Uno degli stili del rap, nato nei primi anni Novanta, è il gangsta rap. Il suo contenuto molto violento fa riferimento alla vita dei rapper, spesso vissuta al di fuori della legge, una vita da gangster. Per poter fuggire dalla povertà e dal degrado, cantano questi rapper, i neri non hanno che la possibilità di arricchirsi. E l’arricchimento non può che arrivare con la musica oppure con lo spaccio e la vita da gangster. Raccontano la vita dura dei quartieri, ma anche la via d’uscita. È quello di cui cantano i Niggaz Wit Attitude in Straight Outta Compton. I rapper vogliono allontanarsi da una vita difficile e senza speranze, e l’unica manera che hanno per farlo è cantare. Gli N.W.A. sono un gruppo storico per il rap, composto da MC come Ice cube e Dr Dre, usano liriche violente, spesso in conflitto con la polizia, un altro loro brano molto famoso è Fuck Da Police. Nel brano si dice esplicitamente che il reato per un giovane di Compton è essere nero, si minaccia la polizia di vendetta. È una musica che canta la realtà senza proporre una soluzione alternativa alla fuga individuale: è una via personale e individuale per ottenere quello che veniva rivendicato collettivamente due decenni prima.

 

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 1

Dall’omicidio di Trayvon Martin nel 2013 e ancor di più dopo quello di Micheal Brown nel 2014, la questione razziale e le condizioni di vita dei neri statunitensi sono tornati di attualità. Le loro condizioni sono molto diverse da quelle di inizio Novecento, ma ancora molta strada resta da fare. In queste due puntate della “Storia dal Jukebox” ripercorriamo musicalmente la storia delle lotte dei neri per i diritti civili e contro il razzismo.

All’inizio del Novecento negli Stati Uniti esiste una precisa gerarchia razziale che vede al vertice i WASP – una sigla che sta per bianchi, anglosassoni e protestanti – seguiti da tedeschi, irlandesi, spagnoli e italiani, asiatici e infine i neri. Non solo il colore della pelle stabilisce questa gerarchia, ma anche la religione. Uno degli strumenti utilizzati per difendere questa gerarchia è il linciaggio, soprattutto nei confronti dei neri. Secondo una stima della Tuskagee University, tra il 1889 e il 1940 furono 3833 le vittime di linciaggio, per la stragrande maggioranza neri degli stati del sud.

Ne canta, nel 1939, Billie Holiday in Strange Fruit. Testo e musica della canzone sono ispirati dalle fotografie di un linciaggio. Il testo non è per nulla metaforico e descrive i corpi carbonizzati, martoriati, che dondolano al vento e bagnano di sangue le foglie delle magnolie del sud. È l’interpretazione di Holiday a rendere la canzone non solo una denuncia ma una straziante testimonianza. Le pause e il tono, differente dagli altri brani di Billie Holiday, rendono bene il dolore che la cantante provò sulla sua pelle.

Con gli anni Cinquanta il movimento per i diritti civili prese slancio. Eventi simbolo, come il boicottaggio dei bus di Montgomery in Alabama dopo il caso di Rosa Parks, spinsero sempre più neri a prendere coscienza dei propri diritti e scendere in strada. Ci furono marce, come quella di Selma per il diritto al voto nel 1965, e rivolte, come quella di Watts. Le violenze da parte dei bianchi continuarono. Le loro vittime ispirarono molte canzoni, anche di autori bianchi. Una di queste è Mississippi Goddam di Nina Simone del 1964. La canzone venne composta dopo l’omicidio di Medgar Evers, un attivista per i diritti civili ucciso nel Mississippi nel 1963 da un membro del White Citizen Council. Questa non è più una sofferta denuncia ma un rabbioso monito: «non so ancora per quanto potrò reggere questa pressione», dice la cantante. Questa rabbia dettata da una volontà di cambiamento si percepiva nel paese.

Ma la forza che aveva conquistato il movimento, il sostegno crescente che aveva nella società, portavano in molti a credere che il cambiamento fosse a portata di mano. Lo stesso anno di pubblicazione di Mississippi Goddam, Sam Cooke pubblica A change is gonna come. C’era voluto molto tempo, ma il cambiamento ormai stava arrivando, era una sensazione diffusa. Il biennio 1964-65 segnò infatti un punto di svolta, con l’approvazione da parte del Congresso del Civil Rights Act e del Voting Rights Act, che abolivano il razzismo di stato.

La fine del razzismo di stato non sancì anche la fine della discriminazione. Non solo organizzazioni come il White Citizen Council e il KKK continuarono ad esistere, ma i neri si scoprirono discriminati economicamente. Anche il movimento ebbe una svolta. Con l’omicidio di Malcolm X nel 1963 e di Martin Luther King nel 1968, una parte del movimento sentì sempre più difficile un dialogo con le istituzioni. Nacque lo slogan Black Power, che indicava la volontà di rottura completa.

Nuovi leader, come Stokely Carmicheal, criticarono le posizioni di leader nonviolenti come King, proponendo un’azione più radicale. Più vicino al pensiero di Malcolm X, il nuovo movimento vide la comparsa di organizzazioni pronte anche ad azioni violente, come il Black Panther Party for Self Defense. Se da una parte ci furono sparatorie con la polizia e assalti ai tribunali, dall’altra si organizzavano colazioni per i bambini poveri e si sostenevano gli anziani soli, diventando dei punti di riferimento. Le loro erano posizioni influenzate dal marxismo e dai movimenti per l’indipendenza africana. L’Africa era entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo dei neri. Nella musica e nella cultura questo aspetto è molto evidente. John Coltrane è uno dei padri del free jazz, in cui si percepisce una forza selvaggia, istintiva che spinge lontano da quella che veniva ritenuta una pretesa dei bianchi di ingabbiare una musica nera. Fu come un’esplosione di consapevolezza, black consciouness. James Brown nel 1968 pubblicò Say it loud, i’m black and i’m proud.

La società e le istituzioni, messe in discussione, reagirono. Nella seconda metà degli anni Settanta il movimento vide i propri leader arrestati, come Angela Davis, o fuggiti all’estero, come Stokely Carmicheal. L’FBI infiltrò le organizzazioni come il Black Panther Party, e ne indebolì l’impatto. Ma non fu solo per la repressione che il movimento si spense gradualmente, senza che alcuni gravi problemi che assillavano la popolazione nera venissero risolti.

Le canzoni dell’ambientalismo

A partire dai primi anni Sessanta, prima scienziati e politici e poi l’opinione pubblica cominciano ad accorgersi di come il progresso e lo sviluppo economico stiano incidendo sull’ambiente. La pubblicazione di Primavera silenziosa di Rachel Carson nel 1962 aprì un dibattito che portò alla creazione della prima legislazione in difesa della natura. Con questa crescente presa di coscienza dei danni che stava subendo l’ambiente, vengono composte dalla fine degli anni Sessanta le prime canzoni a tema ambientalista.

In ogni canzoniere italiano è presente Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, pubblicata nel 1967, canzone famosissima e prototipo della canzone ambientalista italiana. Il brano parla soprattutto della fine dell’Italia contadina, eliminata a forza di costruzioni per far spazio alla nuova Italia industriale, ma per raccontarne la fine il Molleggiato canta dell’espansione della città e della sparizione del verde.

Più consapevolmente ambientaliste sono Il vecchio e il bambino di Francesco Guccini ed Eppur Soffia di Pierangelo Bertoli del 1976. La prima è un racconto un po’ trasognato di un anziano che racconta a un bambino di come la pianura che stanno guardando fosse molto diversa qualche anno prima. L’avvento delle fabbriche e dei fumi delle ciminiere l’hanno drasticamente modificata, ma il bambino trova la descrizione del vecchio così diversa dalla propria realtà da prenderla per una fiaba. La seconda canzone invece è più didascalica e descrive gli effetti che il progresso stava avendo sulla natura. L’inquinamento dei fiumi e dell’aria e la minaccia nucleare erano ricondotte alla volontà di profitto di pochi, pronti a «ricoprire di fango anche le stelle» pur di arricchirsi.

La denuncia di qualcosa di inedito pervade questi brani, come anche Mercy, Mercy Me (The Ecology) di Marvin Gaye del 1971. La canzone si chiede dove siano finiti i cieli blu, ed elenca molti cambiamenti che la natura aveva subito in pochi anni. Si citano le radiazioni, grande paura di quegli anni, ma ad essere centrale è il ritornello: «Oh, things ain’t what they used to be. No, no». Le cose, il mondo, l’ambiente, non è più quello a cui eravamo abituati. In questo verso sta il senso di molte canzoni ambientaliste dell’epoca. La scoperta di come le cose stessero cambiando in peggio, e di come l’uomo ne fosse responsabile.

Sono preoccupazioni presenti in brani come Don’t go near the water dei Beach Boys e The Hungry Planet dei Byrds. Ma la canzone ambientalista per eccellenza dei primi anni Settanta è Big Yellow Taxi di Joni Mitchell. Loro hanno asfaltato un paradiso e ci hanno messo un parcheggio, hanno preso gli alberi e li hanno messi in un museo; si chiede al contadino di non usare il DDT per salvare uccelli e api. Ma anche in questo caso il ritornello è esplicativo: «Don’t it always seem to go, that you don’t know what you’ve got, till it’s gone» (Non sai quel che hai fino a che non lo hai perduto).

Il ritmo di (Nothing but) Flowers dei Talkin Heads del 1988 sembra in contrasto con quanto detto. Con un senso di leggerezza la band canta di un mondo in cui la natura si è impossessata nuovamente di centri commerciali e parcheggi e li ha ricoperti di fiori, e in cui l’uomo è stato costretto a tornare cacciatore e raccoglitore. Mentre tutto questo accadeva, la fine del nostro mondo, nessuno prestava molta attenzione: l’accusa non è più soltanto contro di loro ma contro tutta l’umanità. La canzone si chiude con un verso di paura e allarme: «Non lasciatemi qui, non mi so abituare a questo stile di vita».

Più drastiche sono le canzoni degli anni Novanta. Anche un brano pop come Earth Song, pubblicato nel 1995 da Michael Jackson, non racconta più di qualcosa che sta avvenendo, ma di qualcosa di già avvenuto e che l’uomo rischia di rendere irreparabile. Forse per rendere il video più gradevole per il grande pubblico, alla fine è stato inserito un senso di speranza, come se la terra cercasse di ribellarsi. Un vento spazza la terra, rialzando alberi abbattuti in Amazzonia e cacciando carrarmati e soldati, ma il senso di speranza non è del tutto supportato dal testo.

Un senso di speranza totalmente assente nella canzone di Tracy Chapman The Rape of the World. È un atto di accusa all’intera umanità: gli stupratori sono coloro che vogliono fare profitto, ma tutti noi siamo stati testimoni immobili dello stupro. Non si può più tornare indietro, il crimine si può fermare ma non guarire. E se nei primi anni Settanta le canzoni esortavano a interrompere i processi inquinanti per poter recuperare un mondo pulito, negli anni Novanta l’esortazione è a non compiere ulteriori danni prima che l’uomo sia costretto a pagarne ben peggiori conseguenze.

Le canzoni sulla bomba di Hiroshima

L’esplosione di due bombe atomiche sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki il 6 e il 9 agosto 1945 hanno colpito molto l’immaginario collettivo. Molte sono le canzoni composte su questo tema, molti artisti, con diverse sensibilità, hanno voluto raccontare quello che quella tragedia ha suscitato in loro.

Tra i brani composti sul tema, si possono individuare alcune categorie diverse. Peace on Earth di John Coltrane è un brano struggente ispirato al jazzista dalla visita alla città di Nagasaki e al suo sacrario. La musica e il titolo ispirano a una sorta di monito, che venga la pace sulla terra perché quel che è accaduto in Giappone non debba accadere mai più. Il brano, composto nel 1966, è uno degli ultimi di Coltrane che morirà l’anno successivo.

Undici anni più tardi gli Utopia, una prog band newyorkese, pubblicarono Hiroshima. La band suona un rock progressivo tipico degli anni Settanta, con frequenti variazioni e stacchi e con la musica che sottolinea i passaggi del brano. Una prima strofa dove si descrive la vita della città pochi attimi prima dell’esplosione, un intermezzo dove si racconta come nessuno potesse sapere quel che sarebbe potuto accadere, poi il brano diventa sempre più aggressivo, parla di costruire un forno dovre friggere gli abitanti. Il pezzo si chiude con un messaggio ai cittadini giapponesi direttamente dagli Stati Uniti, nel quale si comunica che il 15 agosto, giorno della ricorrenza della vittoria contro il Giappone, due città sarebbero state rase al suolo. Un secondo intermezzo, quasi ossessivo, recita Hiroshima e Nagasaki, che non si dimentichi, in un crescendo segnato dall’insistenza sulla parola “fuckin'”.

Diverse sono le sensibilità con cui gli artitsti si confrontano con un tema tanto terribile e complesso come quello della distruzione di Hiroshima e Nagasaki. Ney Matogrosso, come cantante, e Vinicius de Moraes, come compositore, nel 1973 pubblicano A Rosa de Hiroshima. La canzone è concentrata sulle vittime della bomba e  musicalmente ricorda quasi una ninna nanna. I primi versi, quasi a sottolineare la scelta musicale, riguardano i bambini vittime dell’esplosione. Le rose del titolo sono le ferite, da non dimenticare dice il ritornello; sono rose radioattive ed ereditarie, una ferita che non si potrà mai rimarginare.

Nel 1985 anche i Nomadi hanno dedicato un brano all’esplosione di Hiroshima. Il pezzo si intitola Il pilota di Hiroshima e racconta la vita di Claude Eatherly, un aviatore americano incaricato di volare sopra Hiroshima per dare il via libera all’Enola Gay, l’aereo con la bomba. Sconvolto dalla vista dell’esplosione e dalla conoscenza dei danni causati, non riuscì più a tornare alla normalità, rifiutò una promettente carriera nell’esercito, tentò due volte il suicidio, perse la famiglia e finì a vivere di espedienti e stenti. Fin dalle prime strofe si parla dell’inferno che vive quest’uomo, che non parla e non dorme più. Nonostante una critica velata agli Stati Uniti, è una canzone che parla più in generale di un senso di colpa occidentale.

Molti sono i brani di autori giapponesi che parlano delle esplosioni, come Hibari Misora, una delle più grandi cantanti enka, una musica popolare giapponese. Molto interessante è il brano del musicista nippo-coreano Pak Poe: Hiroshima never again. Il brano è ispirato alla musica folk americana (Pak Poe è conosciuto come il Dylan giapponese) e insiste sul fatto che quel che è accaduto non deve più ripetersi. A differenza delle produzioni occidentali, dove prevale il senso di colpa o un sentimento di accusa, nelle produzioni giapponesi prevale la vista dell’orrore e quindi la speranza che una cosa simile non si debba mai più vedere.

Un brano che canta di questo senso di colpa occidentale è Enola Gay degli Orchestral Manoeuvres in the Dark. Dalla musica il brano sembrerebbe una ballata spensierata, in realtà si rivolge direttamente all’aereo che sganciò la bomba sopra Hiroshima. Alcuni versi sono molto significativi: «avresti fatto meglio a stare a casa ieri», esordisce così il brano, «le parole non possono descrivere quanto hai mentito». L’accusa è diretta contro l’esercito statunitense, ma più in generale contro l’occidente: «La mamma è molto orgogliosa del suo piccolo ragazzo [“Little Boy” era il nome dato alla bomba esplosa su Hiroshima] ma il bacio che hai dato non se ne andrà mai più», «Enola Gay, quello che hai fatto non se ne andrà mai dai tuoi sogni». E i sogni sono un immaginario collettivo colpito da queste esplosioni, dalla distruzione che causarono.