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I campi di internamento per giapponesi negli USA

Durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti furono imprigionate 120.000 persone di origine giapponese, delle quali il 62% erano cittadini statunitensi. La decisione fu presa dal governo americano dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. L’internamento dei cittadini di origine giapponese mirava a prevenire possibili sabotaggi da parte loro. La stessa decisione fu presa per i cittadini tedeschi, come era già accaduto durante la prima guerra mondiale.

Pochi giorni fa il New York Times ha raccontato questa storia collettiva di deportazione e internamento, attraverso le storie di due ex detenuti. Entrambi erano dei bambini quando furono costretti nei campi di internamento insieme ai loro genitori – a essere precisi, una di loro addirittura nacque nel campo. Furono detenuti nel campo di Amache, il più piccolo tra i dieci campi creati per i giapponesi.

Oggi, lo spazio dove vivevano i prigionieri è un tappeto di arbusti spinosi e fiori di campo punteggiato da note della sua vita passata: pezzi di porcellana, tondini di cemento armato, pezzi di cemento e qua e là del filo spinato. Non sono rimasti edifici. Quando l’ultimo detenuto lo lasciò il 15 ottobre del 1945, le strutture del campo, circa 550 edifici, furono messe all’asta e spostate, disperse come coloro che le avevano abitate.

«Erano due chilometri quadri e mezzo di baracche» ricorda Fuchigami cercando in un boschetto di artemisia i resti della sua baracca, la 7G. «Non avrebbero dovuto stare qui» disse a proposito delle persone che vi vivevano, «Fu un colossale errore.»

Molte delle persone che furono detenute a Camp Amache sono tornate ogni anno in quei luoghi, ma quest’anno sono potuti andare solo gli ex internati incontrati dal New York Times, il signor Bob Fuchigami e la signora Jane Okubo. Ormai, molti degli ex detenuti sono scomparsi.

Il campo operava come una città americana, in qualche modo. C’erano scuole, vigili del fuoco, i boy scout e un giornale bisettimanale. I prigionieri svolgevano delle attività, contribuendo in molti aspetti dell’economia del paese, inclusa la produzione di migliaia di manifesti di propaganda di guerra. Il campo aveva anche la propria squadra di football, gli Amache Indians. Nacquero 415 bambini e circa 1.000 residenti entrarono nel servizio militare.

Tuttavia, le condizioni di vita nel campo erano molto dure. Amache si trova accanto al villaggio di Granada, nel Colorado meridionale. In inverno la temperatura scendeva anche a -22°C, mentre d’estate le tempeste di sabbia filtravano attraverso le pareti delle baracche.

Fuchigami ricorda le guardie armate e i riflettori che interrompevano il sonno la notte. Ricorda che divenne intensamente geloso di un aquilone che aveva costruito con legnetti e carta di giornale. «Un aquilone può volare ovunque vuole» dice Fuchigami, poteva volare oltre il filo spinato mentre lui vi rimaneva dentro. «Avevo sempre questo sentimento,» aggiunge, «Cosa ci facciamo qui? Perchè siamo prigionieri? Cosa ci faranno domani o in futuro?»

Negli ultimi anni i campi di internamento più grandi, come quello di Tule Lake (che arrivò a ospitare quasi 20.000 persone) e quello di Manzanar, ricevono un gran numero di visitatori. La loro storia viene raccontata nelle scuole e in libri come Farewell to Manzanar (Addio a Manzanar), pubblicato da James D. Houston e Jeanne Wakatsuki Houston. La storia del campo di Amache invece rischia di essere dimenticata.

Oltre agli ex detenuti, la sua memoria è coltivata soprattutto da una scuola delle vicinanze. Gli studenti realizzano interviste e hanno costruito un piccolo museo, e il loro progetto più ambizioso è quello di recuperare gli edifici del campo. Alcuni edifici sono già stati riportati ad Amache, l’obiettivo è quello di riportarne altri, in modo da permettere ai visitatori di immaginarsi meglio l’esperienza del campo. Il progetto è finanziato soprattutto dagli ex internati, e dovrebbe essere completato prima che siano scomparsi tutti.

Storia del tunnel sotto la Manica

Secondo il primo progetto, il tunnel sotto la Manica doveva essere illuminato da candele e percorso da carrozze a cavallo. Era un’idea avanzata nel 1802: ci vollero quasi altri due secoli per giungere alla costruzione di un collegamento sottomarino tra la Francia e la Gran Bretagna. Nei giorni scorsi, la storica francese Juliette Desplat ha raccontato la storia dei progetti del tunnel sotto la Manica sul sito degli archivi nazionali britannici.

Nell’Ottocento, l’idea di costruire un tunnel ferroviario venne seriamente discussa, e poté contare sull’entusiasmo dell’imperatore francese Napoleone III e della regina Vittoria. Nel 1872 venne istituita un’apposita società, che cominciò a elaborare progetti concreti.

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Un progetto per il tunnel del 1875

L’iniziativa venne tuttavia abbandonata dopo una decina di anni, principalmente a causa delle esitazioni britanniche. Oltre alle preoccupazioni sui costi dell’impresa e sul suo impatto simbolico, erano particolarmente forti le preoccupazioni di natura militare: il tunnel avrebbe potuto permettere l’invasione della Gran Bretagna. Queste considerazioni di natura militare furono influenti fino alla metà del Novecento.

Con la guerra aerea e le armi nucleari, l’importanza strategica del tunnel era ormai stata ridimensionata, e nel 1964 il governo britannico approvò in principio il progetto di costruzione del tunnel della Manica. Come scrisse il ministero dei trasporti britannico nel 1971, «nel contesto odierno, si ritiene che le considerazioni legate alla difesa non siano decisive per valutare la desiderabilità o meno del tunnel».

Nel 1973 venne firmato un trattato per la costruzione del tunnel, ma due anni dopo la Gran Bretagna si ritirò nuovamente dal progetto per ragioni finanziarie. Fu negli anni Ottanta che avvennero finalmente i progressi decisivi: il progetto venne rilanciato e ne furono studiati i dettagli, Francia e Gran Bretagna si accordarono sulle caratteristiche del tunnel e sul suo finanziamento, e nel 1987 fu firmato il trattato per la sua costruzione. Tre anni dopo, gli scavi francesi e britannici si incontrarono, e nel 1994 venne inaugurato il collegamento tra i due paesi.

Una guerra nucleare (quasi) scatenata da un computer

Il 9 novembre 1979 il consigliere per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, Zbigniew Brzezinski, venne svegliato da una telefonata. Secondo il Comando di difesa aerospaziale NORAD, l’Unione sovietica aveva appena lanciato 250 missili nucleari contro gli Stati Uniti. In una seconda telefonata, i missili erano divenuti 2.200. «Nel giro di mezz’ora io, i miei cari, Washington e la maggior parte dell’America avremmo cessato di esistere», ha raccontato Brzezinski.

Furono preparati gli aerei che avrebbero dovuto lanciare il contrattacco nucleare contro l’Unione sovietica e l’aereo su cui avrebbe dovuto trovare rifugio il presidente degli Stati Uniti. Tuttavia, prima di rassegnarsi alla catastrofe e lanciare il contrattacco, Brzezinski attese un’ulteriore conferma, che non arrivò. Nonostante le segnalazioni del NORAD, gli altri sistemi di sicurezza non rilevavano tracce di un attacco sovietico in corso.

Come racconta Matt Novak su Gizmodo, si scoprì poi che il falso allarme era stato prodotto dallo stesso NORAD: era stata lanciata una simulazione informatica di un attacco sovietico, che era stata presa per vera. Per evitare il ripetersi di simili incidenti, in seguito la rete su cui il NORAD conduceva le sue simulazioni venne separata dalla rete utilizzata per rilevare le minacce reali. Tuttavia, continuarono a verificarsi degli altri falsi allarmi di attacco nucleare.

Cosa c’entra il colonialismo con la medicina in Africa

In una recente intervista col John W. Kluge Center, la storica americana Jessica Pearson-Patel ha ripercorso la storia delle organizzazioni internazionali sanitarie in Africa. In particolare, ha messo in luce il rapporto che c’è stato tra il colonialismo e la medicina in Africa – un rapporto che influenza ancora la situazione sanitaria africana e il modo in cui vengono gestite crisi come quella del virus Ebola.

La storia della medicina moderna in Africa inizia col colonialismo, quando gli Europei crearono delle strutture mirate a proteggere principalmente gli occidentali dalle malattie tipiche di queste zone. In seguito i servizi sanitari cominciarono a occuparsi anche dei bisogni della popolazione locale, in linea con quella “missione di civilizzazione” che veniva usata come scusa per giustificare il colonialismo stesso.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) fu fondata dalle Nazioni Unite nel 1946. Si era già nel dopoguerra, ma si era ancora in epoca coloniale. Le potenze coloniali europee si opposero con forza all’apertura di una sede permanente dell’OMS in Africa: temevano che il personale medico dell’organizzazione, strettamente legato alle Nazioni Unite, potesse fomentare le ideologie anti-coloniali. Per ridimensionare il peso dell’OMS, alcune potenze coloniali crearono delle organizzazioni concorrenti, che col tempo scomparvero. Questi problemi della fase iniziale hanno influenzato negativamente lo sviluppo delle attività dell’OMS in Africa.

Con la fine del colonialismo fra gli anni Cinquanta e Settanta, l’OMS iniziò ad avere maggiore libertà d’azione. In questo periodo anche altre organizzazioni sanitarie iniziarono a giocare un ruolo importante in Africa, tra cui soprattutto Medici Senza Frontiere, che nacque in occasione della guerra civile in Nigeria alla fine degli anni Sessanta. Queste organizzazioni iniziarono ad agire con efficacia sul campo, portando così al miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni del continente. I loro sforzi si concentrarono sulla lotta alla malaria e al vaiolo, sul miglioramento dell’alimentazione di neonati e bambini e sulla creazione di infrastrutture mediche.

Ancora oggi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità e Medici Senza Frontiere rimangono due delle principali organizzazioni sanitarie attive in Africa. Entrambe hanno svolto un ruolo di primo piano nel fronteggiare l’epidemia di Ebola scoppiata nell’Africa occidentale nel febbraio 2014. Secondo Pearson-Patel, gli errori commessi nella gestione dell’epidemia sono molto simili agli errori commessi nei casi di epidemia di febbre gialla o colera nel passato: scarsa accuratezza scientifica, disinformazione e scarsa attenzione alle specificità culturali e sociali.

Fonte dell’immagine: Wikipedia commons

Il golpe iraniano del 1953 fu promosso dagli USA?

Nel 1953 un colpo di stato rimosse il primo ministro dell’Iran, Mohammad Mossadeq. Le ricostruzioni degli eventi attribuiscono spesso un ruolo importante agli Stati Uniti nella promozione e nell’attuazione del golpe. L’intervento degli Stati Uniti sarebbe stato determinante per rimuovere un governo appoggiato dalla popolazione e installarne uno impopolare. L’interpretazione del colpo di stato del 1953 è legata all’interpretazione della rivoluzione iraniana del 1979, che viene presentata come un evento che rimosse un governo fantoccio controllato dagli USA.

Su Foreign Policy Ray Takeyh propone la sua versione di «ciò che accadde davvero» in Iran nel 1953. Secondo la ricostruzione di Takeyh, il ruolo svolto dagli Stati Uniti dovrebbe essere molto ridimensionato. Il colpo di stato contro Mossadeq fu promosso e fu reso possibile in gran parte da fattori interni, e «l’impatto della CIA sugli eventi del 1953 fu in ultima analisi insignificante. Al di là di ciò che fecero o non fecero gli Stati Uniti, Mossadeq era destinato a cadere».

La principale ragione di ostilità tra i governi occidentali e Mossadeq fu la sua decisione di nazionalizzare il petrolio iraniano, che fino ad allora era stato prevalentemente controllato dalla Gran Bretagna. Mossadeq respinse le pressioni britanniche per rivedere la decisione e rifiutò le soluzioni di compromesso avanzate dagli Stati Uniti. Le pressioni esercitate dalla Gran Bretagna ebbero gravi conseguenze sull’economia iraniana e resero Mossadeq impopolare, e la sua intransigenza e il suo stile autoritario gli resero ostili anche settori sociali che lo avevano sostenuto.

Takeyh non nega che ci fu un piano dei servizi segreti angloamericani per spingere Mossadeq a lasciare il governo. Tuttavia, il piano non fu molto efficace e un primo tentativo di rimuovere Mossadeq nell’agosto 1953 fallì. Furono piuttosto eventi e attori interni che produssero la situazione di grave instabilità che spinse infine Mossadeq a lasciare. Il potere effettivo fu assunto dallo scià, che all’epoca godeva di popolarità e non era solo un fantoccio degli Stati Uniti.

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

Musica occidentale nei corpi sovietici

Durante gli anni Cinquanta il vinile non era un materiale facilmente disponibile nell’Unione Sovietica e i registratori magnetici non esistevano ancora. Su NPR The Kitchen Sisters raccontano un espediente che veniva utilizzato in quegli anni dai cittadini sovietici per registrare e ascoltare musica, soprattutto musica occidentale: i sovietici utilizzavano come supporto delle vecchie lastre radiografiche.

Come raccontano gli storici Sergei Kruscev (figlio dell’ex leader sovietico Nikita Kruscev) e Anya von Bremzen, le lastre radiografiche venivano recuperate da ospedali o studi medici, venivano tagliate a forma di disco, e un foro veniva realizzato al centro. La musica che veniva registrata era in gran parte musica occidentale, che era vietata nell’Unione Sovietica: rock ‘n’ roll, jazz e boogie woogie. Come osserva von Bremzen, «la musica occidentale fu letteralmente impressa nei corpi dei cittadini sovietici».

La caduta di 4 bombe nucleari sulla Spagna

The History Vault racconta la storia del cosiddetto incidente di Palomares, avvenuto il 17 gennaio 1966. Un incidente durante il rifornimento in volo di un bombardiere americano provocò la caduta dell’aereo, che trasportava quattro bombe nucleari all’idrogeno. Le bombe caddero sul territorio spagnolo, ma non esplosero e non causarono vittime.

In base all’Operazione Chrome Dome, dei bombardieri americani dovevano sempre essere in volo e mantenersi a portata degli obiettivi che avrebbero dovuto colpire in caso di conflitto con l’Unione Sovietica. Per questa ragione, era frequente che i bombardieri venissero riforniti in volo tramite aerocisterne.

Il rifornimento in volo di un bombardiere nucleare nel Dottor Stranamore di Stanley Kubrick (1964)

L’incidente di Palomares fu dovuto a una collisione tra un bombardiere B-52G e l’aerocisterna che doveva rifornirlo. L’aerocisterna esplose in volo, mentre il bombardiere cadde vicino al villaggio spagnolo di Palomares, in Andalusia. Anche le bombe all’idrogeno caddero vicino al villaggio, ma non si innescò nessuna reazione nucleare.

Le uniche vittime dell’incidente furono alcuni dei piloti dei due aerei, ma il terreno nei pressi di Palomares fu contaminato dal materiale radioattivo. A seguito dell’incidente il governo spagnolo negò il permesso di transito sul suo territorio a bombardieri americani che trasportavano bombe nucleari.

La precoce opposizione degli USA a Salvador Allende

La settimana scorsa il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ha pubblicato una raccolta di documenti di archivio finora inediti relativi ai rapporti tra USA e Cile. I documenti riguardano il periodo compreso tra 1969 e 1973, che corrisponde sostanzialmente al periodo del governo socialista cileno guidato da Salvador Allende. Con l’appoggio politico del governo americano e l’intervento della CIA, l’11 settembre 1973 un colpo di stato militare guidato da Augusto Pinochet rimosse il governo Allende.

I nuovi documenti pubblicati mostrano che i progetti americani per destabilizzare il governo Allende iniziarono addirittura prima della sua formazione. Fu infatti alcune settimane prima delle elezioni del settembre 1970 che il consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger chiese di preparare un piano di azione per impedire la ratifica di un’eventuale vittoria di Allende da parte del Parlamento cileno.

Hola Camp: la fine morale dell’impero britannico?

Il 3 marzo 1959 delle guardie britanniche picchiarono a morte undici detenuti kenyoti, provocando il cosiddetto massacro di Hola Camp. All’epoca il Kenya era una colonia del Regno Unito, ma da alcuni anni il movimento Mau Mau si ribellava al dominio britannico. I detenuti uccisi nel campo di Hola erano ribelli Mau Mau irriducibili. Nella memoria britannica, il massacro giunse a essere visto come il momento «che indicò la fine morale dell’impero britannico in Africa».

Su Imperial & Global Forum lo storico britannico Richard Toye si chiede come mai il massacro  di Hola Camp assunse tale rilevanza simbolica nella memoria britannica: non si trattava né dell’unico né del principale massacro. All’epoca dei fatti, i punti di vista britannici erano contrastanti: il governo conservatore criticò il massacro ma contestò la sua rilevanza politica generale, mentre per l’opposizione laburista il massacro chiamava direttamente in causa la politica coloniale britannica.

Fonte dell’immagine: Popperfoto/Getty Images

Breve storia delle rivendicazioni sull’Artico

Fino a pochi decenni fa l’Artico – cioè la regione attorno al Polo Nord – non suscitava grande interesse dal punto di vista strategico ed economico. È stato grazie al miglioramento delle tecniche per l’individuazione e l’estrazione di risorse dai fondali oceanici e grazie al parziale scioglimento dei ghiacci dovuto al riscaldamento globale che l’Artico ha cominciato a suscitare un interesse sempre più forte.

Ty McCormick su Foreign Policy fa il punto sulla storia delle rivendicazioni di sovranità sull’Artico e sulle sue risorse naturali. A differenza dell’Antartide, che è stata internazionalizzata, l’Artico non è sottoposto a un regime particolare. Gli stati della regione avanzarono le prime rivendicazioni di sovranità sull’Artico a inizio Novecento.

Nel settembre 1945 il presidente statunitense Harry Truman rivendicò la sovranità statunitense sulle risorse di tutta la piattaforma continentale – ben oltre il margine di tre miglia dalla costa previsto fino ad allora dal diritto internazionale. L’iniziativa di Truman fu generalizzata con la Convenzione internazionale sulla piattaforma continentale dell’aprile 1958, e la sovranità statale sulle risorse marine fu ulteriormente rafforzata dalla Convenzione internazionale sul diritto del mare del 1982.

I confini attuali tra le regioni dell'Artico rivendicate dai vari stati (fonte: Wikimedia)
I confini attuali tra le regioni dell’Artico rivendicate dai vari stati (fonte: Wikimedia)

Nell’agosto 2007 due sommergibili russi hanno raggiunto per la prima volta il punto del fondale oceanico corrispondente al Polo Nord. Anche se la Russia non ha rivendicato formalmente la sovranità su quella zona dell’Artico, i russi hanno piantato la propria bandiera sul fondale, suscitando le proteste degli stati vicini.