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La corruzione è stata inventata in Europa

L’avidità, l’egoismo e lo scambio di favori sono fenomeni universali, che si ritrovano un po’ in tutto il mondo e in tutte le epoche. Tuttavia, il modo in cui oggi guardiamo alla corruzione ha delle origini storiche precise, risale all’Europa di fine Settecento. Secondo lo storico tedesco Jens Ivo Engels – che su Eutopia ha dedicato un articolo a questo argomento – la concezione moderna della corruzione è strettamente legata alla concezione moderna dello stato e dei rapporti tra pubblico e privato.

Quando si parla di corruzione, ci si riferisce a casi di abuso del potere politico per l’ottenimento di favori e benefici personali. Fino al Settecento, il clientelismo, il nepotismo e lo scambio di favori erano fenomeni generalmente accettati: attiravano critiche solamente quando se ne faceva un uso smodato. Sfera pubblica e sfera privata non erano nettamente divise, così accadeva che gli apparati dello stato si scambiassero favori con dei soggetti privati, e chi deteneva cariche pubbliche poteva approfittarne per arricchirsi.

Fu solo all’inizio dell’Ottocento che in Europa e negli Stati Uniti si affermò una separazione più chiara tra pubblico e privato. Si cominciò a valutare negativamente lo scambio di favori, il nepotismo e l’uso di una carica pubblica per arricchirsi. La lotta contro ciò che si cominciò a concepire come “corruzione” non era solo una lotta di carattere etico: aveva un carattere profondamente politico, era un aspetto della lotta dei rivoluzionari e riformisti europei contro il sistema dei privilegi dell’ancien régime.

Oltre all’idea stessa di corruzione, a inizio Ottocento si affermò l’idea che la corruzione fosse un indicatore di arretratezza politica e culturale. Per promuovere la modernizzazione era quindi necessario, tra le altre cose, lottare contro la corruzione. In effetti, riforme come l’allargamento del suffragio in Inghilterra furono favorite dal dibattito sulla corruzione. Secondo Engels, anche oggi molti ritengono la corruzione responsabile dello stato di arretratezza e crisi in cui si trovano molti paesi del mondo, soprattutto al di fuori dell’Occidente.

Le altre grandi ondate di rifugiati in Europa

Negli ultimi mesi, un alto numero di richiedenti asilo ha raggiunto (o ha cercato di raggiungere) l’Europa. Anche se era da tempo che un numero così alto di profughi non si dirigeva verso l’Europa, il fenomeno non è affatto inedito: lungo tutto il corso del Novecento, a più riprese l’Europa ha accolto ondate di persone in fuga da guerre e persecuzioni. Basandosi sul lavoro dello storico Klaus Bade, France Culture ha realizzato un’immagine che mostra il susseguirsi delle principali ondate di profughi. L’immagine mostra solamente i casi di afflusso imponente di rifugiati in Europa, dunque quelli che hanno coinvolto più di 100.000 persone in un periodo di tempo inferiore a un anno.

I primi due casi di massiccio spostamento di popolazione in Europa hanno riguardato delle guerre civili, che misero in fuga molte persone durante i combattimenti e molti membri delle fazioni sconfitte alla fine della guerra: circa 600.000 russi scapparono dal loro paese dopo l’affermazione dei bolscevichi sulle forze anticomuniste nel 1922, e 500.000 repubblicani spagnoli ripararono in Francia dopo la vittoria di Francisco Franco nella guerra di Spagna.

Enormi spostamenti di popolazione interessarono l’Europa centrale alla fine della seconda guerra mondiale, con più di un milione di cittadini polacchi e cecoslovacchi di etnia tedesca che fuggirono dalle vendette e dalle politiche di pulizia etnica messe in atto nei loro paesi, trovando rifugio in Germania. Altri spostamenti dall’Europa centro-orientale verso occidente si ripeterono nei decenni successivi, in corrispondenza delle più gravi repressioni dei regimi comunisti contro i loro cittadini: quasi 200.000 ungheresi fuggirono dal loro paese nel 1956, 170.000 cecoslovacchi scapparono nel 1968, e 250.000 polacchi si diressero in Occidente nel 1982.

Negli anni Novanta i rifugiati provennero soprattutto dai Balcani: nel 1992 700.000 iugoslavi lasciarono il loro paese con lo scoppio della guerra, mentre 300.000 albanesi fuggirono dai disordini provocati dal collasso del regime comunista. Alla fine del decennio, altre centinaia di migliaia di profughi scapparono dal Kosovo in guerra, rifugiandosi nei paesi limitrofi.

Come rileva France Culture, l’attuale afflusso di rifugiati in Europa ha però alcune caratteristiche nuove rispetto ai casi passati: per la prima volta, arrivano contemporaneamente flussi di profughi con provenienze diverse. Ci sono persone che vengono dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dall’Eritrea. Inoltre, questa è la prima volta che arrivano in Europa grandi quantità di rifugiati di origine extraeuropea: durante tutto il corso del Novecento, le grandi ondate di profughi erano sempre composte da europei.

Gli altri paesi che hanno dichiarato default

In questi giorni si discute della possibilità che la Grecia si dichiari incapace di pagare i propri debiti, e vada quindi in bancarotta. Nella storia moderna e contemporanea, i casi di default si sono susseguiti con una certa frequenza.  Se li si guarda, si vede che le ragioni delle crisi del debito sovrano sono state molto diverse tra loro. Si vede anche che i casi di default non hanno riguardato solo paesi poveri e deboli, ma anche paesi ricchi e potenti. In particolare, il maggior numero di paesi che hanno dichiarato bancarotta si trova nell’America latina.

Quello che viene considerato il primo default della storia moderna è quello della Spagna della seconda metà del Cinquecento. Re era Filippo II, che aveva ereditato da Carlo V una situazione finanziaria estremamente complessa. Il paese era esposto verso le maggiori banche europee per cifre ingenti, e il bilancio statale era in passivo. La vastità dell’impero comportava grosse spese militari, ma le entrate fiscali non erano sufficienti per coprirle. Era il parlamento a decidere sulla tassazione, ma siccome si rifiutava di aumentare la pressione fiscale, durante il regno di Filippo II la Spagna dovette dichiarare fallimento per ben tre volte.

La Spagna non poteva essere lasciata fallire: era la superpotenza del Cinquecento, e controllava un’ampia parte d’Europa e i commerci col Nuovo Mondo. In cambio del loro sostegno, le banche aumentarono i tassi di interesse per i prestiti successivi alla Spagna e chiesero delle garanzie, legate alle estrazioni di argento e alle entrate fiscali dei Paesi Bassi. Ma il terzo fallimento della Spagna, nel 1596, si rivelò fatale per i banchieri – in particolare per i banchieri tedeschi Fugger, che avevano finanziato anche la Spagna di Carlo V. Non essendo più in grado di prestare denaro, furono costretti a ritirarsi dal settore finanziario.

La crisi del debito che ha avuto il maggiore impatto sulla storia è probabilmente quella della Francia del 1770. La Francia era stata la superpotenza europea a cavallo tra Seicento e Settecento, ma la sua partecipazione alla guerra dei sette anni (1756-63) colpì molto duramente le sue finanze. Dopo il fallimento sarebbero state necessarie delle riforme, in particolare in campo fiscale, ma mancavano le condizioni istituzionali e politiche per farle. La paura di un secondo fallimento – che poi avverrà nel 1788 – spinse il re a convocare gli Stati Generali, dando il via a quella successione di eventi che portò allo scoppio della rivoluzione.

Passando al Novecento, abbiamo già parlato della situazione tedesca legata ai debiti di guerra nella prima metà del secolo. Anche nel 1932 la Germania dovette dichiarare default, a causa dell’interruzione dei flussi finanziari dagli Stati Uniti provocata dalla crisi del ’29. Le conseguenze per il paese furono gravi, sia in termini di povertà che di disoccupazione. Anche questo fallimento, come quello della Francia del 1770, ebbe un impatto storico significativo: fu Adolf Hitler nel 1933 a intervenire drasticamente, rifiutandosi di pagare le rate dei debiti rimasti.

I paesi costretti a dichiarare fallimento nel Novecento sono stati molti. Dagli anni Ottanta però sono cambiate le caratteristiche dei fallimenti, a causa della crescente finanziarizzazione dell’economia: in quel periodo si inverte la percentuale di fallimenti dovuti all’indebitamento presso banche private rispetto a quelli dovuti all’indebitamento in valuta estera.

Nel 1982 il Messico non riuscì più a pagare i propri debiti verso le banche statunitensi e giapponesi, facendo scoppiare una crisi più generale in tutta l’America latina, che si era indebitata parecchio nel decennio precedente. Fu il Fondo Monetario Internazionale a intervenire per trovare una composizione. Vennero imposte delle misure simili a quelle imposte oggi alla Grecia, con pesanti tagli alla spesa pubblica e allo stato sociale. Ma queste misure crearono una grave crisi sociale in tutti i paesi, che fecero aumentare l’antagonismo contro le politiche liberiste, al FMI e agli Stati Uniti. Negli anni Novanta ci fu una seconda crisi messicana: il peso venne improvvisamente svalutato del 15 percento rispetto al dollaro, facendo fuggire gli investitori stranieri.

Il grande fallimento di fine Novecento fu quello della Russia del 1998. L’economia era ancora fragile dopo la caduta del sistema sovietico, e nel 1998 il rublo dovette essere svalutato quasi del 50 percento, passando da 6 rubli a 9,5 rubli per un dollaro; questa mossa prosciugò le riserve di valuta straniera del paese. La crisi russa ebbe ricadute pesanti sui paesi vicini e mise in luce i rischi di contagio finanziario internazionale. L’enorme hedge fund Long Term Capital Management ne uscì quasi annientato, e furono così percepiti con inedita chiarezza i rischi della globalizzazione finanziaria.

Il default dell’Argentina del 2000-01 fu molto eclatante perché fu il più grande default della storia fino ad allora. Dopo anni di iperinflazione, in regime di doppia moneta, l’economia argentina non resse più alla combinazione di grandi prestiti esteri e di un regime interno corrotto e inefficiente. Vennero interrotti i pagamenti di 82 miliardi di dollari di titoli di stato, e le conseguenze sulla popolazione furono gravi.

Infine, nel 2008 l’Islanda ha dovuto dichiarare default. In seguito alla crisi dei mutui subprime, tre delle più grandi banche del paese dichiararono fallimento. Il governo si dimise, ma non si andò ad elezioni immediate: venne trovata una nuova alleanza in parlamento con partiti fino ad allora all’opposizione. Venne deciso di riscrivere la costituzione, e lo si fece con molti contributi diretti dei cittadini. Le misure adottate per uscire dalla crisi finanziaria furono misure di austerità, alleviate dalla possibilità di svalutare la valuta islandese: il salario medio venne colpito, ma i prodotti islandesi furono resi più competitivi sul mercato internazionale.

I diritti dei gay nel mondo, dal ‘700 a oggi

Il Washington Post ha pubblicato un’infografica in cui mostra il progresso dei diritti LGBT nel mondo negli ultimi secoli. Il primo provvedimento a loro favore fu la depenalizzazione degli atti omosessuali decisa dalla Francia rivoluzionaria nel 1791.

L’infografica è divisa per categorie e mostra i passi avanti fatti nei singoli stati in sei specifici campi della lotta per la parità dei diritti: abolizione del reato di omosessualità; punizione delle discriminazioni verso gli omosessuali sul posto di lavoro; possibilità di adozione per le coppie dello stesso sesso; riconoscimento delle coppie omosessuali; riconoscimento delle unioni civili; estensione del matrimonio a coppie dello stesso sesso.

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A oggi, l’omosessualità non è più considerata reato in 116 paesi del mondo, che rappresentano il 54,84% della popolazione mondiale, pari a circa 4 miliardi di persone. Il primo paese a depenalizzare l’omosessualità fu appunto la Francia nel 1791; la Repubblica Centrafricana, il Mozambico, Palau e Vanuatu sono stati gli ultimi paesi in ordine di tempo a eliminare il reato di omosessualità. In generale, il processo di depenalizzazione  è andato molto a rilento fino agli anni Novanta del Novecento, quando grandi paesi come la Russia (1993), la Cina (1997) e gli Stati Uniti (2003) hanno deciso di eliminare dai loro ordinamenti le leggi che punivano gli atti omosessuali.

L’introduzione di specifiche misure contro la discriminazione delle persone LGBT nei luoghi di lavoro è invece un processo molto più tardo, iniziato – sempre in Francia – solo nel 1985. A oggi, specifiche leggi contro la discriminazione sul lavoro esistono in 65 paesi del mondo, che rappresentano circa un miliardo di persone.

Più esigui, ma in rapido aumento, sono i numeri che riguardano il riconoscimento delle unioni civili e del matrimonio tra persone dello stesso sesso. A oggi, una o l’altra di queste forme di riconoscimento sono disponibili per poco più di un miliardo di persone. Il matrimonio è stato introdotto per la prima volta nei Paesi Bassi nel 2001 – contestualmente alla possibilità di adozione di figli, che prima non era prevista in nessun paese al mondo. Con la recente sentenza della Corte Suprema statunitense che estende il matrimonio tra persone dello stesso sesso a tutti i 50 stati dell’Unione, gli Usa sono il diciannovesimo paese a renderlo possibile.

Forme di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso diverse dal matrimonio sono presenti in 15 stati del mondo. In 11 di questi, pari a quasi 400 milioni di abitanti, è stato introdotto l’istituto giuridico della convivenza registrata per le coppie dello stesso sesso (“unioni civili”). Il primo paese a introdurlo è stata la Germania nel 2001. Altri quattro paesi (Israele, Andorra, Repubblica Ceca e Costa Rica) non hanno introdotto le unioni civili come in Germania, ma prevedono comunque qualche forma di riconoscimento delle coppie dello stesso sesso.

Tutte le vittime di tutte le guerre del mondo

Max Roser (2015) – ‘War and Peace before 1945’. Published online at OurWorldInData.org. Retrieved from: http://ourworldindata.org/data/war-peace/war-and-peace-before-1945/
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Max Roser ha realizzato un grafico che mostra il numero delle vittime di tutte le guerre combattute nel mondo dal 1400 a oggi, che sono state più di 3.700. Le vittime militari e civili di ciascun conflitto sono rappresentate con dei cerchi rosa, che hanno una dimensione proporzionata al numero assoluto delle vittime complessive di quella guerra. Più un cerchio è grande, più furono le vittime di quel conflitto. In termini assoluti, le guerre più sanguinose della storia mondiale degli ultimi sei secoli sono state le due guerre mondiali, seguite dalla guerra dei trent’anni (1618-48).

Dato che le dimensioni della popolazione mondiale sono cresciute di molto nel corso degli ultimi secoli, la posizione di ciascun cerchio sull’asse delle ordinate indica la sua gravità relativa: per ogni conflitto viene cioè stimato quante, tra le persone viventi all’epoca, ne rimasero vittima. Anche da questo punto di vista la seconda guerra mondiale rimane il conflitto più sanguinoso della storia, mentre invece la guerra dei trent’anni appare come relativamente più sanguinosa della prima guerra mondiale; altro conflitto molto grave fu quello delle guerre napoleoniche.

La linea rossa indica l’andamento annuale del numero globale delle vittime di guerra: per ciascun anno, sono state sommate le vittime cadute in tutti i conflitti in corso nel mondo. L’andamento annuale del numero delle vittime mostra la successione di tre periodi storici diversi. Il primo periodo è quello del basso medioevo e della prima età moderna, caratterizzati da scarse oscillazioni e da molte piccole guerre. Il secondo periodo è quello compreso tra inizio Seicento e fine Ottocento, interessato da grandi oscillazioni nel numero delle vittime e da una successione periodica di grandi conflitti: circa ogni cinquant’anni veniva raggiunto un picco nel tasso di mortalità delle guerre. Il terzo periodo è il Novecento, con le due grandi crisi ravvicinate delle guerre mondiali, seguite da un periodo – di durata senza precedenti – in cui il rapporto tra il numero globale delle vittime e il numero complessivo degli abitanti della Terra ha continuato a diminuire.

Max Roser è un economista dell’università di Oxford e cura il progetto Our World in Data, sul cui sito ha pubblicato il grafico sulle vittime delle guerre degli ultimi secoli. Il database sul numero delle vittime su cui si basa il grafico è tratto dal Conflict Catalog elaborato da Peter Brecke del Center for global economic history dell’università di Utrecht, mentre i dati sulla popolazione mondiale sono tratti da HYDE e dalle Nazioni Unite.

Gli altri terremoti in Nepal, dal Medioevo in poi

Il Nepal è un piccolo paese incastrato tra India e Cina. Ha una storia lunga e affascinante, durante la quale è stato più volte colpito da terremoti. Il suo territorio è quasi interamente occupato dalla catena montuosa dell’Himalaya: geologicamente in quel luogo la placca del subcontinente indiano si unisce a quella eurasiatica. È la spinta della placca indiana verso quella eurasiatica a causare questi terribili terremoti.

Il primo terremoto di cui si ha conoscenza è del 1255, che causò 30.000 morti, tra i quali il re Abhaya Malla. In quegli anni il Nepal non era uno stato unitario, ma era diviso in molti regni controllati da famiglie nobili, spesso in guerra fra loro, e con famiglie che riuscivano a costruirsi un’egemonia su intere valli del paese. Durante il periodo che viene definito il medioevo nepalese, che durò all’incirca dal 750 al 1750, il Nepal venne colpito da diversi terremoti tra i quali quelli del 1408 e del 1681, che causarono molti morti.  L’unificazione del paese, avvenuta con l’espansione del regno governato dalla famiglia Shah – che ha regnato sul Nepal fino al 2007, quando il paese è diventato una repubblica – si concluse nel 1768. Solo un anno prima, un terremoto aveva colpito la valle di Kathmandu.

A partire dall’Ottocento, grazie a tecnologie sempre migliori di registrazione e rilevazione, si hanno notizie più certe sui terremoti. Il primo a essere rilevato è del 26 agosto 1833: fu di magnitudo 7.7, uccise 500 persone e venne percepito anche a Delhi che Calcutta. Poco più di trenta anni dopo, il 23 maggio 1866, un altro terremoto di magnitudo 7.0, che fortunatamente non fece danni. Ancora nel 1916 la terra tremò violentemente, magnitudo 7.1.

Ma il terremoto tristemente più celebre è quello del 1934. Era il 15 gennaio, quando il terremoto, di magnitudo 8.0, colpì ancora una volta la valle di Kathmandu. Causò tra i 16.000 e e i 17.000 morti, e le scosse di assestamento durarono per due settimane. I sopravvissuti si trovarono a vivere in accampamenti nel freddo inverno nepalese. Fino a oggi era il secondo terremoto più grave della storia del Nepal, dopo quello del 1255, ed era ricordato come “Il Terremoto”, the Big One.

Forse anche grazie ai moderni sistemi di rilevazione, il Novecento pare essere il secolo con il maggior numero di terremoti in Nepal. Oltre a quelli del ’16 e del ’34, ve ne furono di forti nel 1936 e nel 1954, e quattro durante gli anni Sessanta. Fortunatamente nessuno di questi eventi causò morti. Nel 1980 e nel 1988 i terremoti tornarono a uccidere, 200 persone nel primo caso e 900 nel secondo, nonostante fossero di magnitudo inferiore ad altri – 6.8 in entrambi i casi. Nel 1991 un terremoto di magnitudo 6.2 non fece morti.

Infine, il terremoto di qualche giorno fa, che è della stessa intensità di quello del 1934. Nel 70° anniversario del terremoto del ’34, il Nepali Times aveva pubblicato un articolo in memoria del tragico evento. In questo articolo non vi sono solo ricordi di quanto accadde in quell’anno. Consci del fatto che il loro paese è ad alto rischio sismico, i nepalesi sapevano di doversi aspettare un altro, grave, terremoto. Così si legge nell’articolo:

Le registrazioni storiche mostrano che Kathmandu viene colpita da terremoti come quello del 1934 ogni 75 anni. Quindi il prossimo potrebbe letteralmente essere uno di questi giorni. Ma gli esperti hanno scoperto che c’è un pericolo ancora più grave di un grande terremoto nel centro del Nepal, che potrebbe rilasciare energia tettonica come non è mai accaduto negli ultimi 200 anni e che questo massiccio terremoto può colpire in qualunque momento.

Fonte dell’immagine: History’s Shadow

Quando e perché sono nate le principali ONG

Le organizzazioni non governative esistono da secoli, persino da prima che nascessero i governi e gli stati nel senso moderno del termine. A livello internazionale, l’esistenza delle organizzazioni non governative è stata formalmente riconosciuta nel 1945 con la Carta delle Nazioni Unite, il cui articolo 71 designa le ONG come un interlocutore ufficiale dell’ONU. Negli ultimi decenni il numero e l’importanza delle ONG sono cresciuti notevolmente: si calcola che a livello internazionale ne siano attive più di 20.000, operanti in ambiti che vanno dalla lotta alla povertà alla difesa dei diritti fondamentali, fino alla difesa dell’ambiente. Ecco di seguito una breve storia delle più importanti ONG nate negli ultimi decenni.

Oxfam. Deve il nome al Comitato per la lotta contro la fame di Oxford (Oxford Committee for Famine Relief), creato nel 1942 per contrastare la carestia in Grecia. Nel 1995 è nata Oxfam International, che promuove una duratura cooperazione internazionale nella lotta alla povertà e all’ingiustizia. Oxfam è molto attiva nell’esercitare pressione sui governi su temi come il commercio internazionale o l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione.

World Vision International. ONG legata alla Chiesa evangelica cristiana e per questo poco nota in Italia, fu fondata nel 1950 dal reverendo Bob Pierce. Lo scopo iniziale dell’organizzazione era quello di aiutare, attraverso sponsorships (una sorta di adozioni a distanza) i bambini rimasti orfani a causa della guerra in Corea. Negli anni le dimensioni e gli scopi di World Vision International sono aumentati e, con oltre 40.000 dipendenti, oggi si occupa anche di promozione della giustizia, aiuti per emergenze umanitarie e progetti di sviluppo locale in quasi cento diversi paesi del mondo.

Amnesty International. Fu fondata nel 1961 dall’avvocato inglese Peter Benenson per difendere i diritti dei prigionieri di coscienza – il primo caso riguardava due giovani portoghesi. La definizione di prigionieri di coscienza oggi include tutte le persone imprigionate per motivi razziali, religiosi, politici, di orientamento sessuale o di opinione. Nel 1963 Amnesty International divenne un’organizzazione internazionale e cominciò a espandersi rapidamente, fino a raggiungere oggi oltre sette milioni di soci. Anche la missione di Amnesty International si è ampliata: oltre a difendere i diritti dei prigionieri di coscienza si occupa di lotta contra la tortura e la pena di morte, della protezione della dignità umana e dei diritti delle donne, dei bambini, delle minoranze e dei rifugiati. Nel 1977 Amnesty International vinse il Premio Nobel per la pace.

World Wildlife Fund (WWF). Fondato nel 1961, il WWF ha la missione di fermare la degradazione dell’ambiente naturale della Terra tramite la conservazione della biodiversità, la promozione delle risorse energetiche rinnovabili e la riduzione dell’inquinamento e degli sprechi. Oggi è la più grande organizzazione che si occupa della conservazione delle risorse naturali, può contare su oltre 6.000 dipendenti e circa cinque milioni di sostenitori. Nel suo mezzo secolo di attività il WWF ha investito più di undici miliardi di dollari in oltre 13.000 progetti.

Medici Senza Frontiere. MSF fu fondata nel 1971 a Parigi da alcuni medici reduci da un’esperienza di assistenza nella regione del Biafra durante la guerra civile in Nigeria. La loro missione era coordinata dalla Croce Rossa Internazionale, ma a causa di alcune frizioni decisero di creare un’organizzazione autonoma, composta da medici pronti a prestare aiuto nelle zone di guerra e in seguito disastri naturali. Oggi MSF ha sede in Svizzera e svolge operazioni di soccorso in circa settanta paesi, potendo contare su più di 34.000 volontari e dipendenti. Nel 1999 a MSF fu conferito il Premio Nobel per la pace per la pionieristica attività umanitaria svolta in diversi continenti.

Emergency. Fondata nel 1994 da Gino Strada, Teresa Sarti, Carlo Garbanti e Giulio Cristoffanini, Emergency è una ONG italiana con sede a Milano ma presente anche negli Stati Uniti, Regno Unito, Giappone, Svizzera, Belgio e Hong Kong. La missione di Emergency è di offrire cure medico-chirurgiche gratuite e di elevata qualità alle vittime delle guerre, delle mine antiuomo e della povertà. L’organizzazione fornisce infatti personale medico altamente specializzato in zone di guerra o post-conflitto. Le sue missioni si svolgono principalmente in Africa ed Asia e, dalla sua nascita a oggi, Emergency ha curato oltre sei milioni di persone in sedici paesi del mondo.

I rapporti tra l’Italia e la Libia di Gheddafi

A partire dalla colonizzazione nel 1911, i rapporti tra l’Italia e la Libia rimasero molto stretti per più di mezzo secolo. La situazione cambiò a partire dal 1969, quando il potere in Libia fu assunto dal colonnello Mu’ammar Gheddafi, destinato a governare il paese fino al 2011.
Giunto al potere, Gheddafi ricorse a una forte retorica anti-italiana, usandola per unire le centinaia di tribù del paese. Fu istituita una “Giornata della vendetta” contro l’Italia, e nel 1970 i ventimila italiani di Libia vennero prima deprivati dei loro beni e poi obbligati a lasciare il paese. Di fatto Gheddafi stracciò l’accordo del 1956 e non mancò mai di ricordare le responsabilità coloniali degli italiani.

Nonostante questa retorica anti-italiana, i rapporti concreti tra i due paesi rimasero stretti. Grazie all’Eni, la Libia divenne il principale fornitore di petrolio e gas dell’Italia. Inoltre, la Libia era vista come un elemento di stabilità nella regione, in grado di contenere sia l’espansionismo sovietico che il fondamentalismo islamico. D’altro canto, gli acquisti italiani di gas e petrolio erano importanti per la Libia e contribuivano a finanziare il suo progetto di trasformazione in un rentier state a orientamento socialista. La Libia aveva anche bisogno dell’Italia per il know-how petrolifero e per disporre di un minimo di appoggio sulla scena internazionale. In questo periodo il fondo sovrano libico giunse ad acquisire il dieci per cento della Fiat. Questa politica di “reciproca utilità” venne sancita dalla visita del Presidente del consiglio Giulio Andreotti a Tripoli nel 1979.

Il decennio successivo, al contrario, fu il momento più basso dei rapporti italo-libici. Difatti, negli anni Ottanta Gheddafi si lanciò nel finanziamento di gruppi terroristici e si avvicinò notevolmente all’Unione sovietica, dei cui aiuti militari aveva bisogno per continuare la guerra contro il Ciad (1978-87). Queste mosse libiche furono attaccate dalla Nato, di cui l’Italia faceva parte. Nel 1986 gli Stati Uniti decisero di bombardare Tripoli, e per ritorsione la Libia lanciò due missili su Lampedusa, mancando però il bersaglio. Alcuni hanno sostenuto che ci sia stato un coinvolgimento libico anche nella strage di Ustica del giugno 1980.

Dopo quasi vent’anni di freddezza diplomatica, il riavvicinamento tra Italia e Libia si registrò tra il 1998 e il 1999, quando il ministro degli esteri Lamberto Dini e il Presidente del consiglio Massimo D’Alema si recarono a Tripoli per chiudere il contenzioso coloniale. La vera svolta nelle relazioni italo-libiche fu tuttavia impressa dal Presidente del consiglio Silvio Berlusconi, grazie alla sua amicizia personale con Gheddafi. Il Trattato di Bengasi, firmato nel 2008, riconobbe le responsabilità coloniali dell’Italia, che si impegnò a versare a titolo di risarcimento cinque miliardi di dollari e a finanziare infrastrutture per altre cinque miliardi di dollari (realizzate però da imprese italiane). La Libia dal canto suo si impegnò a combattere l’immigrazione clandestina. L’accordo tra i due paesi fu idealmente suggellato dall’istituzione della “Giornata dell’amicizia”, che ha sostituito la “Giornata della vendetta”.

Il rapporto tra l’Italia e la Libia di Gheddafi cambiò ancora una volta con le “primavere arabe” e le rivolte del 2011 contro il regime libico. In un primo tempo, l’Italia mantenne un atteggiamento ambivalente, trovandosi stretta tra la necessità di non isolarsi dai partner atlantici ed europei e il disagio nell’avallare una guerra verso il “nuovo amico” Gheddafi. Alla fine l’Italia concesse le proprie basi militari per le forze della coalizione internazionale che colpirono il regime di Gheddafi, favorendone la caduta nell’ottobre 2011.

Le expo degli altri, da Bruxelles a Shanghai

Bruxelles 1958

La prima esposizione universale dopo la seconda guerra mondiale è ospitata in una città particolare, che in quell’anno diventa la sede della Comunità europea appena istituita. Nel 1958 il Belgio e gli altri paesi occidentali sono – ancora per poco – delle potenze coloniali: l’Expo di Bruxelles segna un passaggio tra il vecchio mondo eurocentrico e il nuovo mondo, più globale. Il simbolo dell’Expo di Bruxelles è l’Atomium, che rappresenta un cristallo di ferro: anch’esso un simbolo sospeso tra due mondi, tra quello dell’industria pesante avviata al declino e quello della ricerca scientifica e nucleare in pieno sviluppo.

Seattle 1962

L’Expo di Seattle viene prevalentemente dedicata ai temi aerospaziali: Seattle è la sede della Boeing, e nel 1962 la competizione spaziale tra Stati Uniti e Unione Sovietica è particolarmente accesa – l’anno precedente il sovietico Yuri Gagarin era stato il primo uomo a volare nello spazio. I paesi comunisti non partecipano all’Expo, e il presidente Kennedy non partecipa alla cerimonia di chiusura: sono i giorni della crisi dei missili di Cuba. Il simbolo dell’Expo è la torre panoramica Space Needle.

Montreal 1967

In origine, l’esposizione universale del 1967 doveva tenersi a Mosca, per festeggiare il cinquantesimo anniversario della rivoluzione.  L’Expo invece si tiene in Canada, che festeggia il suo centenario. O meglio, l’Expo si tiene nel Québec, dove in quegli anni sta crescendo il movimento indipendentista: è proprio durante l’Expo che il presidente francese Charles De Gaulle appoggia apertamente l’indipendenza del Québec, scatendando clamore. In termini di partecipazione e risultati, quella di Montreal è l’esposizione che, nel Novecento, incontra il maggiore successo.

Osaka 1970

L’inizio degli anni Settanta segna l’inizio dell’impetuosa crescita commerciale del Giappone. L’Expo di Osaka è l’occasione per presentare al mondo il Giappone come nuova potenza economica e per sancire il superamento della sua sconfitta nella guerra mondiale (così come lo furono le Olimpiadi del 1972 per la Germania). Inizia la crescita dell’Asia: quella di Osaka è la prima esposizione universale ospitata da un paese asiatico. Il simbolo dell’Expo è la “torre del sole”.

Siviglia 1992

L’Expo del 1992 celebra il cinquecentenario della scoperta dell’America, una storia partita proprio da Siviglia e dai suoi dintorni. L’Expo di Siviglia è però anche l’occasione per celebrare il recente superamento della divisione del mondo in due blocchi contrapposti e per illudersi con la “fine della storia”. L’Expo segnala l’apparizione della Spagna sulla scena europea e internazionale, e non a caso nel 1992 la Spagna ospita anche le Olimpiadi. Del resto, pure a Montreal l’Expo aveva preceduto di poco le Olimpiadi, e l’Expo di Osaka era stata la naturale continuazione delle Olimpiadi di Tokyo.

Hannover 2000

La Germania ospita l’esposizione del millennio, a Hannover. Tranne la data, è un’esposizione meno memorabile delle altre. I temi dominanti sono quelli dell’energia e dello sviluppo sostenibile.

Shanghai 2010

Così come l’Expo di Osaka aveva presentato il Giappone come nuova potenza economica mondiale, l’Expo di Shanghai presenta la Cina come nuova potenza. E come accaduto per il Giappone, l’esposizione universale segue di poco le Olimpiadi. È un’esposizione da record da molti punti di vista: dimensioni, costi, numero di partecipanti e numero di visitatori.  Il tema dominante è quello delle città, del loro sviluppo e del loro governo.

La fuga degli ebrei dall’Europa orientale

Tra il 1945 e oggi, il numero degli ebrei residenti in Europa è calato del 63 per cento. Come sostiene un recente articolo del Pew Research Center, dopo la Shoah e alla fine della seconda guerra mondiale c’erano 3,8 milioni di ebrei in Europa, corrispondenti al 35 per cento della popolazione ebraica mondiale. Secondo le stime più recenti, oggi in Europa vivono 1,4 milioni di ebrei, corrispondenti al 10 per cento della popolazione ebraica mondiale.

FT_15.02.04_JewsEurope200px copyLe stime del Pew Research Center – che si appoggiano in parte alle ricerche condotte dal demografo Sergio Della Pergola – mostrano che il fenomeno della diminuzione degli ebrei residenti in Europa è in gran parte legato all’Europa orientale. Era nell’Unione sovietica e nei paesi dell’Europa centro-orientale che nel 1945 risiedeva la gran parte degli ebrei europei. All’epoca erano quasi tre milioni, mentre oggi gli ebrei che vivono nell’Europa orientale sono solo 380.000. Al contrario, nei paesi dell’Europa occidentale la popolazione ebraica è rimasta stabile, e anzi in alcuni casi, come in Francia e in Germania, è cresciuta superando i livelli che aveva prima della Shoah.