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Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

Di Donald Trump si dice che fa il matto, di Ted Cruz che è matto. In ogni caso, lo straordinario successo dei candidati radicali alle primarie del partito repubblicano negli Stati Uniti è sorprendente se confrontato coi risultati delle primarie del passato – che venivano vinte da un “conservatore compassionevole” come George W. Bush, da un maverick come John McCain e da un moderato come Mitt Romney. Ma il successo dei radicali nelle primarie di quest’anno è davvero inedito?

A destra, il paragone che si fa più spesso è quello con le primarie del 1964, che furono vinte da Barry Goldwater. Senatore dell’Arizona molto conservatore, Goldwater sconfigge i candidati sostenuti dall’establishment del partito, molto più liberali e moderati – ma poi va a schiantarsi alle elezioni presidenziali, dove perde con un margine di 23 punti percentuali rispetto a Lyndon Johnson. Il paragone con Goldwater rassicura alcuni oppositori di Trump (potrà pure vincere le primarie, ma alle elezioni si schianta), ma ne preoccupa altri: l’America del 2016 non è quella del 1964, e se Goldwater venne sconfitto nel breve periodo, nel lungo periodo si trasformò nel «vero padre spirituale dell’odierno partito repubblicano».

Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

1. Come Trump, anche Goldwater si candidò alle primarie contro l’establishment del partito repubblicano, che lo attaccò furiosamente dandogli dell’estremista, del razzista e del guerrafondaio – e a volte del pazzo irresponsabile. Critiche, manovre e persino uno “Stop Goldwater Movement” servirono a poco: quello vinse comunque le primarie, e lo fece rivendicando il suo estremismo. Nel discorso di accettazione della nomination affermò che «non è un difetto essere estremisti nella difesa della libertà».

2. Trump è stato accusato tra le altre cose di coltivare dei rapporti un po’ troppo stretti con la destra estrema e razzista. La stessa accusa fu rivolta a Goldwater: erano gli anni della battaglia sui diritti civili, e lui si opponeva alle leggi contro la discriminazione dei neri. Guadagnò così ampi consensi tra i bianchi del Sud, che fino ad allora avevano massicciamente votato a favore dei Democratici – in pratica i repubblicani non esistevano nemmeno, negli stati del Sud.

3. Se nel 1964 Goldwater riesce a sconfiggere i candidati espressione dell’establishment del partito, è anche perché riesce a raccogliere e mobilitare le energie di molti semplici elettori insoddisfatti nei confronti dei dirigenti politici tradizionali. Con la campagna di Goldwater emerge di fatto negli Stati Uniti un movimento conservatore di base, che raccoglie e mobilita elettori fino ad allora poco visibili e organizzati.

Quali sono le differenze tra Trump e Goldwater

1. Anche se si presentava come un oppositore dell’establishment, Goldwater era in realtà un politico di professione, con tutta una carriera alle spalle – e aveva sviluppato delle idee piuttosto precise e coerenti, che sono sopravvissute ben oltre la sua esperienza elettorale del 1964. Al contrario, Trump non ha alcuna esperienza politica e ha cambiato idea su quasi ogni argomento: il suo successo pare appoggiarsi soprattutto sulla sua immagine e sulla sua retorica, e quindi potrebbe non sopravvivergli.

2. Rispetto agli anni Sessanta, l’elettorato americano di oggi è diviso in maniera molto più netta: le posizioni di Goldwater all’epoca sembravano radicali, oggi sarebbero probabilmente considerate normali. La volatilità degli elettori oggi è molto minore, mentre a quel tempo non era raro votare democratico a un’elezione e repubblicano a quella successiva, e viceversa (Goldwater ricevette appunto un sacco di voti da tradizionali elettori democratici del Sud, mentre vari repubblicani insoddisfatti votarono per Johnson).

3. Nonostante i duri scontri durante le primarie, alla fine Goldwater vinse la nomination per le presidenziali con un’ampia maggioranza e senza seri contendenti: in un modo o nell’altro alla fine il partito repubblicano si ritrovò unito. Molto più profonde paiono le divisioni odierne, e molto meno ampia sarà in ogni caso la maggioranza ottenuta dal vincitore della nomination.

…E quindi?

Un numero crescente di osservatori pensa che una vittoria di Trump alle primarie segnerebbe una mutazione dell’identità stessa del Partito repubblicano, che magari condurrebbe a una sconfitta alle presidenziali, ma che potrebbe esercitare un’influenza di lungo periodo sulla politica americana. È vero, alle presidenziali Goldwater perse molto male, ma la sua esperienza viene spesso vista come il punto d’origine del reaganismo e dell’identità repubblicana degli ultimi decenni, sia in termini ideologici sia di costruzione di un blocco elettorale di riferimento.

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Gli altri stati che hanno cambiato bandiera

Nelle scorse tre settimane la Nuova Zelanda ha tenuto un referendum per decidere se adottare una nuova bandiera, ma ha prevalso il mantenimento di quella attuale, da alcuni ritenuta troppo chiaramente legata all’antica dominazione britannica. La bandiera è uno dei simboli principali di uno stato, legata direttamente alla sua identità: accade molto raramente che si decida di cambiarla. Ad esempio, il tricolore italiano è sopravvissuto quasi indenne sia all’affermazione del fascismo che alla transizione alla repubblica. Decidere di cambiare la bandiera nazionale è un atto molto raro, e per questo è significativo quando accade.

Se si prendono in considerazione tutti gli stati oggi esistenti nel mondo, sono molto pochi quelli che durante la loro storia hanno deciso di cambiare bandiera. Più spesso sono avvenute delle modifiche parziali (aggiungere una stella, togliere una scritta, e così via), e talvolta sono avvenute delle modifiche temporanee: ad esempio, il regime dei Khmer rossi in Cambogia introdusse una nuova bandiera, ma caduto il regime venne reintrodotta quella pre-esistente.

Le rivoluzioni, i colpi di stato e i cambi di regime sono tra le cause più frequenti di cambiamento della bandiera nazionale. Il caso più celebre è quello della Francia, la cui bandiera tricolore venne introdotta poco dopo la rivoluzione del 1789, prendendo il posto delle bandiere bianche coi gigli utilizzate nel periodo monarchico. Anche la bandiera odierna del Portogallo fu adottata dopo la rivoluzione che abbatté la monarchia nel 1910; in modo simile, quando in Germania cadde l’impero e fu istituita la repubblica nel 1918, venne deciso di cambiare la bandiera.

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La bandiera francese prima della rivoluzione
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La bandiera francese dopo la rivoluzione

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La bandiera del regno di Portogallo
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La bandiera del Portogallo repubblicano

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La bandiera dell’impero tedesco
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La bandiera della Germania repubblicana

Gran parte dei paesi nati dal processo di decolonizzazione hanno mantenuto fino a oggi la bandiera adottata dopo l’indipendenza. Ci sono state alcune eccezioni, come ad esempio il Laos e il Burkina Faso, ma l’eccezione più vistosa fu quella prodotta dall’ascesa al potere di regimi panarabi in Africa e Medio Oriente tra gli anni Cinquanta e Sessanta. Il successo del panarabismo spinse a cambiare le bandiere di una serie di paesi: è allora che furono creati tra gli altri gli attuali simboli di Egitto e Sudan, che non a caso si assomigliano parecchio.

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La bandiera del regno d’Egitto
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La bandiera dell’Egitto repubblicano

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La bandiera del Sudan fino al 1970
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La bandiera del Sudan dal 1970

Il caso del cambiamento della bandiera del Sudafrica nel 1994 è uno dei casi che mostra più chiaramente la connessione tra la bandiera e l’identità di uno stato. Abolito l’apartheid, era necessario abolire anche la bandiera nazionale utilizzata fino ad allora, che era troppo strettamente collegata con il periodo della dominazione bianca. La nuova bandiera doveva rappresentare il nuovo carattere multirazziale del paese, e fu infatti adottata il giorno delle prime elezioni a suffragio universale. In modo per certi versi simile, nel 2001 anche il Ruanda decise di cambiare la propria bandiera, come parte del processo di riconciliazione nazionale e riflessione sul genocidio avvenuto nel 1994.

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La bandiera del Sudafrica dell’apartheid
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La bandiera del Sudafrica post-apartheid

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La bandiera del Ruanda fino al 2001
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La bandiera del Ruanda dal 2001

La Nuova Zelanda non è stata interessata da nessuna rivoluzione e da nessun cambio di regime, né nel suo passato né nell’epoca più recente. Il caso più simile al suo fu quello del Canada: un altro ex possedimento britannico che a un certo punto della sua storia decise di rimuovere l’Union Jack dalla sua bandiera e di disegnarne una nuova.

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La bandiera del Canada fino al 1965
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La bandiera del Canada dal 1965

Questo articolo è stato aggiornato dopo i risultati del referendum sulla bandiera della Nuova Zelanda il 24 marzo 2016.

L’altro referendum sulla Brexit

A giugno i cittadini del Regno Unito decideranno con un referendum se il loro paese dovrà continuare a far parte dell’Unione europea, o se dovrà uscirne. In realtà il Regno Unito ha già rinegoziato un’altra volta in passato i suoi termini di adesione all’UE, e i suoi cittadini si sono già espressi con un referendum. Era il 1975, e il Regno Unito era entrato nella Comunità europea appena due anni prima (per iniziativa dei conservatori, contro la volontà dei laburisti); il risultato della rinegoziazione venne approvato ad ampia maggioranza.

Sul blog History & Policy lo storico britannico David Thackeray riflette sulle principali differenze tra il referendum del 1975 e quello del 2016. Prima differenza importante, la formulazione del quesito: nel 1975 si chiedeva agli elettori se volevano rimanere nella Comunità europea, mentre a giugno gli si chiederà se vogliono rimanere oppure uscire. Secondo Thackeray, la prima formulazione aiutava a mettere l’accento sul processo di rinegoziazione che era stato condotto dal governo britannico nei mesi precedenti – una rinegoziazione apprezzata dalla maggioranza degli elettori, mentre oggi l’opinione pubblica è molto più divisa.

Un’altra differenza riguarda le conseguenze della possibile vittoria degli euroscettici nel referendum: negli anni Settanta non c’era nessuna norma che regolasse l’eventuale uscita di uno stato membro dalla Comunità, mentre il Trattato di Lisbona del 2007 prevede esplicitamente la possibilità di un’uscita – anche se i negoziati a riguardo sarebbero comunque molto lunghi e complessi.

Terza differenza, il contesto economico. Nel 1975 il Regno Unito si trovava in grave difficoltà economica, e non vedeva molte prospettive di sviluppo al di fuori della Comunità. Al contrario, oggi l’Inghilterra è uno dei principali centri finanziari del mondo e coltiva i suoi rapporti con le potenze economiche asiatiche, mentre l’Unione europea nel suo complesso appare in grave difficoltà economica.

L’Europa è tornata agli anni Trenta?

«In modo molto simile agli anni Trenta, nell’Europa di oggi ci sono cinque diversi elementi in grado di condurre a un disastro geopolitico». Questo è quello che sostiene l’analista Dalibor Rohac su Politico.eu, mettendo assieme una serie di avvenimenti e processi recenti. I cinque elementi di somiglianza tra l’Europa di oggi e quella di ottant’anni fa sarebbero i seguenti:

1. Un sistema monetario inefficiente. La crisi del ’29 si trasformò nella Grande Depressione perché non furono prese misure adeguate in campo monetario, in grado di fornire liquidità ai mercati. In modo simile, negli ultimi anni «la Banca Centrale Europea ha esacerbato la crisi economica mancando sistematicamente per difetto il livello di inflazione che avrebbe dovuto perseguire e lasciando cadere nella deflazione i paesi alla periferia dell’eurozona».

2. L’emergere di una potenza revisionista. Vladimir Putin è diverso da Adolf Hitler, ma la Russia di oggi si sta affermando come una potenza bellicosa e con intenti revisionisti, che cerca di ristabilire la propria sfera di influenza col militarismo e con la destabilizzazione degli stati vicini. L’umiliazione provocata dal collasso dell’Unione sovietica è per certi versi simile a quella vissuta dalla Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.

3. Una mancanza di leadership. Nel periodo tra le due guerre mondiali le democrazie liberali erano troppo deboli: il Regno Unito non era più la potenza di un tempo, mentre gli Stati Uniti erano ancora isolazionisti. Oggi, l’amministrazione americana pare avere abbandonato l’Europa, il Regno Unito sta adottando un atteggiamento isolazionista, e la Germania appare riluttante ad assumere un ruolo di leadership internazionale.

4. Un sistema di cooperazione internazionale in disfacimento. Durante la crisi degli anni Trenta la Società delle Nazioni si dimostrò incapace di garantire il rispetto del diritto internazionale, e fallirono anche le istituzioni che avrebbero dovuto garantire il funzionamento dell’economia internazionale. Oggi l’Europa si è mostrata incapace di impedire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia e di gestire in modo adeguato e coordinato l’arrivo dei profughi.

5. La sconfitta nella battaglia delle idee. Negli anni Trenta i difensori della democrazia liberale e del libero mercato erano sulla difensiva rispetto ai sostenitori del fascismo e del comunismo. Anche oggi la sinistra radicale e la destra radicale sono in crescita un po’ ovunque in Europa, dall’Ungheria alla Grecia, dalla Francia al Regno Unito.

Come sottolinea Rohac, «benché preoccupanti, nessuna di queste tendenze è irreversibile. Né esse significano che l’Europa stia per rivivere il più tremendo avvenimento della sua storia». Tuttavia, queste tendenze indicano che «è più che probabile che l’Europa si trasformi da luogo di prosperità e democrazia in un luogo molto meno ospitale e più pericoloso».

Le altre volte che abbiamo (quasi) fatto la fine della Grecia

Se si prova a scrivere su un motore di ricerca «fare la fine della Grecia» escono migliaia di articoli nei quali si ammonisce l’Italia a fare le riforme necessarie per evitare di ritrovarsi nella situazione greca. Non è la prima volta, nella storia d’Italia, in cui viene usato questo spauracchio.

La prima volta fu nella seconda metà degli anni Quaranta. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia si avviò alla democrazia con il referendum istituzionale e le elezioni dell’Assemblea costituente del 1946. Il Partito Comunista aveva sostenuto un grande sforzo durante la Resistenza ed era molto forte. Una parte della sua base cullava il sogno di completare l’azione resistenziale trasformandola in azione rivoluzionaria. A questa posizione si opponevano però i dirigenti del partito, che avevano adottato la linea della “democrazia progressiva”: la conquista dei diritti e la nazionalizzazione di alcune industrie sarebbe dovuta avvenire all’interno del sistema democratico liberale.

Non fu facile fare accettare questa linea alla base del partito. Le difficoltà economiche creavano grandi tensioni sociali, e l’estromissione delle sinistre dal governo sembrava spingere nella direzione di un nuovo governo autoritario. Per convincere quella parte del partito che sperava di «fare come in Russia» – e che in alcuni casi deteneva ancora le armi delle brigate partigiane – si spiegò che l’Italia era inserita in un gioco internazionale. Iosif Stalin aveva preso accordi strategici con i paesi occidentali, ma non si stava rinunciando a un futuro di equità sociale. Un’azione rivoluzionaria avrebbe condotto l’Italia a «fare la fine della Grecia».

Anche in Grecia durante la guerra c’era stato un importante movimento di resistenza antinazista. Tuttavia, il movimento non aveva avuto un coordinamento unitario, e i vari gruppi che vi partecipavano erano in concorrenza e talvolta in conflitto tra loro. Dopo la fine dell’occupazione nazista il Partito Comunista (KKE) e gli altri partiti di sinistra decisero di boicottare le elezioni e di non riconoscere il referendum che aveva confermato la monarchia. Scoppiò una guerra civile, ma grazie al sostegno degli Stati Uniti al governo e al mancato appoggio dell’Unione Sovietica al KKE, i comunisti furono sconfitti e nel 1949 vennero messi fuorilegge.

In una seconda occasione l’Italia, la sinistra  in particolare, ebbe paura di «fare la fine della Grecia». Nel 1967 ad Atene venne instaurata la “dittatura dei colonnelli”, e il colpo di stato fascista colpì molto l’opinione pubblica italiana. La destra più reazionaria scese in piazza urlando «Ankara, Atene, domani Roma viene», auspicando l’avvento di una dittatura e suscitando echi in parlamento e su giornali come Il Borghese. La sinistra invece iniziò a temere il pericolo di una svolta reazionaria anche in Italia: vi furono le rivelazioni sul Piano Solo, e molti erano convinti che la NATO e gli USA avessero in qualche modo sostenuto il colpo di stato in Grecia. Quando, il 12 dicembre 1969, esplose la bomba a Milano in Piazza Fontana, quel pericolo venne percepito come una minaccia sempre più concreta e reale. «Fare la fine della Grecia» avrebbe significato ritrovarsi schiacciati da una dittatura di stampo fascista, con i comunisti cacciati e ricercati.

Le radici coloniali del piano di salvataggio della Grecia

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In queste settimane si è parlato molto dell’indebitamento della Grecia e dell’accordo trovato con i creditori internazionali. C’è chi ha paragonato quel che sta accadendo con l’occupazione nazista della Grecia durante la seconda guerra mondiale, ritenendo la Germania responsabile di aver imposto un piano umiliante per i greci. Jamie Martin, dottorando all’Università di Harvard, spiega sull’Imperial and Global Forum perché il paragone non sia del tutto preciso. A suo avviso conviene riferirsi non alla Germania nazista, ma all’Europa tra le due guerre e al suo sistema ereditato dal colonialismo.

Il primo paragone che Martin compie è quello con l’Egitto del 1876. All’epoca l’Egitto, formalmente parte dell’Impero Ottomano, era governato da una specie di viceré, Ismail Pasha. Nel 1876 il paese, fortemente indebitato, era sull’orlo della bancarotta, così Pasha dovette accettare la creazione di una commissione internazionale, organizzata dagli europei, che controllasse le finanze pubbliche egiziane. Questa commissione inaugurò un lungo periodo di intenso intervento europeo in Egitto.

Il caso dell’Egitto, assieme ad altri interventi simili realizzati ad esempio nell’Impero Ottomano o in Cina – o anche in Grecia nel 1893 – fecero da modello per il primo intervento di un organismo internazionale tenuto a supervisionare l’attuazione di un programma di austerità. Nel 1921 l’Austria, sconvolta dall’esito della guerra, viveva un momento di grande instabilità finanziaria e la neonata Lega delle Nazioni dovette intervenire per soddisfare le esigenze dei creditori. Il piano messo in piedi fu molto ambizioso, e il problema principale per la Lega era assicurarsi che il nuovo e debole stato fosse in grado di attuare le riforme necessarie a stabilizzare la valuta: un freno immediato alla produzione di moneta e una forte dose di austerità fiscale. Attuate queste riforme, l’Austria avrebbe potuto richiedere nuovi prestiti stranieri e gradualmente tornare alla normale attività economica.

Venne nominato un “Commissario generale” neutrale, Alfred Rudolf Zimmerman, olandese e sindaco di Rotterdam. Nel 1918 aveva represso una sollevazione socialista – e gli emissari della Lega sapevano che il forte partito socialdemocratico e i sindacati austriaci avrebbero potuto creare problemi. La funzione del commissario era imporre la disciplina, assicurando la stabilizzazione della moneta anche in caso di tumulti interni. Solo in presenza di qualcuno che garantisse i loro prestiti, ritenevano gli emissari della Lega delle Nazioni, i finanziatori stranieri avrebbero prestato nuovo denaro all’Austria.

Gli emissari della Lega si impegnarono molto per spiegare che quel che stava avvenendo in Austria era molto diverso da quanto era avvenuto in Egitto, Turchia o Cina. La Lega delle Nazioni si presentava come un mediatore tra i creditori e l’Austria, riducendo il rischio di umiliazione degli austriaci e garantendo i creditori stranieri. Fu importante per i burocrati e gli esperti che guidavano la ricostruzione dell’Austria poter enfatizzare che il loro era il lavoro di un’organizzazione internazionale pienamente neutrale. In realtà, il sistema attuato in Austria non era molto diverso da quello usato nei paesi non europei.

La Lega delle Nazioni istituì simili programmi di ricostruzione finanziaria in diversi paesi dell’Europa centrale e orientale negli anni successivi. Lo schema austriaco fece anche da modello al Piano Dawes del 1924. Questo lavoro della Lega costituì una fonte importante di esperienza e pratiche per il Fondo Monetario Internazionale creato durante la seconda guerra mondiale. Le radici degli “aggiustamenti strutturali” del FMI possono essere trovate qui, così come quelle del recente programma di salvataggio della Grecia. Quando questi piani di ricostruzione vennero attuati per la prima volta, vi erano pochi modelli per la loro ideazione: il meglio che si potesse fare era imporre una forma di amministrazione semi-coloniale in Europa.

L’altro referendum sul Brexit, 40 anni fa

Il Partito conservatore, che ha vinto le recenti elezioni politiche nel Regno Unito, si è impegnato a  indire un referendum per stabilire se il Regno Unito debba o meno continuare a far parte dell’Unione europea. Esattamente 40 anni fa, il 5 giugno 1975 si tenne un referendum simile, che chiedeva ai cittadini britannici: «Pensate che il Regno Unito debba rimanere nella Comunità Europea (Mercato Unico)?».

Il Regno Unito era entrato nella Comunità europea meno di due anni prima, nel 1973. I negoziati per l’adesione erano stati gestiti dal governo conservatore guidato da Edward Heath, che aveva deciso di non sottoporre il trattato di adesione a referendum. Tuttavia, i conservatori persero le elezioni politiche dell’ottobre 1974, che portarono alla formazione di un governo laburista.

All’epoca, i conservatori appoggiavano l’integrazione europea e la partecipazione britannica ad essa, mentre il partito laburista era fortemente diviso al suo interno fra pro- e anti-europei. Il suo leader era Harold Wilson, già primo ministro dal 1964 al 1970 e iniziatore del processo di adesione alla Comunità europea. Wilson era pro-europeo, ma era anche molto critico nei confronti dei termini di adesione a cui Heath aveva acconsentito. Considerando anche le idee anti-europee che dominavano una parte del suo partito, Wilson inserì nel manifesto elettorale la promessa di indire un referendum sull’adesione del Regno Unito alla Comunità europea.

Nelle intenzioni di Wilson, il referendum doveva servire come strumento di pressione, in grado di condurre a una rinegoziazione dei termini dell’accordo di adesione. Meno di due mesi dopo la sua elezione Wilson effettivamente ottenne una modifica dei termini di adesione, anche se la sua portata concreta era modesta. E come aveva promesso, la decisione sull’opportunità dell’adesione britannica alla Comunità europea fu sottoposta a referendum.

La consultazione si tenne il 5 giugno 1975, al termine di un’intensa campagna elettorale. Il “Sì” era sostenuto dal comitato Britain in Europe (BIE), molto ben organizzato e finanziato, grazie all’appoggio che riceveva dai maggiori partiti britannici: conservatori (guidati dalla nuova leader Margaret Thatcher), liberali e i laburisti vicini a Wilson. Il “No” era sostenuto dal comitato National Referendum Campaign (NRC), composto principalmente dalla corrente di sinistra del Partito laburista. A essa si aggiungevano una piccola parte dei conservatori, il Partito unionista dell’Irlanda del Nord, il Partito nazionale scozzese, Playd Cimru e gli estremi extraparlamentari: il Partito comunista britannico e il Fronte nazionale. La classe dirigente britannica era ampiamente a favore del “Sì”, così come tutta la stampa nazionale. L’unica eccezione fu il Morning Star, quotidiano del Partito comunista: secondo alcuni la sua presa di posizione rappresentò il “bacio della morte” per i sostenitori del “No”.

L’affluenza al voto fu del 64,5%, sette punti percentuali in meno rispetto alle precedenti elezioni politiche. Il “Sì” vinse con il 67,2% dei voti, mentre il “No” si fermò al 32,8%.

Il risultato del referendum risolse alcuni problemi a breve termine nei rapporti fra l’Europa e il Regno Unito, ma i rapporti rimasero difficili. Negli anni i motivi di divergenza si sono ampliati, legati principalmente alla struttura del bilancio europeo, alle differenze tra gli ordinamenti giuridici nazionali, alle specificità del modello sociale ed economico britannico, all’allargamento e rafforzamento dell’Unione europea.


Per approfondire: Mark Baimbridge, Philip Whyman, e Andrew Mullen, The 1975 Referendum on Europe (Imprint Academic, 2006), vol. II.

Fonte dell’immagine: YouTube

Ha senso confrontare la seconda guerra mondiale con l’attualità?

«Il settantesimo anniversario della vittoria in Europa è un buon momento per abbandonare i confronti con la seconda guerra mondiale. Le memorie della guerra hanno influenzato le nostre risposte a qualsiasi cosa, dai vietcong ai jihadisti europei di oggi. Ma l’analogia non funziona quasi mai. Spesso ci ha condotti a errori costosi». Così sostiene Simon Kuper sul Financial Times.

Secondo Kuper la tendenza a paragonare aspetti dell’attualità con il nazismo o con la Shoah è stata ormai superata, anche se ci sono delle eccezioni. Si continua invece spesso a usare come termine di paragone la conferenza di Monaco del 1938, o meglio la politica dell’appeasement verso la Germania nazista che fu adottata dal governo britannico e francese in quell’occasione. Ad esempio, la politica occidentale nei confronti del nucleare iraniano è spesso paragonata a Monaco, così come lo era la politica di distensione con l’Unione sovietica durante la guerra fredda. Negli scorsi decenni, l’appeasement di Monaco è stato usato come modello negativo per giustificare offensive militari come quelle in Corea, Vietnam e Iraq.

Il problema dei paragoni tra l’attualità e la conferenza di Monaco è che quest’ultima viene interpretata spesso in maniera parziale e strumentale. Secondo Kuper, il problema di Monaco non fu la politica di appeasement in sé: fu che l’appeasement si rivolgeva a un leader come Adolf Hitler, che non aveva nessuna intenzione di ridimensionare le proprie ambizioni e che disponeva di un’impressionante capacità militare utile per perseguirle – ma non è sempre questo il caso.

«Sono in particolare gli americani che tendono a vedere l’Europa contemporanea attraverso il prisma della seconda guerra mondiale», perché, come sosteneva lo storico britannico Tony Judt, «è il solo periodo della storia europea che è ancora ampiamente conosciuto negli Stati Uniti». E così in America si tende a paragonare gli attacchi islamisti contro gli ebrei in Europa alle persecuzioni naziste – ma ci sono grandi differenze, e il parallelo aiuta poco a comprendere l’attualità. Tuttavia, Kuper sostiene che le analogie con i fatti della seconda guerra mondiale stiano pian piano scomparendo, e che il termine storico di paragone più usato sia ormai la guerra in Iraq.

L’altra Expo di Milano, nel 1906

La prima esposizione internazionale ospitata in Italia venne organizzata a Milano nel 1906. Fu promossa per celebrare l’inaugurazione del tunnel ferroviario del Sempione, che collegava la Lombardia con la Svizzera (e dunque l’Italia col resto d’Europa). All’epoca, il tunnel del Sempione era la più lunga galleria del mondo. Come si scriveva allora, con la sua apertura «un’altra volta Milano si troverà alle porte dell’Italia sulla via tra gli oceani e la grande pianura d’Europa e ne avrà accresciute la operosità, la rinomanza e la ricchezza».

Expo-Milano-1906-Poster

L’Esposizione del 1906 era anche più in generale un’occasione per celebrare il progresso industriale vissuto dall’Italia nord-occidentale nei decenni precedenti, e per affermare Milano come “capitale morale” dell’Italia. Ospitando per la prima volta un’esposizione internazionale, Milano si presentava al mondo come una grande città moderna, di livello europeo.

Come racconta Francesca Misiano su Diacronie, l’Esposizione del Sempione era dedicata a tre temi principali: i trasporti, le belle arti e il lavoro e la previdenza sociale. In particolare, ampio spazio era dedicato ai trasporti ferroviari, che allora vivevano uno dei loro periodi di massimo sviluppo. Le nazioni partecipanti furono quaranta, e i visitatori furono più di cinque milioni.

L’Esposizione del 1906 favorì la realizzazione di tutta una serie di opere pubbliche a Milano. Gran parte dei lavori riguardò il miglioramento delle infrastrutture cittadine: acquedotti e fognature furono rifatti, e soprattutto si realizzò l’elettrificazione di una buona parte della città. Oltre a permetterne l’illuminazione notturna, l’elettrificazione consentì di sviluppare notevolmente la rete delle linee tramviarie. Anche le linee ferroviarie che attraversavano la città furono riorganizzate, e venne posata la prima pietra della nuova stazione centrale.

Altri lavori riguardarono la zona dell’Esposizione, che era ospitata tra la piazza d’armi (divenuta poi la sede della Fiera di Milano) e l’odierno parco Sempione. Tra gli altri, furono ristrutturati i grandi palazzi di piazza Cordusio e il Castello sforzesco, di cui venne ricostruita la torre centrale. Tutti i padiglioni dell’Esposizione furono demoliti alla fine della manifestazione, tranne quello dell’Acquario civico, che è ancora presente a parco Sempione.

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Le due sedi dell’Esposizione: la piazza d’armi e parco Sempione

Fonte delle immagini: Wikipedia

Quando era la Germania ad essere indebitata

«Signor Abs, se lei non fa un buon lavoro, sarà impiccato a un pero. Se invece lavora bene, sarà impiccato a un melo». È Fritz Schäffer, ministro delle finanze del governo della Germania occidentale dal 1949 al 1957, a minacciare così Herman Josef Abs, consigliere economico del cancelliere Konrad Adenauer, che era in partenza per una serie di conferenze nelle quali si sarebbe discusso dei debiti della Germania.

Alla fine della seconda guerra mondiale quello che – secondo i nazisti – avrebbe dovuto essere un Reich millenario è un paese distrutto e diviso. I primi governi della Repubblica Federale Tedesca cercarono di rilanciare la sua economia, ma sulla ripresa gravava tra le altre cose il forte indebitamento dello Stato, che ammontava a vari milioni di marchi.

L’indebitamento tedesco non era dovuto solamente alle indennità di guerra che la Germania doveva ai paesi che  erano stati occupati dalle truppe naziste. All’indebitamento contribuivano anche dei prestiti internazionali contratti dal governo tedesco dopo la fine della prima guerra mondiale. All’epoca la Germania era in grave difficoltà e aveva problemi a onorare i suoi debiti. Nel 1923 e nel 1930 ricevette il sostegno del credito internazionale, affinché la sua economia ripartisse e affinché potesse riprendere i pagamenti alle potenze vincitrici. Queste ultime accettarono la cancellazione dei debiti di guerra tedeschi con il trattato di Losanna del 1932, ma non vennero cancellati i prestiti che la Germania aveva contratto con governi e banche private di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e altri paesi, e che ammontavano a 13,5 miliardi di marchi.

Con l’avvento del nazismo e poi lo scoppio della seconda guerra mondiale il pagamento di questi debiti fu prima rallentato e poi sospeso. Dopo la fine della guerra, per la Repubblica Federale Tedesca sarebbe stato possibile rinunciare ai debiti contratti. Tuttavia, due ragioni spinsero Adenauer, cancelliere dal 1949, a scegliere di riconoscere quei debiti: in primo luogo, se la Germania si fosse impegnata a ripagarli gli Stati Uniti, la Francia e la Gran Bretagna avrebbero potuto rivedere lo stato di occupazione del paese; in secondo luogo la Germania aveva bisogno di recuperare la credibilità necessaria per accedere al credito internazionale e per permettere dunque alle industrie tedesche di rifinanziarsi.

Il peso dei debiti poteva però schiacciare la fragile economia tedesca del dopoguerra, e quindi nei primi anni Cinquanta il governo cercò di trattare per una revisione dei debiti. Fu così che Herman Josef Abs partì per una serie di incontri il cui obbiettivo era quello di trasformare «i creditori di oggi nei finanziatori di domani». Alla Conferenza di Londra sul debito del 1953 la delegazione tedesca riuscì nel proprio intento. Le potenze occidentali, per evitare di umiliare la Germania e per facilitarne la ripresa, importante nel contesto della guerra fredda,  accettarono una riduzione di quasi il 50% del debito che la Germania aveva contratto tra le due guerre. Il pagamento delle indennità di guerra recenti sarebbe inoltre stato congelato fino all’eventuale riunificazione della Germania.

Tra il 1956 e il 1974 la Germania firmò undici trattati bilaterali con paesi dell’Europa Occidentale, ai quali si impegnò a versare quasi 850 milioni di marchi come risarcimento per le vittime degli abusi nazisti. Quando avvenne la riunificazione tedesca nel 1990, la Germania però non pagò le indennità di guerra rimaste. L’allora cancelliere Helmut Kohl affermò che non era possibile per le casse tedesche, impegnate nel difficile processo di assorbimento della Germania Est, sostenere il pagamento di quelle identità. Fu la Grecia a protestare in quell’occasione, ma la sua rimase una posizione isolata dal resto d’Europa.