La vita di un volontario antifascista in Spagna

 

Ennio Tofoni fu tenore, impresario musicale e antifascista. Nacque nel 1904 a Fermo e la sua vita è stata strettamente intrecciata con la guerra civile spagnola, non soltanto perché vi partecipò come volontario a sostegno della Repubblica.

Le Marche di inizio secolo vedono la presenza di forti movimenti sociali, inquadrati in una regione dove ancora era forte l’influenza dei notabili legati allo Stato pontificio, passati in blocco al Regno d’Italia. Nato in una famiglia socialista, Tofoni crebbe immerso nelle lotte sociali di quegli anni. Nonostante le difficoltà economiche, ebbe un’infanzia serena, ma la sua vita peggiorò quando nacque e prese il potere il fascismo.

Per capire cosa spinse migliaia di uomini e donne – fino a ventimila – a raggiungere la Spagna quando nel luglio del 1936 i militari si ribellarono al governo, bisogna indagare le loro vite. Molti erano perseguitati dai propri paesi perché oppositori dei loro regimi, e avevano un passato di violenze subite e di fughe all’estero che li portò ad identificarsi con la Spagna repubblicana quando venne aggredita dai nazionalisti supportati dai fascismi internazionali. Ma i volontari non sono solo italiani o tedeschi, giungono da 53 paesi di tutto il mondo, e quindi questo non basta a spiegarlo. In generale è un amore per la libertà e la giustizia sociale a richiamare i volontari: la possibilità di combattere apertamente il fascismo per la prima volta e la possibilità di costruire un domani migliore è ciò che muove uomini e donne, spesso in condizioni di vita difficili, ad abbandonare tutto per aiutare la Repubblica spagnola.

Ennio Tofoni e la sua famiglia subirono bastonature e violenze fin da quando le squadracce fasciste comparvero nelle Marche. Vennero assaliti mentre manifestavano per i diritti dei lavoratori – i fascisti spararono sulla folla uccidendo alcuni manifestanti, ma i carabinieri arrestarono i manifestanti. Questa sensazione di impunità dei fascisti contribuì molto alla loro vittoria e alla demoralizzazione degli antifascisti.

Sono molti gli episodi che Ennio Tofoni ricorda nella sue memorie, inedite. Venne bastonato da alcuni fascisti di ritorno dalla Marcia su Roma. Si trovava in un cimitero, sulla tomba di un amico e compagno morto pochi giorni prima di malattia: la sua colpa era quella di essere andato a portare omaggio alla tomba di un anti-italiano. Alcuni fascisti lo andarono a cercare in un’officina che aveva aperto con alcuni suoi amici, il giorno del 1° maggio – erano stati costretti a lavorare dal committente dell’ordine, fascista a sua volta, che conoscendo le idee di Ennio voleva umiliarli facendoli lavorare nel giorno della Festa dei lavoratori. I fascisti fecero irruzione nel laboratorio spaccando gli attrezzi e malmenando i presenti; Ennio e un altro riuscirono a fuggire aprendosi un varco usando alcuni strumenti come armi. Scapparono per tutta la città coi fascisti alle calcagna, dovettero fuggire sui tetti e si salvarono soltanto perché a un certo punto i fascisti si ritennero soddisfatti di quanto fatto.

L’episodio più grave, tra i tanti, avvenne nella piazza principale della città di Montegranaro, nel 1926. Ennio si trovava con il padre e il fratello; vennero riconosciuti e circondati da una decina di fascisti locali, tra cui personaggi ben noti e nobili, che li pestarono a sangue. Fu davvero un pestaggio brutale: Ennio si ritrovò ferito da una coltellata, suo fratello Bruno venne ripetutamente colpito con un bastone, e anche il padre venne malmenato duramente. Mentre alcuni li tenevano fermi altri li picchiavano con i bastoni; quando si decisero a lasciarli andare vennero arrestati tutti e tre e gettati in una cella, dovettero aspettare ore prima di ricevere le cure di un medico.

Ennio cercò rifugio in Argentina, ma tornò in Italia nel 1927 per assistere alla morte del padre, causata dalle conseguenze del pestaggio. Continuava a occuparsi di politica ma si guardava bene dall’esprimere le proprie opinioni pubblicamente. Questo non servì a diminuire le attenzioni del regime nei suoi confronti. Nella prima fase del fascismo – quella estremamente violenta delle squadre – queste avevano il sostegno delle istituzioni; quando il fascismo prese il potere, la violenza divenne quella di un regime di polizia che impediva qualunque aspirazione agli oppositori politici.

Negli anni Trenta Ennio, sperando che in una città più grande e lontano dalle proprie terre sarebbe riuscito a nascondersi dal regime, si trasferì a Roma. Ma le cose non cambiarono. Gli venne ritirata la patente, perché avrebbe potuto usarla per fare propaganda, gli venne impedito di rilevare un impresa, gli venne impedito di seguire il suo sogno. Fin da bambino era stato appassionato di canto. Aveva cantato in sezioni del Partito socialista e negli oratori, anche se non era in regola con i sacramenti. A Roma, a costo di grandi sacrifici, aveva studiato canto al conservatorio e un importante maestro voleva farlo esordire in uno dei più importanti teatri romani, il Teatro reale dell’Opera. Anche questa volta il regime si oppose, Ennio non era iscritto né al PNF né alle Corporazioni. Molti amici avevano insistito con lui perché prendesse almeno la tessera del partito – una scelta, dicevano, semplicemente sull’opportunità. Per il tenore questo però era inconcepibile, non sarebbe riuscito a scendere a patti con il partito che lo aveva privato della libertà e malmenato così tante volte: la sua convinzione gli impedì di esordire a teatro. Frustrato, avrebbe detto lui, nell’animo e nel corpo, decise di abbandonare l’Italia e andare in Francia. Passò il confine clandestinamente e nel 1935 era a Parigi.

Nel frattempo la Spagna viveva anni di grande crisi e conflitti. Finita nel 1931 una dittatura militare, quella del generale Miguel Primo de Rivera, dopo la vittoria di una coalizione socialista e repubblicana nelle elezioni del 1931, il re fuggì dal paese e venne nominata una repubblica. Questa ebbe vita breve e travagliata. Dopo i primi due anni a guida delle sinistre, nel 1934 venne eletta una coalizione di centro-destra che represse i moti sociali e guardava al ritorno della monarchia. Nel 1936, il Presidente della Repubblica sciolse il parlamento pur di non nominare un governo guidato da una formazione, la CEDA, che non riconosceva la legittimità della Repubblica, e vennero indette nuove elezioni.

Il Fronte popolare ottenne la vittoria con un margine molto risicato, il 47,1% contro il 45,6% delle destre. Venne nominato un governo, ma il clima nel paese era incandescente. Formazioni di destra, come la Falange española, aggredivano i militanti delle sinistre, i quali si organizzavano per vendicarsi in un crescendo di violenza. Nei cinque mesi che precedettero la guerra civile, vi furono 262 morti, di cui 112 militanti di sinistra, 50 di destra, 19 della forza pubblica e 45 non identificati. I giornali della destra, in particolare cattolici, soffiarono sul fuoco, gridando al pericolo, chiedendo a gran voce l’arrivo di un governo autoritario che sapesse controllare le violenze.

Nonostante questo clima il governo approvò alcune importanti riforme, come quella agraria. Nel paese i conflitti sociali erano da anni molto forti; nel 1934 vi era stata una rivolta nelle Asturie che il governo di centro-destra aveva represso duramente. Il movimento anarchico era molto forte (il Fronte Popolare ottenne la vittoria anche grazie al suo invito alla non astensione), e le riforme sociali erano necessarie per la stabilità del paese. Ma i grandi latifondisti e le alte gerarchie ecclesiastiche erano contrari a ogni riforma e soffiarono sul fuoco delle violenze, fino a quando il 18 luglio alcuni generali, tra cui Francisco Franco, decisero di ribellarsi alla Repubblica e marciarono su Madrid. I generali ribelli erano stati allontanati dalla Spagna continentale e si trovavano alle Baleari e nel Marocco spagnolo.

Fin da subito lo scontro ebbe una portata europea che non poté essere ignorata. Italia e Germania si schierarono con gli insorti, lo stato italiano inviò una squadriglia di dodici aeroplani Savoia Marchetti per agevolare il passaggio dal Marocco alla Spagna dei militari, ma alcuni di questi aeroplani, sprovvisti di carburante, dovettero atterrare nel Marocco Francese e la stampa internazionale informò dell’appoggio italiano ai ribelli. E fin da subito migliaia di volontari accorsero in sostegno della Repubblica.

La vita di Ennio in Francia era migliorata: si guadagnava da vivere tra lezioni di canto e concerti, aveva cantato in importanti teatri francesi e parigini, aveva inciso dei dischi e aveva firmato da poco un contratto per inciderne altri e recitare in alcuni film. Ma quando seppe dell’insurrezione, si rivolse subito alle organizzazioni antifasciste con cui era in contatto fin dal suo espatrio per poter raggiungere Barcellona. Fu il PSI a fargli avere il passaporto, il nome di Enrico Belmonte, e farlo partire insieme ad altri italiani.

Visse da protagonista buona parte della guerra. Arrivato a Barcellona in una situazione di caos, dovuta anche alla riorganizzazione dello stato, venne arruolato dopo qualche giorno nella Primera columna, rimase per un breve addestramento alla caserma “Carlos Marx”e poi fu inviato al fronte. La sera prima di partire cantò alcune canzoni italiane e catalane per i suoi commilitoni.

Venne inviato sul fronte verso Saragozza e giunse nell’agosto del 1936 nella cittadina di Huesca. Il fronte repubblicano era povero di mezzi: i militari insorti lo avevano lasciato senza un apparato bellico, e gli alleati naturali, come il governo francese di Fronte popolare, non inviarono aiuti. Gran Bretagna e Francia si appellarono a un patto di non intervento firmato alla Società delle Nazioni – che Italia e Germania però non rispettavano. Solo nel 1938 l’URSS iniziò a inviare un qualche sostegno, ma i numeri non furono paragonabili a quelli dei fascismi internazionali. La scarsezza di mezzi portava i miliziani repubblicani a ingegnarsi per reggere lo scontro. Ennio, nelle sue memorie, ricorda le azioni della Batteria Fantasma: insieme al bolognese Nino Nanetti, avevano montato un piccolo cannoncino su un autocarro e con questo, senza farsi vedere dai ribelli, si avvicinavano alle linee nemiche e le colpivano. Il nome Batteria Fantasma venne dato dai giornali che sostenevano i ribelli.

Ennio racconta di atti eroici da parte dei miliziani, ma anche delle violenze a cui talvolta una parte di questi si lasciava andare. Violenti erano gli attacchi contro il clero quando non si schierava con la Repubblica. Alcuni preti che avevano sparato sui miliziani vennero fucilati. Molti, forse quasi un migliaio – ma il conto non può essere certo – furono i preti uccisi nei primi giorni della guerra civile. Lo stato repubblicano si stava riorganizzando; le milizie, composte da militanti e non organizzate da uno stato centrale, produssero questa situazione di violenza diffusa, che venne fermata dai dirigenti di tutti gli schieramenti non appena lo stato fu in grado di controllare la situazione. Dall’altro lato i franchisti portavano avanti la politica della limpieza, la pulizia sistematica di tutti i sostenitori della Spagna avversa. Quando le truppe franchiste conquistavano una città, l’ordine era quello di uccidere chiunque avesse sostenuto la Repubblica. Secondo le memorie di Ennio Tofoni, furono ottomila i repubblicani fucilati nella sola Malaga dopo l’ingresso dei ribelli.

Non è facile riorganizzarsi durante una guerra, tanto meno creare un esercito quando questo dovrebbe già essere schierato. Le milizie dei vari partiti fecero resistenze a unificarsi e costituire un coordinamento. In particolare anarchici e trozkisti temevano che unificarsi avrebbe significato non portare avanti la rivoluzione sociale ed essere messi nelle mani di forze che non volevano una società diversa. Temevano l’approccio dei comunisti e dei socialisti. Questi contrasti sfociarono in conflitti a fuoco per le vie di Barcellona, che lo stato represse, anche grazie ai dirigenti delle formazioni anarchiche che invitarono i più determinati dei loro schieramenti a lasciare le armi.

Nonostante la differenza di forze in campo i repubblicani non vennero spazzati via come i ribelli speravano. Ennio racconta di una resistenza spesso oltre lo stremo, nonostante la scarsezza di uomini oltre che di mezzi: bombardati dall’aviazione italiana e tedesca, i miliziani riuscivano a tenere le posizioni sul fronte di Saragozza. Ennio era inquadrato nella squadra delle telecomunicazioni, ovvero seguiva in prima linea i soldati per garantire le comunicazioni con il comando. Venne ferito più volte, venne fatto prigioniero e portato a Saragozza, dalla quale riuscì a scappare rocambolescamente. Ferito una seconda volta, dovette rimanere convalescente a Barcellona, dove tenne dei concerti per raccogliere denaro.

Venne anche inviato in Francia, dove poté constatare come il clima verso la Repubblica era cambiato. Venne arrestato alla frontiera, gli venne dato un foglio di via entro venti giorni e dovette rientrare clandestinamente in Spagna. Qui trovò una situazione sempre peggiore. Nonostante atti eroici – come la battaglia di Guadalajara, nella quale i fascisti italiani si videro respingere l’attacco con cui pensavano di entrare facilmente a Madrid – la guerra volgeva al peggio. Senza aiuti e senza sostegno internazionale, senza un esercito regolare e con gli avversari che potevano disporre di importanti mezzi militari, la sorte della Repubblica era segnata.

L’ultimo tentativo di resistere fu la battaglia del fiume Ebro, tra Valencia e Barcellona. I repubblicani sferrarono un attacco, inizialmente vittorioso, lungo il fiume, ma la superiorità di mezzi avversari li sconfisse nuovamente. La stessa cosa accadde sul fronte di Saragozza, coi franchisti che penetrarono nei Paesi baschi, dove fucilarono i preti che si erano uniti alla Repubblica, e per non essere accerchiati i miliziani iniziarono la ritirata.

Nel gennaio del 1939 Ennio si trovava di nuovo a Barcellona, pronto a lasciare il paese. La fuga dalla Spagna è il racconto di altre e tremende vessazioni. L’aviazione italiana bombardava sistematicamente la colonna in fuga, composta da militari e civili. La Francia non aprì immediatamente il confine e lasciò ammassate lì migliaia di persone. Quando i fuggiaschi riuscirono a varcare i Pirenei, non trovarono nessun aiuto. Dovettero camminare per venti chilometri, nel freddo invernale, senza trovare strutture dove ripararsi o che distribuissero cibo. Giunti finalmente a Port Vendre, vennero accolti in un ospedali e curati, dopodiché inviati in campi di concentramento nei quali furono dimenticati. Ennio trascorse in uno di questi, Perpignan, forse un anno. Quando ne uscì, nel 1940 si trovò coinvolto nella seconda guerra mondiale, aderì alla resistenza francese e vi combatté fino alla vittoria.

Dopo la fine della guerra, rientrò per un breve periodo in Italia, per poi stabilirsi fino alla metà degli anni Settanta in Francia, dove lavorò come cantante e impresario. Rientrato in Italia, si stabilì fino alla morte a Porto San Giorgio, nelle Marche. Ricordò sempre le sue avventure in Spagna; nelle sue memorie vuole spiegare “Il Motivo”, in maiuscolo nel testo, che lo spinse ad andare in Spagna.

 

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Quanto durava un viaggio nel 1914?

Fino a cinque giorni per raggiungere Mosca da Londra, dieci per New York, un mese per l’India e quaranta giorni per raggiungere il centro dell’Australia. Se oggi viaggiare può essere faticoso, per una persona del 1914 lo era ancora di più: i voli per passeggeri stavano muovendo proprio in quegli anni i primi passi (il primo Parigi-Londra è del 1910) e sulle lunghissime distanze il mezzo di trasporto era soprattutto la nave, con tutti i suoi limiti di velocità.

Nei giorni scorsi il sito britannico Intelligent Life ha pubblicato una mappa della Royal Geographical Society redatta per la prima volta nel 1914 per l’Atlas of Economic Geography dal geografo reale John G. Bartholome.

1115IL_PL_CAR_01-web-header-v2La mappa mostra le distanze isocroniche da Londra: per le zone nelle medesime fasce di colore occorre lo stesso tempo di viaggio. Quindi dalla capitale dell’Impero britannico in cinque giorni (zona rossa) si può andare fino alla città russa di Perm’ viaggiando verso est e fino alla Azzorre verso ovest. Aumentando la portata fino a dieci giorni (zona rosa) si può arrivare a Winnipeg, in Canada, o in Siberia sul Lago Baikal.

Molto più lungo e complesso il viaggio verso le estreme propaggini dell’Impero britannico: un suddito di sua maestà avrebbe impegnato più di un mese (o anche più di 40 giorni) per raggiungere l’Australia o la Nuova Zelanda (zona azzurra e blu) partendo dalla capitale. Oggi il volo tra Londra e Sydney o Auckland dura circa 22 e 26 ore.

Oltre ai tempi di viaggio, c’è qualcos’altro che la mappa sottolinea: l’importanza delle ferrovie. La possibilità di attraversare tutta la Russia (si nota nel cono rosa) è data dalla presenza della linea transiberiana. Così gli Stati Uniti, dove è possibile raggiungere San Francisco in 20 giorni grazie alla fitta maglia ferroviaria, e soprattutto l’India, dove gli inglesi hanno costruito migliaia di chilometri di strada ferrata in poco più di vent’anni (1300 km di estensione nel 1860, 25mila del 1880) rendendo accessibile tutto il subcontinente. La controprova arriva da una mappa isocronica del 1870, dove solo Bombay è raggiungibile facilmente via mare, mentre il resto del subcontinente è ancora in azzurro e blu.

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Allo stesso modo le zone interne degli altri grandi continenti (Australia, Africa, America meridionale) rimangono inaccessibili poiché sprovviste di ferrovie, e solo le città lunga la costa sono raggiungibili in tempi relativamente brevi.

 

Le canzoni della Swinging London

 

Negli anni ’60 il centro del mondo, almeno per quanto riguarda le attenzioni dei giovani, è Londra. Qui si respira un’aria di cambiamento, una ventata di novità che nel resto d’Europa ancora non è arrivato. Quel misto di moda, culture giovanili, esperienze e ribellione che passerà sotto il nome di “Swinging London”.

Con la crisi dell’impero, che aveva messo a dura prova l’orgoglio inglese, e le difficoltà del secondo dopoguerra il Regno Unito era cambiato molto. I giovani dei primi anni ’60, che poco o per niente avevano vissuto la guerra, cominciarono a sentire una distanza dalle generazioni precedenti. Le sentivano grigie, tristi, destinate ad invecchiare in fretta sotto i colpi del lavoro. E a tutto questo cominciarono a ribellarsi.

La prima canzone a riferirsi a quel che stava avvenendo a Londra è Swinging England del cantante americano di origini texane Roger Miller. L’Inghilterra dondolante, questo aggettivo, da «swing» e quindi in qualche modo riferito anche alla musica, sarà attribuito a quel fenomeno prima da Vogue e poi da Time, che a metà del decennio raccontarono ai lettori americani cosa stava avvenendo. Dondolante nel senso di sfuggente, qualcosa che non si sapeva bene da dove nascesse ma che aveva avuto la sua espressione nei colori, nelle minigonne e nei pantaloni a zampa di Carnaby Street.

Ma non è solo fashion e divertimento. Ispirati da bluesman neri come John Lee Hooker i giovani inglesi cominciano a suonare una musica più dura, meno plastificata di quella che veniva loro proposta dalle radio. Il punto di contatto tra i neri statunitensi o i giovani bianchi inglesi sta nel sentirsi reietti, esclusi, emarginati e nel trasmettere queste emozioni attraverso il suono. E nel 1965 sembra iniziare una vera e propria rivoluzione, il rock compie un salto che porterà in soffitta i suoni alla Elvis. Emblema di questa rivoluzione musicale è la pubblicazione dell’album d’esordio degli Who, My Generation.

Gli Who sono un gruppo londinese, vengono da Chiswick, cantano di una rabbia giovanile, proletaria e pre-politica. Gli Who sono il gruppo Mod per eccellenza. Mod e Rockers sono bande giovanili. i primi scorrazzano su vespe e lambrette ricoperte di accessori come gli specchietti retrovisori, i secondi su moto di più grossa cilindrata. I primi vestono hanno un look molto curato e prestano enorme attenzione ai dettagli, i secondi hanno sempre indosso giacche di pelle da motociclista. La rivalità tra le due bande è molto forte e le risse sono all’ordine del giorno. Alcuni scontri arrivarono a coinvolgere un migliaio di persone. Diventano un problema di ordine pubblico. Entrambi i gruppi esprimono un malessere che covava nelle periferie ma che ancora non trovava uno sfogo. Le periferie sono una realtà poco rappresentate nell’immaginario tradizionale della Swinging London, ma ne fanno parte, per certi versi la invadono.

Lo stile musicale inglese è talmente innovativo che invade anche gli USA, patria del rock. Si chiamerà «British Invasion» e racconta di come Beatles, Rolling Stones, The Who e molti altri gruppi troveranno oltreatlantico una patria di elezione, a un certo punto quasi trasferendovisi in pianta stabile.
Ma non è solo, come pare a noi oggi, il ballo scatenato e divertente: dalle periferie arriva la rabbia di giovani che si sentono esclusi dalla ricchezza del centro. Come ad esempio cantano i Them, nel loro album d’esordio The Angry Young Them.

Satisfaction dei Rolling Stones rappresenta bene questo senso di alterità da qualunque cosa la società offra. Un senso di diversità che crea come una frattura tra i giovani dondolanti, delle periferie e di Carnaby Street, e il resto della città, di una Londra ancora grigia che i giovani volevano cambiare, colorare. Se quindi da un lato c’è una rabbia quasi cieca dei giovani ragazzi delle periferie proletarie, dall’altra alcuni di questi cominciano a interpretare, analizzare e contestare la società nella quale vivono. Dalle università escono non solo giovani che hanno voglia di divertirsi lontano da una vita nella quale si sentono ristretti, ma anche giovani che hanno provato esperienze nuove e che si immaginano una vita diversa, la teorizzano. È la nascita di quel processo di politicizzazione che poi esploderà a Parigi e in Italia nel 1968.

Il balbettio di Roger Daltrey, il suono innovativo e la scarica di rabbia passano dalle sue note di My Generation, la canzone simbolo di quanto stiamo parlando. Sia la musica che il testo rappresentano quanto provavano molti giovani. Alcune frasi sono davvero esemplari. Ma quella che più di tutte forse rappresenta quella generazione è «I hope i die before i get old». Non è ovviamente da prendere alla lettera, rappresenta quella distanza che si era creata tra i giovani e il mondo degli adulti. Non è solo una questione di ribellione al mondo dei propri genitori, ma anche al loro stile di vita. Come cantano anche gli Animals in We gotta get out of this place,  la distanza era da persone che erano invecchiate in fretta, avevano perso i capelli per vivere una vita di sacrifici e di lavoro che tra le mani non aveva lasciato loro niente.

La Swinging London fu un laboratorio, i giovani di tutto il mondo vennero attratti nella capitale inglese. Ne canta anche Guccini, tutti erano attratti da quel che stava avvenendo non solo a Carnaby street ma nelle periferie, nei teatri, nella musica. E se oggi l’immaginario rimanda solo le Union Jack e i capelloni, sotto si può ancora trovare traccia di quella rabbia che pervadeva quegli anni.

8 film sulla deportazione degli ebrei di Roma

Il 16 ottobre 1943, poco più di un mese dopo l’inizio dell’occupazione tedesca dell’Italia, le truppe naziste di stanza a Roma catturarono circa mille ebrei residenti in città – una buona parte della comunità romana. Gli ebrei furono deportati nei campi di sterminio tedeschi, e alla fine della guerra furono solo in sedici a tornare vivi a casa. Anche se è nota come «la razzia del ghetto di Roma», la razzia del 16 ottobre non riguardò solo gli abitanti della zona del ghetto: da molto tempo ormai gli ebrei di Roma vivevano anche in altre zone della città.

La cattura degli ebrei romani è stato il più grave attacco nazista contro gli ebrei italiani, ma ha ricevuto un’attenzione limitata da parte del cinema italiano e straniero. Le attenzioni e le ricostruzioni si sono concentrate principalmente sulla questione del ruolo giocato dalla Chiesa, e in particolare da papa Pio XII, nella persecuzione o nella protezione degli ebrei romani. Oltre ad alcuni lavori specificatamente dedicati alle vicende del 16 ottobre 1943, la cattura degli ebrei di Roma entra come tema secondario in una serie di altri film ambientati in quell’epoca.

Il primo lavoro cinematografico dedicato alla vicenda fu 16 ottobre 1943, una trasposizione dell’omonimo libro di Giacomo Debenedetti, che è una delle più importanti testimonianze lasciate dai sopravvissuti. Il film, uscito nel 1961, è un cortometraggio che alterna immagini di finzione a immagini documentarie, con la voce fuori campo di Arnoldo Foà che legge brani tratti dal libro.

L’unico film non documentario che ricostruisce la cattura degli ebrei romani è L’oro di Roma di Carlo Lizzani, anche questo del 1961. Anche se parte della storia ruota attorno alla confisca degli oggetti d’oro degli ebrei romani da parte dei nazisti, il rastrellamento del ghetto la mattina del 16 ottobre è un momento decisivo per le vicende dei due protagonisti, un’ebrea e il suo fidanzato cattolico.Garofalo_fig03

Se nell’Oro di Roma la razzia del 16 ottobre segna la parte finale del film, nella Linea del fiume (1976) ne è l’inizio. La storia qui è quella di un bambino ebreo romano, che sfugge alla retata aiutato da un prete, e che poi parte per un viaggio verso Londra alla ricerca del padre.

La deportazione degli ebrei romani entra solo in modo laterale nella Storia di Luigi Comencini (1986), una trasposizione dell’omonimo romanzo di Elsa Morante. In una scena, la protagonista osserva un treni carico di ebrei romani appena catturati, in partenza verso i campi di sterminio: è la prima rappresentazione cinematografica di quello che succede agli ebrei dopo la loro cattura.Garofalo_fig08bn

Nel 1997 Ettore Scola gira ’43-’97, un documentario dedicato specificatamente alle vicende del 16 ottobre. È un cortometraggio in cui si alternano immagini di finzione e spezzoni di altri film, e in cui Scola suggerisce un parallelo tra il razzismo dei nazifascisti e il razzismo contemporaneo. Scola cita la cattura degli ebrei anche nel suo film del 2003 Gente di Roma.

Il primo – e finora unico – film straniero che tratta la deportazione degli ebrei romani è Amen. di Costa Gavras, del 2002. Uno dei protagonisti, un ufficiale delle SS, arriva a Roma per denunciare al papa quello che ha visto nei campi di sterminio, e arriva proprio la mattina del 16 ottobre, imbattendosi nei rastrellamenti in corso.

Il riferimento cinematografico più famoso alla cattura degli ebrei di Roma è probabilmente La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek (2002), in cui l’anziano ritrovato senza memoria dai due protagonisti si rivela essere un ebreo scampato alla retata del 1943, di cui conserva dei ricordi vividi.

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 2

Ronald Reagan venne eletto presidente degli Stati Uniti nel 1980 con un chiaro programma: quello di riportare il paese alla normalità, dal punto di vista conservatore, dopo gli eccessi dei decenni precedenti. Era ora di rimettere al proprio posto ciò che era stato stravolto. Ma nonostante questo pare che i diritti conquistati dai neri con il loro lungo ciclo di lotte stiano cominciando a dare i loro frutti. Si avverte una maggiore equità sociale che permette ai neri di raggiungere traguardi prima insperati. Sono avvenimenti di costume, ancorché molto significativi, come l’elezione della prima Miss America nera nel 1984; musicali, come l’introduzione di Chuck Berry, Ray Charles, James Brown, Sam Cooke e Little Richard nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986. Ma sono anche avvenimenti politici rilevanti come l’elezione, nel 1989, di L. D. Wilder a governatore in Virginia e la nomina di Colin Powell a capo di stato maggiore. Sono gli anni di Bill Cosby e dei Robinson e di Micheal Jackson, che nel 1982 pubblica Thriller, l’album più venduto della storia.

L’emergere di questa middle class nera non nasconde del tutto la condizione del resto della comunità afroamericana. Lo dice esplicitamente Reagan is for the Rich Man dei blues-man Lousiana Red e Carey Bell. Come recita questo blues, le politiche conservatrici e repressive degli anni Ottanta causarono arresti in massa e vittime nei quartieri più poveri. Secondo Humans Rights Watch la “war on drugs” lanciata dall’amministrazione Reagan coinvolge percentualmente molti più neri che bianchi. Nel 1988 i neri arrestati per droga sono cinque volte i bianchi e il 37% del totale degli arrestati, nelle grandi città questo dato aumenta fino al 53%. Questo perché la guerra si concentra nelle città a minor reddito, dove è più presente la popolazione afroamericana.

La condizione dei quartieri poveri, abitati prevalentemente da neri, è ben rappresnetata da canzoni come The Message pubblicata nel 1982 da Grand Masterflash and the Furious Five. In questo brano rap, uno dei primi, si canta di vetri rotti, di degrado. Il ritornello dice «don’t push me ‘cause i’m close to the edge»Non tanto una rivendicazione quanto una constatazione, non si può vivere peggio di così. Non è chiaro a chi si rivolge il rapper, uno dei fondatori del genere, è un commento generalizzato. In brani come questo e altri di Grandmaster Flash, come White Lines contro l’utilizzo di crack pubblicato nel 1984, o Renegades of Funk pubblicato nel 1983 da Afrikaa Bambataa and the Soul Sonic Force, si racconta la propria realtà per quella che è, manca una rivendicazione di cambiamento.

Da questo filone sociale deriva il rap militante come quello di KRS-ONE e dei Public Enemy. Uno dei brani più conosciuti dei Public Enemy è Fight the Power. La band si richiama esplicitamente all’immaginario delle Pantere nere e della militanza del Black Power, ma vi è una nota dissonante. I Public Enemy ancora si richiamano a parole d’ordine come «white man’s heaven is black hell», ma sempre più nell’arco della loro carriera il riferimento diventa quello della lotta agli uomini di potere, si perde l’orizzonte razziale per assumerne uno sempre più sociale. Peraltro nel video di Fight the Power si crea un’immagine particolare, nella quale i militanti delle Pantere nere nei loro vestiti di pelle nera contrastano con il resto del pubblico, mostrandoli non tanto avanguardia della comunità nera, quanto fuori dal tempo.

Anche nel brano di Tracy Chapman Talkin’ about the revolution, del 1988, è la povertà che sta preparando la rivoluzione. Significativo è il passaggio «it sounds like whisper», come un sussurro. In questo verso vi è tutto il cambiamento di questi dieci anni: nei decenni precedenti la rivoluzione si preparava con un gran vociare, ora invece Chapman lo vede come un sussurro, lontano dall’attenzione di una società che non ha risolto ma ha deciso di ignorare il problema.

Uno degli stili del rap, nato nei primi anni Novanta, è il gangsta rap. Il suo contenuto molto violento fa riferimento alla vita dei rapper, spesso vissuta al di fuori della legge, una vita da gangster. Per poter fuggire dalla povertà e dal degrado, cantano questi rapper, i neri non hanno che la possibilità di arricchirsi. E l’arricchimento non può che arrivare con la musica oppure con lo spaccio e la vita da gangster. Raccontano la vita dura dei quartieri, ma anche la via d’uscita. È quello di cui cantano i Niggaz Wit Attitude in Straight Outta Compton. I rapper vogliono allontanarsi da una vita difficile e senza speranze, e l’unica manera che hanno per farlo è cantare. Gli N.W.A. sono un gruppo storico per il rap, composto da MC come Ice cube e Dr Dre, usano liriche violente, spesso in conflitto con la polizia, un altro loro brano molto famoso è Fuck Da Police. Nel brano si dice esplicitamente che il reato per un giovane di Compton è essere nero, si minaccia la polizia di vendetta. È una musica che canta la realtà senza proporre una soluzione alternativa alla fuga individuale: è una via personale e individuale per ottenere quello che veniva rivendicato collettivamente due decenni prima.

 

La corruzione è stata inventata in Europa

L’avidità, l’egoismo e lo scambio di favori sono fenomeni universali, che si ritrovano un po’ in tutto il mondo e in tutte le epoche. Tuttavia, il modo in cui oggi guardiamo alla corruzione ha delle origini storiche precise, risale all’Europa di fine Settecento. Secondo lo storico tedesco Jens Ivo Engels – che su Eutopia ha dedicato un articolo a questo argomento – la concezione moderna della corruzione è strettamente legata alla concezione moderna dello stato e dei rapporti tra pubblico e privato.

Quando si parla di corruzione, ci si riferisce a casi di abuso del potere politico per l’ottenimento di favori e benefici personali. Fino al Settecento, il clientelismo, il nepotismo e lo scambio di favori erano fenomeni generalmente accettati: attiravano critiche solamente quando se ne faceva un uso smodato. Sfera pubblica e sfera privata non erano nettamente divise, così accadeva che gli apparati dello stato si scambiassero favori con dei soggetti privati, e chi deteneva cariche pubbliche poteva approfittarne per arricchirsi.

Fu solo all’inizio dell’Ottocento che in Europa e negli Stati Uniti si affermò una separazione più chiara tra pubblico e privato. Si cominciò a valutare negativamente lo scambio di favori, il nepotismo e l’uso di una carica pubblica per arricchirsi. La lotta contro ciò che si cominciò a concepire come “corruzione” non era solo una lotta di carattere etico: aveva un carattere profondamente politico, era un aspetto della lotta dei rivoluzionari e riformisti europei contro il sistema dei privilegi dell’ancien régime.

Oltre all’idea stessa di corruzione, a inizio Ottocento si affermò l’idea che la corruzione fosse un indicatore di arretratezza politica e culturale. Per promuovere la modernizzazione era quindi necessario, tra le altre cose, lottare contro la corruzione. In effetti, riforme come l’allargamento del suffragio in Inghilterra furono favorite dal dibattito sulla corruzione. Secondo Engels, anche oggi molti ritengono la corruzione responsabile dello stato di arretratezza e crisi in cui si trovano molti paesi del mondo, soprattutto al di fuori dell’Occidente.

L’Europa è tornata agli anni Trenta?

«In modo molto simile agli anni Trenta, nell’Europa di oggi ci sono cinque diversi elementi in grado di condurre a un disastro geopolitico». Questo è quello che sostiene l’analista Dalibor Rohac su Politico.eu, mettendo assieme una serie di avvenimenti e processi recenti. I cinque elementi di somiglianza tra l’Europa di oggi e quella di ottant’anni fa sarebbero i seguenti:

1. Un sistema monetario inefficiente. La crisi del ’29 si trasformò nella Grande Depressione perché non furono prese misure adeguate in campo monetario, in grado di fornire liquidità ai mercati. In modo simile, negli ultimi anni «la Banca Centrale Europea ha esacerbato la crisi economica mancando sistematicamente per difetto il livello di inflazione che avrebbe dovuto perseguire e lasciando cadere nella deflazione i paesi alla periferia dell’eurozona».

2. L’emergere di una potenza revisionista. Vladimir Putin è diverso da Adolf Hitler, ma la Russia di oggi si sta affermando come una potenza bellicosa e con intenti revisionisti, che cerca di ristabilire la propria sfera di influenza col militarismo e con la destabilizzazione degli stati vicini. L’umiliazione provocata dal collasso dell’Unione sovietica è per certi versi simile a quella vissuta dalla Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.

3. Una mancanza di leadership. Nel periodo tra le due guerre mondiali le democrazie liberali erano troppo deboli: il Regno Unito non era più la potenza di un tempo, mentre gli Stati Uniti erano ancora isolazionisti. Oggi, l’amministrazione americana pare avere abbandonato l’Europa, il Regno Unito sta adottando un atteggiamento isolazionista, e la Germania appare riluttante ad assumere un ruolo di leadership internazionale.

4. Un sistema di cooperazione internazionale in disfacimento. Durante la crisi degli anni Trenta la Società delle Nazioni si dimostrò incapace di garantire il rispetto del diritto internazionale, e fallirono anche le istituzioni che avrebbero dovuto garantire il funzionamento dell’economia internazionale. Oggi l’Europa si è mostrata incapace di impedire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia e di gestire in modo adeguato e coordinato l’arrivo dei profughi.

5. La sconfitta nella battaglia delle idee. Negli anni Trenta i difensori della democrazia liberale e del libero mercato erano sulla difensiva rispetto ai sostenitori del fascismo e del comunismo. Anche oggi la sinistra radicale e la destra radicale sono in crescita un po’ ovunque in Europa, dall’Ungheria alla Grecia, dalla Francia al Regno Unito.

Come sottolinea Rohac, «benché preoccupanti, nessuna di queste tendenze è irreversibile. Né esse significano che l’Europa stia per rivivere il più tremendo avvenimento della sua storia». Tuttavia, queste tendenze indicano che «è più che probabile che l’Europa si trasformi da luogo di prosperità e democrazia in un luogo molto meno ospitale e più pericoloso».

Le altre grandi ondate di rifugiati in Europa

Negli ultimi mesi, un alto numero di richiedenti asilo ha raggiunto (o ha cercato di raggiungere) l’Europa. Anche se era da tempo che un numero così alto di profughi non si dirigeva verso l’Europa, il fenomeno non è affatto inedito: lungo tutto il corso del Novecento, a più riprese l’Europa ha accolto ondate di persone in fuga da guerre e persecuzioni. Basandosi sul lavoro dello storico Klaus Bade, France Culture ha realizzato un’immagine che mostra il susseguirsi delle principali ondate di profughi. L’immagine mostra solamente i casi di afflusso imponente di rifugiati in Europa, dunque quelli che hanno coinvolto più di 100.000 persone in un periodo di tempo inferiore a un anno.

I primi due casi di massiccio spostamento di popolazione in Europa hanno riguardato delle guerre civili, che misero in fuga molte persone durante i combattimenti e molti membri delle fazioni sconfitte alla fine della guerra: circa 600.000 russi scapparono dal loro paese dopo l’affermazione dei bolscevichi sulle forze anticomuniste nel 1922, e 500.000 repubblicani spagnoli ripararono in Francia dopo la vittoria di Francisco Franco nella guerra di Spagna.

Enormi spostamenti di popolazione interessarono l’Europa centrale alla fine della seconda guerra mondiale, con più di un milione di cittadini polacchi e cecoslovacchi di etnia tedesca che fuggirono dalle vendette e dalle politiche di pulizia etnica messe in atto nei loro paesi, trovando rifugio in Germania. Altri spostamenti dall’Europa centro-orientale verso occidente si ripeterono nei decenni successivi, in corrispondenza delle più gravi repressioni dei regimi comunisti contro i loro cittadini: quasi 200.000 ungheresi fuggirono dal loro paese nel 1956, 170.000 cecoslovacchi scapparono nel 1968, e 250.000 polacchi si diressero in Occidente nel 1982.

Negli anni Novanta i rifugiati provennero soprattutto dai Balcani: nel 1992 700.000 iugoslavi lasciarono il loro paese con lo scoppio della guerra, mentre 300.000 albanesi fuggirono dai disordini provocati dal collasso del regime comunista. Alla fine del decennio, altre centinaia di migliaia di profughi scapparono dal Kosovo in guerra, rifugiandosi nei paesi limitrofi.

Come rileva France Culture, l’attuale afflusso di rifugiati in Europa ha però alcune caratteristiche nuove rispetto ai casi passati: per la prima volta, arrivano contemporaneamente flussi di profughi con provenienze diverse. Ci sono persone che vengono dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dall’Eritrea. Inoltre, questa è la prima volta che arrivano in Europa grandi quantità di rifugiati di origine extraeuropea: durante tutto il corso del Novecento, le grandi ondate di profughi erano sempre composte da europei.

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 1

Dall’omicidio di Trayvon Martin nel 2013 e ancor di più dopo quello di Micheal Brown nel 2014, la questione razziale e le condizioni di vita dei neri statunitensi sono tornati di attualità. Le loro condizioni sono molto diverse da quelle di inizio Novecento, ma ancora molta strada resta da fare. In queste due puntate della “Storia dal Jukebox” ripercorriamo musicalmente la storia delle lotte dei neri per i diritti civili e contro il razzismo.

All’inizio del Novecento negli Stati Uniti esiste una precisa gerarchia razziale che vede al vertice i WASP – una sigla che sta per bianchi, anglosassoni e protestanti – seguiti da tedeschi, irlandesi, spagnoli e italiani, asiatici e infine i neri. Non solo il colore della pelle stabilisce questa gerarchia, ma anche la religione. Uno degli strumenti utilizzati per difendere questa gerarchia è il linciaggio, soprattutto nei confronti dei neri. Secondo una stima della Tuskagee University, tra il 1889 e il 1940 furono 3833 le vittime di linciaggio, per la stragrande maggioranza neri degli stati del sud.

Ne canta, nel 1939, Billie Holiday in Strange Fruit. Testo e musica della canzone sono ispirati dalle fotografie di un linciaggio. Il testo non è per nulla metaforico e descrive i corpi carbonizzati, martoriati, che dondolano al vento e bagnano di sangue le foglie delle magnolie del sud. È l’interpretazione di Holiday a rendere la canzone non solo una denuncia ma una straziante testimonianza. Le pause e il tono, differente dagli altri brani di Billie Holiday, rendono bene il dolore che la cantante provò sulla sua pelle.

Con gli anni Cinquanta il movimento per i diritti civili prese slancio. Eventi simbolo, come il boicottaggio dei bus di Montgomery in Alabama dopo il caso di Rosa Parks, spinsero sempre più neri a prendere coscienza dei propri diritti e scendere in strada. Ci furono marce, come quella di Selma per il diritto al voto nel 1965, e rivolte, come quella di Watts. Le violenze da parte dei bianchi continuarono. Le loro vittime ispirarono molte canzoni, anche di autori bianchi. Una di queste è Mississippi Goddam di Nina Simone del 1964. La canzone venne composta dopo l’omicidio di Medgar Evers, un attivista per i diritti civili ucciso nel Mississippi nel 1963 da un membro del White Citizen Council. Questa non è più una sofferta denuncia ma un rabbioso monito: «non so ancora per quanto potrò reggere questa pressione», dice la cantante. Questa rabbia dettata da una volontà di cambiamento si percepiva nel paese.

Ma la forza che aveva conquistato il movimento, il sostegno crescente che aveva nella società, portavano in molti a credere che il cambiamento fosse a portata di mano. Lo stesso anno di pubblicazione di Mississippi Goddam, Sam Cooke pubblica A change is gonna come. C’era voluto molto tempo, ma il cambiamento ormai stava arrivando, era una sensazione diffusa. Il biennio 1964-65 segnò infatti un punto di svolta, con l’approvazione da parte del Congresso del Civil Rights Act e del Voting Rights Act, che abolivano il razzismo di stato.

La fine del razzismo di stato non sancì anche la fine della discriminazione. Non solo organizzazioni come il White Citizen Council e il KKK continuarono ad esistere, ma i neri si scoprirono discriminati economicamente. Anche il movimento ebbe una svolta. Con l’omicidio di Malcolm X nel 1963 e di Martin Luther King nel 1968, una parte del movimento sentì sempre più difficile un dialogo con le istituzioni. Nacque lo slogan Black Power, che indicava la volontà di rottura completa.

Nuovi leader, come Stokely Carmicheal, criticarono le posizioni di leader nonviolenti come King, proponendo un’azione più radicale. Più vicino al pensiero di Malcolm X, il nuovo movimento vide la comparsa di organizzazioni pronte anche ad azioni violente, come il Black Panther Party for Self Defense. Se da una parte ci furono sparatorie con la polizia e assalti ai tribunali, dall’altra si organizzavano colazioni per i bambini poveri e si sostenevano gli anziani soli, diventando dei punti di riferimento. Le loro erano posizioni influenzate dal marxismo e dai movimenti per l’indipendenza africana. L’Africa era entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo dei neri. Nella musica e nella cultura questo aspetto è molto evidente. John Coltrane è uno dei padri del free jazz, in cui si percepisce una forza selvaggia, istintiva che spinge lontano da quella che veniva ritenuta una pretesa dei bianchi di ingabbiare una musica nera. Fu come un’esplosione di consapevolezza, black consciouness. James Brown nel 1968 pubblicò Say it loud, i’m black and i’m proud.

La società e le istituzioni, messe in discussione, reagirono. Nella seconda metà degli anni Settanta il movimento vide i propri leader arrestati, come Angela Davis, o fuggiti all’estero, come Stokely Carmicheal. L’FBI infiltrò le organizzazioni come il Black Panther Party, e ne indebolì l’impatto. Ma non fu solo per la repressione che il movimento si spense gradualmente, senza che alcuni gravi problemi che assillavano la popolazione nera venissero risolti.