Quanto durava un viaggio nel 1914?

Fino a cinque giorni per raggiungere Mosca da Londra, dieci per New York, un mese per l’India e quaranta giorni per raggiungere il centro dell’Australia. Se oggi viaggiare può essere faticoso, per una persona del 1914 lo era ancora di più: i voli per passeggeri stavano muovendo proprio in quegli anni i primi passi (il primo Parigi-Londra è del 1910) e sulle lunghissime distanze il mezzo di trasporto era soprattutto la nave, con tutti i suoi limiti di velocità.

Nei giorni scorsi il sito britannico Intelligent Life ha pubblicato una mappa della Royal Geographical Society redatta per la prima volta nel 1914 per l’Atlas of Economic Geography dal geografo reale John G. Bartholome.

1115IL_PL_CAR_01-web-header-v2La mappa mostra le distanze isocroniche da Londra: per le zone nelle medesime fasce di colore occorre lo stesso tempo di viaggio. Quindi dalla capitale dell’Impero britannico in cinque giorni (zona rossa) si può andare fino alla città russa di Perm’ viaggiando verso est e fino alla Azzorre verso ovest. Aumentando la portata fino a dieci giorni (zona rosa) si può arrivare a Winnipeg, in Canada, o in Siberia sul Lago Baikal.

Molto più lungo e complesso il viaggio verso le estreme propaggini dell’Impero britannico: un suddito di sua maestà avrebbe impegnato più di un mese (o anche più di 40 giorni) per raggiungere l’Australia o la Nuova Zelanda (zona azzurra e blu) partendo dalla capitale. Oggi il volo tra Londra e Sydney o Auckland dura circa 22 e 26 ore.

Oltre ai tempi di viaggio, c’è qualcos’altro che la mappa sottolinea: l’importanza delle ferrovie. La possibilità di attraversare tutta la Russia (si nota nel cono rosa) è data dalla presenza della linea transiberiana. Così gli Stati Uniti, dove è possibile raggiungere San Francisco in 20 giorni grazie alla fitta maglia ferroviaria, e soprattutto l’India, dove gli inglesi hanno costruito migliaia di chilometri di strada ferrata in poco più di vent’anni (1300 km di estensione nel 1860, 25mila del 1880) rendendo accessibile tutto il subcontinente. La controprova arriva da una mappa isocronica del 1870, dove solo Bombay è raggiungibile facilmente via mare, mentre il resto del subcontinente è ancora in azzurro e blu.

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Allo stesso modo le zone interne degli altri grandi continenti (Australia, Africa, America meridionale) rimangono inaccessibili poiché sprovviste di ferrovie, e solo le città lunga la costa sono raggiungibili in tempi relativamente brevi.

 

Le canzoni della Swinging London

 

Negli anni ’60 il centro del mondo, almeno per quanto riguarda le attenzioni dei giovani, è Londra. Qui si respira un’aria di cambiamento, una ventata di novità che nel resto d’Europa ancora non è arrivato. Quel misto di moda, culture giovanili, esperienze e ribellione che passerà sotto il nome di “Swinging London”.

Con la crisi dell’impero, che aveva messo a dura prova l’orgoglio inglese, e le difficoltà del secondo dopoguerra il Regno Unito era cambiato molto. I giovani dei primi anni ’60, che poco o per niente avevano vissuto la guerra, cominciarono a sentire una distanza dalle generazioni precedenti. Le sentivano grigie, tristi, destinate ad invecchiare in fretta sotto i colpi del lavoro. E a tutto questo cominciarono a ribellarsi.

La prima canzone a riferirsi a quel che stava avvenendo a Londra è Swinging England del cantante americano di origini texane Roger Miller. L’Inghilterra dondolante, questo aggettivo, da «swing» e quindi in qualche modo riferito anche alla musica, sarà attribuito a quel fenomeno prima da Vogue e poi da Time, che a metà del decennio raccontarono ai lettori americani cosa stava avvenendo. Dondolante nel senso di sfuggente, qualcosa che non si sapeva bene da dove nascesse ma che aveva avuto la sua espressione nei colori, nelle minigonne e nei pantaloni a zampa di Carnaby Street.

Ma non è solo fashion e divertimento. Ispirati da bluesman neri come John Lee Hooker i giovani inglesi cominciano a suonare una musica più dura, meno plastificata di quella che veniva loro proposta dalle radio. Il punto di contatto tra i neri statunitensi o i giovani bianchi inglesi sta nel sentirsi reietti, esclusi, emarginati e nel trasmettere queste emozioni attraverso il suono. E nel 1965 sembra iniziare una vera e propria rivoluzione, il rock compie un salto che porterà in soffitta i suoni alla Elvis. Emblema di questa rivoluzione musicale è la pubblicazione dell’album d’esordio degli Who, My Generation.

Gli Who sono un gruppo londinese, vengono da Chiswick, cantano di una rabbia giovanile, proletaria e pre-politica. Gli Who sono il gruppo Mod per eccellenza. Mod e Rockers sono bande giovanili. i primi scorrazzano su vespe e lambrette ricoperte di accessori come gli specchietti retrovisori, i secondi su moto di più grossa cilindrata. I primi vestono hanno un look molto curato e prestano enorme attenzione ai dettagli, i secondi hanno sempre indosso giacche di pelle da motociclista. La rivalità tra le due bande è molto forte e le risse sono all’ordine del giorno. Alcuni scontri arrivarono a coinvolgere un migliaio di persone. Diventano un problema di ordine pubblico. Entrambi i gruppi esprimono un malessere che covava nelle periferie ma che ancora non trovava uno sfogo. Le periferie sono una realtà poco rappresentate nell’immaginario tradizionale della Swinging London, ma ne fanno parte, per certi versi la invadono.

Lo stile musicale inglese è talmente innovativo che invade anche gli USA, patria del rock. Si chiamerà «British Invasion» e racconta di come Beatles, Rolling Stones, The Who e molti altri gruppi troveranno oltreatlantico una patria di elezione, a un certo punto quasi trasferendovisi in pianta stabile.
Ma non è solo, come pare a noi oggi, il ballo scatenato e divertente: dalle periferie arriva la rabbia di giovani che si sentono esclusi dalla ricchezza del centro. Come ad esempio cantano i Them, nel loro album d’esordio The Angry Young Them.

Satisfaction dei Rolling Stones rappresenta bene questo senso di alterità da qualunque cosa la società offra. Un senso di diversità che crea come una frattura tra i giovani dondolanti, delle periferie e di Carnaby Street, e il resto della città, di una Londra ancora grigia che i giovani volevano cambiare, colorare. Se quindi da un lato c’è una rabbia quasi cieca dei giovani ragazzi delle periferie proletarie, dall’altra alcuni di questi cominciano a interpretare, analizzare e contestare la società nella quale vivono. Dalle università escono non solo giovani che hanno voglia di divertirsi lontano da una vita nella quale si sentono ristretti, ma anche giovani che hanno provato esperienze nuove e che si immaginano una vita diversa, la teorizzano. È la nascita di quel processo di politicizzazione che poi esploderà a Parigi e in Italia nel 1968.

Il balbettio di Roger Daltrey, il suono innovativo e la scarica di rabbia passano dalle sue note di My Generation, la canzone simbolo di quanto stiamo parlando. Sia la musica che il testo rappresentano quanto provavano molti giovani. Alcune frasi sono davvero esemplari. Ma quella che più di tutte forse rappresenta quella generazione è «I hope i die before i get old». Non è ovviamente da prendere alla lettera, rappresenta quella distanza che si era creata tra i giovani e il mondo degli adulti. Non è solo una questione di ribellione al mondo dei propri genitori, ma anche al loro stile di vita. Come cantano anche gli Animals in We gotta get out of this place,  la distanza era da persone che erano invecchiate in fretta, avevano perso i capelli per vivere una vita di sacrifici e di lavoro che tra le mani non aveva lasciato loro niente.

La Swinging London fu un laboratorio, i giovani di tutto il mondo vennero attratti nella capitale inglese. Ne canta anche Guccini, tutti erano attratti da quel che stava avvenendo non solo a Carnaby street ma nelle periferie, nei teatri, nella musica. E se oggi l’immaginario rimanda solo le Union Jack e i capelloni, sotto si può ancora trovare traccia di quella rabbia che pervadeva quegli anni.

8 film sulla deportazione degli ebrei di Roma

Il 16 ottobre 1943, poco più di un mese dopo l’inizio dell’occupazione tedesca dell’Italia, le truppe naziste di stanza a Roma catturarono circa mille ebrei residenti in città – una buona parte della comunità romana. Gli ebrei furono deportati nei campi di sterminio tedeschi, e alla fine della guerra furono solo in sedici a tornare vivi a casa. Anche se è nota come «la razzia del ghetto di Roma», la razzia del 16 ottobre non riguardò solo gli abitanti della zona del ghetto: da molto tempo ormai gli ebrei di Roma vivevano anche in altre zone della città.

La cattura degli ebrei romani è stato il più grave attacco nazista contro gli ebrei italiani, ma ha ricevuto un’attenzione limitata da parte del cinema italiano e straniero. Le attenzioni e le ricostruzioni si sono concentrate principalmente sulla questione del ruolo giocato dalla Chiesa, e in particolare da papa Pio XII, nella persecuzione o nella protezione degli ebrei romani. Oltre ad alcuni lavori specificatamente dedicati alle vicende del 16 ottobre 1943, la cattura degli ebrei di Roma entra come tema secondario in una serie di altri film ambientati in quell’epoca.

Il primo lavoro cinematografico dedicato alla vicenda fu 16 ottobre 1943, una trasposizione dell’omonimo libro di Giacomo Debenedetti, che è una delle più importanti testimonianze lasciate dai sopravvissuti. Il film, uscito nel 1961, è un cortometraggio che alterna immagini di finzione a immagini documentarie, con la voce fuori campo di Arnoldo Foà che legge brani tratti dal libro.

L’unico film non documentario che ricostruisce la cattura degli ebrei romani è L’oro di Roma di Carlo Lizzani, anche questo del 1961. Anche se parte della storia ruota attorno alla confisca degli oggetti d’oro degli ebrei romani da parte dei nazisti, il rastrellamento del ghetto la mattina del 16 ottobre è un momento decisivo per le vicende dei due protagonisti, un’ebrea e il suo fidanzato cattolico.Garofalo_fig03

Se nell’Oro di Roma la razzia del 16 ottobre segna la parte finale del film, nella Linea del fiume (1976) ne è l’inizio. La storia qui è quella di un bambino ebreo romano, che sfugge alla retata aiutato da un prete, e che poi parte per un viaggio verso Londra alla ricerca del padre.

La deportazione degli ebrei romani entra solo in modo laterale nella Storia di Luigi Comencini (1986), una trasposizione dell’omonimo romanzo di Elsa Morante. In una scena, la protagonista osserva un treni carico di ebrei romani appena catturati, in partenza verso i campi di sterminio: è la prima rappresentazione cinematografica di quello che succede agli ebrei dopo la loro cattura.Garofalo_fig08bn

Nel 1997 Ettore Scola gira ’43-’97, un documentario dedicato specificatamente alle vicende del 16 ottobre. È un cortometraggio in cui si alternano immagini di finzione e spezzoni di altri film, e in cui Scola suggerisce un parallelo tra il razzismo dei nazifascisti e il razzismo contemporaneo. Scola cita la cattura degli ebrei anche nel suo film del 2003 Gente di Roma.

Il primo – e finora unico – film straniero che tratta la deportazione degli ebrei romani è Amen. di Costa Gavras, del 2002. Uno dei protagonisti, un ufficiale delle SS, arriva a Roma per denunciare al papa quello che ha visto nei campi di sterminio, e arriva proprio la mattina del 16 ottobre, imbattendosi nei rastrellamenti in corso.

Il riferimento cinematografico più famoso alla cattura degli ebrei di Roma è probabilmente La finestra di fronte di Ferzan Ozpetek (2002), in cui l’anziano ritrovato senza memoria dai due protagonisti si rivela essere un ebreo scampato alla retata del 1943, di cui conserva dei ricordi vividi.

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 2

Ronald Reagan venne eletto presidente degli Stati Uniti nel 1980 con un chiaro programma: quello di riportare il paese alla normalità, dal punto di vista conservatore, dopo gli eccessi dei decenni precedenti. Era ora di rimettere al proprio posto ciò che era stato stravolto. Ma nonostante questo pare che i diritti conquistati dai neri con il loro lungo ciclo di lotte stiano cominciando a dare i loro frutti. Si avverte una maggiore equità sociale che permette ai neri di raggiungere traguardi prima insperati. Sono avvenimenti di costume, ancorché molto significativi, come l’elezione della prima Miss America nera nel 1984; musicali, come l’introduzione di Chuck Berry, Ray Charles, James Brown, Sam Cooke e Little Richard nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986. Ma sono anche avvenimenti politici rilevanti come l’elezione, nel 1989, di L. D. Wilder a governatore in Virginia e la nomina di Colin Powell a capo di stato maggiore. Sono gli anni di Bill Cosby e dei Robinson e di Micheal Jackson, che nel 1982 pubblica Thriller, l’album più venduto della storia.

L’emergere di questa middle class nera non nasconde del tutto la condizione del resto della comunità afroamericana. Lo dice esplicitamente Reagan is for the Rich Man dei blues-man Lousiana Red e Carey Bell. Come recita questo blues, le politiche conservatrici e repressive degli anni Ottanta causarono arresti in massa e vittime nei quartieri più poveri. Secondo Humans Rights Watch la “war on drugs” lanciata dall’amministrazione Reagan coinvolge percentualmente molti più neri che bianchi. Nel 1988 i neri arrestati per droga sono cinque volte i bianchi e il 37% del totale degli arrestati, nelle grandi città questo dato aumenta fino al 53%. Questo perché la guerra si concentra nelle città a minor reddito, dove è più presente la popolazione afroamericana.

La condizione dei quartieri poveri, abitati prevalentemente da neri, è ben rappresnetata da canzoni come The Message pubblicata nel 1982 da Grand Masterflash and the Furious Five. In questo brano rap, uno dei primi, si canta di vetri rotti, di degrado. Il ritornello dice «don’t push me ‘cause i’m close to the edge»Non tanto una rivendicazione quanto una constatazione, non si può vivere peggio di così. Non è chiaro a chi si rivolge il rapper, uno dei fondatori del genere, è un commento generalizzato. In brani come questo e altri di Grandmaster Flash, come White Lines contro l’utilizzo di crack pubblicato nel 1984, o Renegades of Funk pubblicato nel 1983 da Afrikaa Bambataa and the Soul Sonic Force, si racconta la propria realtà per quella che è, manca una rivendicazione di cambiamento.

Da questo filone sociale deriva il rap militante come quello di KRS-ONE e dei Public Enemy. Uno dei brani più conosciuti dei Public Enemy è Fight the Power. La band si richiama esplicitamente all’immaginario delle Pantere nere e della militanza del Black Power, ma vi è una nota dissonante. I Public Enemy ancora si richiamano a parole d’ordine come «white man’s heaven is black hell», ma sempre più nell’arco della loro carriera il riferimento diventa quello della lotta agli uomini di potere, si perde l’orizzonte razziale per assumerne uno sempre più sociale. Peraltro nel video di Fight the Power si crea un’immagine particolare, nella quale i militanti delle Pantere nere nei loro vestiti di pelle nera contrastano con il resto del pubblico, mostrandoli non tanto avanguardia della comunità nera, quanto fuori dal tempo.

Anche nel brano di Tracy Chapman Talkin’ about the revolution, del 1988, è la povertà che sta preparando la rivoluzione. Significativo è il passaggio «it sounds like whisper», come un sussurro. In questo verso vi è tutto il cambiamento di questi dieci anni: nei decenni precedenti la rivoluzione si preparava con un gran vociare, ora invece Chapman lo vede come un sussurro, lontano dall’attenzione di una società che non ha risolto ma ha deciso di ignorare il problema.

Uno degli stili del rap, nato nei primi anni Novanta, è il gangsta rap. Il suo contenuto molto violento fa riferimento alla vita dei rapper, spesso vissuta al di fuori della legge, una vita da gangster. Per poter fuggire dalla povertà e dal degrado, cantano questi rapper, i neri non hanno che la possibilità di arricchirsi. E l’arricchimento non può che arrivare con la musica oppure con lo spaccio e la vita da gangster. Raccontano la vita dura dei quartieri, ma anche la via d’uscita. È quello di cui cantano i Niggaz Wit Attitude in Straight Outta Compton. I rapper vogliono allontanarsi da una vita difficile e senza speranze, e l’unica manera che hanno per farlo è cantare. Gli N.W.A. sono un gruppo storico per il rap, composto da MC come Ice cube e Dr Dre, usano liriche violente, spesso in conflitto con la polizia, un altro loro brano molto famoso è Fuck Da Police. Nel brano si dice esplicitamente che il reato per un giovane di Compton è essere nero, si minaccia la polizia di vendetta. È una musica che canta la realtà senza proporre una soluzione alternativa alla fuga individuale: è una via personale e individuale per ottenere quello che veniva rivendicato collettivamente due decenni prima.

 

La corruzione è stata inventata in Europa

L’avidità, l’egoismo e lo scambio di favori sono fenomeni universali, che si ritrovano un po’ in tutto il mondo e in tutte le epoche. Tuttavia, il modo in cui oggi guardiamo alla corruzione ha delle origini storiche precise, risale all’Europa di fine Settecento. Secondo lo storico tedesco Jens Ivo Engels – che su Eutopia ha dedicato un articolo a questo argomento – la concezione moderna della corruzione è strettamente legata alla concezione moderna dello stato e dei rapporti tra pubblico e privato.

Quando si parla di corruzione, ci si riferisce a casi di abuso del potere politico per l’ottenimento di favori e benefici personali. Fino al Settecento, il clientelismo, il nepotismo e lo scambio di favori erano fenomeni generalmente accettati: attiravano critiche solamente quando se ne faceva un uso smodato. Sfera pubblica e sfera privata non erano nettamente divise, così accadeva che gli apparati dello stato si scambiassero favori con dei soggetti privati, e chi deteneva cariche pubbliche poteva approfittarne per arricchirsi.

Fu solo all’inizio dell’Ottocento che in Europa e negli Stati Uniti si affermò una separazione più chiara tra pubblico e privato. Si cominciò a valutare negativamente lo scambio di favori, il nepotismo e l’uso di una carica pubblica per arricchirsi. La lotta contro ciò che si cominciò a concepire come “corruzione” non era solo una lotta di carattere etico: aveva un carattere profondamente politico, era un aspetto della lotta dei rivoluzionari e riformisti europei contro il sistema dei privilegi dell’ancien régime.

Oltre all’idea stessa di corruzione, a inizio Ottocento si affermò l’idea che la corruzione fosse un indicatore di arretratezza politica e culturale. Per promuovere la modernizzazione era quindi necessario, tra le altre cose, lottare contro la corruzione. In effetti, riforme come l’allargamento del suffragio in Inghilterra furono favorite dal dibattito sulla corruzione. Secondo Engels, anche oggi molti ritengono la corruzione responsabile dello stato di arretratezza e crisi in cui si trovano molti paesi del mondo, soprattutto al di fuori dell’Occidente.

L’Europa è tornata agli anni Trenta?

«In modo molto simile agli anni Trenta, nell’Europa di oggi ci sono cinque diversi elementi in grado di condurre a un disastro geopolitico». Questo è quello che sostiene l’analista Dalibor Rohac su Politico.eu, mettendo assieme una serie di avvenimenti e processi recenti. I cinque elementi di somiglianza tra l’Europa di oggi e quella di ottant’anni fa sarebbero i seguenti:

1. Un sistema monetario inefficiente. La crisi del ’29 si trasformò nella Grande Depressione perché non furono prese misure adeguate in campo monetario, in grado di fornire liquidità ai mercati. In modo simile, negli ultimi anni «la Banca Centrale Europea ha esacerbato la crisi economica mancando sistematicamente per difetto il livello di inflazione che avrebbe dovuto perseguire e lasciando cadere nella deflazione i paesi alla periferia dell’eurozona».

2. L’emergere di una potenza revisionista. Vladimir Putin è diverso da Adolf Hitler, ma la Russia di oggi si sta affermando come una potenza bellicosa e con intenti revisionisti, che cerca di ristabilire la propria sfera di influenza col militarismo e con la destabilizzazione degli stati vicini. L’umiliazione provocata dal collasso dell’Unione sovietica è per certi versi simile a quella vissuta dalla Germania dopo la sconfitta nella prima guerra mondiale.

3. Una mancanza di leadership. Nel periodo tra le due guerre mondiali le democrazie liberali erano troppo deboli: il Regno Unito non era più la potenza di un tempo, mentre gli Stati Uniti erano ancora isolazionisti. Oggi, l’amministrazione americana pare avere abbandonato l’Europa, il Regno Unito sta adottando un atteggiamento isolazionista, e la Germania appare riluttante ad assumere un ruolo di leadership internazionale.

4. Un sistema di cooperazione internazionale in disfacimento. Durante la crisi degli anni Trenta la Società delle Nazioni si dimostrò incapace di garantire il rispetto del diritto internazionale, e fallirono anche le istituzioni che avrebbero dovuto garantire il funzionamento dell’economia internazionale. Oggi l’Europa si è mostrata incapace di impedire le violazioni del diritto internazionale commesse dalla Russia e di gestire in modo adeguato e coordinato l’arrivo dei profughi.

5. La sconfitta nella battaglia delle idee. Negli anni Trenta i difensori della democrazia liberale e del libero mercato erano sulla difensiva rispetto ai sostenitori del fascismo e del comunismo. Anche oggi la sinistra radicale e la destra radicale sono in crescita un po’ ovunque in Europa, dall’Ungheria alla Grecia, dalla Francia al Regno Unito.

Come sottolinea Rohac, «benché preoccupanti, nessuna di queste tendenze è irreversibile. Né esse significano che l’Europa stia per rivivere il più tremendo avvenimento della sua storia». Tuttavia, queste tendenze indicano che «è più che probabile che l’Europa si trasformi da luogo di prosperità e democrazia in un luogo molto meno ospitale e più pericoloso».

Le altre grandi ondate di rifugiati in Europa

Negli ultimi mesi, un alto numero di richiedenti asilo ha raggiunto (o ha cercato di raggiungere) l’Europa. Anche se era da tempo che un numero così alto di profughi non si dirigeva verso l’Europa, il fenomeno non è affatto inedito: lungo tutto il corso del Novecento, a più riprese l’Europa ha accolto ondate di persone in fuga da guerre e persecuzioni. Basandosi sul lavoro dello storico Klaus Bade, France Culture ha realizzato un’immagine che mostra il susseguirsi delle principali ondate di profughi. L’immagine mostra solamente i casi di afflusso imponente di rifugiati in Europa, dunque quelli che hanno coinvolto più di 100.000 persone in un periodo di tempo inferiore a un anno.

I primi due casi di massiccio spostamento di popolazione in Europa hanno riguardato delle guerre civili, che misero in fuga molte persone durante i combattimenti e molti membri delle fazioni sconfitte alla fine della guerra: circa 600.000 russi scapparono dal loro paese dopo l’affermazione dei bolscevichi sulle forze anticomuniste nel 1922, e 500.000 repubblicani spagnoli ripararono in Francia dopo la vittoria di Francisco Franco nella guerra di Spagna.

Enormi spostamenti di popolazione interessarono l’Europa centrale alla fine della seconda guerra mondiale, con più di un milione di cittadini polacchi e cecoslovacchi di etnia tedesca che fuggirono dalle vendette e dalle politiche di pulizia etnica messe in atto nei loro paesi, trovando rifugio in Germania. Altri spostamenti dall’Europa centro-orientale verso occidente si ripeterono nei decenni successivi, in corrispondenza delle più gravi repressioni dei regimi comunisti contro i loro cittadini: quasi 200.000 ungheresi fuggirono dal loro paese nel 1956, 170.000 cecoslovacchi scapparono nel 1968, e 250.000 polacchi si diressero in Occidente nel 1982.

Negli anni Novanta i rifugiati provennero soprattutto dai Balcani: nel 1992 700.000 iugoslavi lasciarono il loro paese con lo scoppio della guerra, mentre 300.000 albanesi fuggirono dai disordini provocati dal collasso del regime comunista. Alla fine del decennio, altre centinaia di migliaia di profughi scapparono dal Kosovo in guerra, rifugiandosi nei paesi limitrofi.

Come rileva France Culture, l’attuale afflusso di rifugiati in Europa ha però alcune caratteristiche nuove rispetto ai casi passati: per la prima volta, arrivano contemporaneamente flussi di profughi con provenienze diverse. Ci sono persone che vengono dalla Siria, dall’Iraq, dall’Afghanistan, dall’Eritrea. Inoltre, questa è la prima volta che arrivano in Europa grandi quantità di rifugiati di origine extraeuropea: durante tutto il corso del Novecento, le grandi ondate di profughi erano sempre composte da europei.

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 1

Dall’omicidio di Trayvon Martin nel 2013 e ancor di più dopo quello di Micheal Brown nel 2014, la questione razziale e le condizioni di vita dei neri statunitensi sono tornati di attualità. Le loro condizioni sono molto diverse da quelle di inizio Novecento, ma ancora molta strada resta da fare. In queste due puntate della “Storia dal Jukebox” ripercorriamo musicalmente la storia delle lotte dei neri per i diritti civili e contro il razzismo.

All’inizio del Novecento negli Stati Uniti esiste una precisa gerarchia razziale che vede al vertice i WASP – una sigla che sta per bianchi, anglosassoni e protestanti – seguiti da tedeschi, irlandesi, spagnoli e italiani, asiatici e infine i neri. Non solo il colore della pelle stabilisce questa gerarchia, ma anche la religione. Uno degli strumenti utilizzati per difendere questa gerarchia è il linciaggio, soprattutto nei confronti dei neri. Secondo una stima della Tuskagee University, tra il 1889 e il 1940 furono 3833 le vittime di linciaggio, per la stragrande maggioranza neri degli stati del sud.

Ne canta, nel 1939, Billie Holiday in Strange Fruit. Testo e musica della canzone sono ispirati dalle fotografie di un linciaggio. Il testo non è per nulla metaforico e descrive i corpi carbonizzati, martoriati, che dondolano al vento e bagnano di sangue le foglie delle magnolie del sud. È l’interpretazione di Holiday a rendere la canzone non solo una denuncia ma una straziante testimonianza. Le pause e il tono, differente dagli altri brani di Billie Holiday, rendono bene il dolore che la cantante provò sulla sua pelle.

Con gli anni Cinquanta il movimento per i diritti civili prese slancio. Eventi simbolo, come il boicottaggio dei bus di Montgomery in Alabama dopo il caso di Rosa Parks, spinsero sempre più neri a prendere coscienza dei propri diritti e scendere in strada. Ci furono marce, come quella di Selma per il diritto al voto nel 1965, e rivolte, come quella di Watts. Le violenze da parte dei bianchi continuarono. Le loro vittime ispirarono molte canzoni, anche di autori bianchi. Una di queste è Mississippi Goddam di Nina Simone del 1964. La canzone venne composta dopo l’omicidio di Medgar Evers, un attivista per i diritti civili ucciso nel Mississippi nel 1963 da un membro del White Citizen Council. Questa non è più una sofferta denuncia ma un rabbioso monito: «non so ancora per quanto potrò reggere questa pressione», dice la cantante. Questa rabbia dettata da una volontà di cambiamento si percepiva nel paese.

Ma la forza che aveva conquistato il movimento, il sostegno crescente che aveva nella società, portavano in molti a credere che il cambiamento fosse a portata di mano. Lo stesso anno di pubblicazione di Mississippi Goddam, Sam Cooke pubblica A change is gonna come. C’era voluto molto tempo, ma il cambiamento ormai stava arrivando, era una sensazione diffusa. Il biennio 1964-65 segnò infatti un punto di svolta, con l’approvazione da parte del Congresso del Civil Rights Act e del Voting Rights Act, che abolivano il razzismo di stato.

La fine del razzismo di stato non sancì anche la fine della discriminazione. Non solo organizzazioni come il White Citizen Council e il KKK continuarono ad esistere, ma i neri si scoprirono discriminati economicamente. Anche il movimento ebbe una svolta. Con l’omicidio di Malcolm X nel 1963 e di Martin Luther King nel 1968, una parte del movimento sentì sempre più difficile un dialogo con le istituzioni. Nacque lo slogan Black Power, che indicava la volontà di rottura completa.

Nuovi leader, come Stokely Carmicheal, criticarono le posizioni di leader nonviolenti come King, proponendo un’azione più radicale. Più vicino al pensiero di Malcolm X, il nuovo movimento vide la comparsa di organizzazioni pronte anche ad azioni violente, come il Black Panther Party for Self Defense. Se da una parte ci furono sparatorie con la polizia e assalti ai tribunali, dall’altra si organizzavano colazioni per i bambini poveri e si sostenevano gli anziani soli, diventando dei punti di riferimento. Le loro erano posizioni influenzate dal marxismo e dai movimenti per l’indipendenza africana. L’Africa era entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo dei neri. Nella musica e nella cultura questo aspetto è molto evidente. John Coltrane è uno dei padri del free jazz, in cui si percepisce una forza selvaggia, istintiva che spinge lontano da quella che veniva ritenuta una pretesa dei bianchi di ingabbiare una musica nera. Fu come un’esplosione di consapevolezza, black consciouness. James Brown nel 1968 pubblicò Say it loud, i’m black and i’m proud.

La società e le istituzioni, messe in discussione, reagirono. Nella seconda metà degli anni Settanta il movimento vide i propri leader arrestati, come Angela Davis, o fuggiti all’estero, come Stokely Carmicheal. L’FBI infiltrò le organizzazioni come il Black Panther Party, e ne indebolì l’impatto. Ma non fu solo per la repressione che il movimento si spense gradualmente, senza che alcuni gravi problemi che assillavano la popolazione nera venissero risolti.

Le canzoni dell’ambientalismo

A partire dai primi anni Sessanta, prima scienziati e politici e poi l’opinione pubblica cominciano ad accorgersi di come il progresso e lo sviluppo economico stiano incidendo sull’ambiente. La pubblicazione di Primavera silenziosa di Rachel Carson nel 1962 aprì un dibattito che portò alla creazione della prima legislazione in difesa della natura. Con questa crescente presa di coscienza dei danni che stava subendo l’ambiente, vengono composte dalla fine degli anni Sessanta le prime canzoni a tema ambientalista.

In ogni canzoniere italiano è presente Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, pubblicata nel 1967, canzone famosissima e prototipo della canzone ambientalista italiana. Il brano parla soprattutto della fine dell’Italia contadina, eliminata a forza di costruzioni per far spazio alla nuova Italia industriale, ma per raccontarne la fine il Molleggiato canta dell’espansione della città e della sparizione del verde.

Più consapevolmente ambientaliste sono Il vecchio e il bambino di Francesco Guccini ed Eppur Soffia di Pierangelo Bertoli del 1976. La prima è un racconto un po’ trasognato di un anziano che racconta a un bambino di come la pianura che stanno guardando fosse molto diversa qualche anno prima. L’avvento delle fabbriche e dei fumi delle ciminiere l’hanno drasticamente modificata, ma il bambino trova la descrizione del vecchio così diversa dalla propria realtà da prenderla per una fiaba. La seconda canzone invece è più didascalica e descrive gli effetti che il progresso stava avendo sulla natura. L’inquinamento dei fiumi e dell’aria e la minaccia nucleare erano ricondotte alla volontà di profitto di pochi, pronti a «ricoprire di fango anche le stelle» pur di arricchirsi.

La denuncia di qualcosa di inedito pervade questi brani, come anche Mercy, Mercy Me (The Ecology) di Marvin Gaye del 1971. La canzone si chiede dove siano finiti i cieli blu, ed elenca molti cambiamenti che la natura aveva subito in pochi anni. Si citano le radiazioni, grande paura di quegli anni, ma ad essere centrale è il ritornello: «Oh, things ain’t what they used to be. No, no». Le cose, il mondo, l’ambiente, non è più quello a cui eravamo abituati. In questo verso sta il senso di molte canzoni ambientaliste dell’epoca. La scoperta di come le cose stessero cambiando in peggio, e di come l’uomo ne fosse responsabile.

Sono preoccupazioni presenti in brani come Don’t go near the water dei Beach Boys e The Hungry Planet dei Byrds. Ma la canzone ambientalista per eccellenza dei primi anni Settanta è Big Yellow Taxi di Joni Mitchell. Loro hanno asfaltato un paradiso e ci hanno messo un parcheggio, hanno preso gli alberi e li hanno messi in un museo; si chiede al contadino di non usare il DDT per salvare uccelli e api. Ma anche in questo caso il ritornello è esplicativo: «Don’t it always seem to go, that you don’t know what you’ve got, till it’s gone» (Non sai quel che hai fino a che non lo hai perduto).

Il ritmo di (Nothing but) Flowers dei Talkin Heads del 1988 sembra in contrasto con quanto detto. Con un senso di leggerezza la band canta di un mondo in cui la natura si è impossessata nuovamente di centri commerciali e parcheggi e li ha ricoperti di fiori, e in cui l’uomo è stato costretto a tornare cacciatore e raccoglitore. Mentre tutto questo accadeva, la fine del nostro mondo, nessuno prestava molta attenzione: l’accusa non è più soltanto contro di loro ma contro tutta l’umanità. La canzone si chiude con un verso di paura e allarme: «Non lasciatemi qui, non mi so abituare a questo stile di vita».

Più drastiche sono le canzoni degli anni Novanta. Anche un brano pop come Earth Song, pubblicato nel 1995 da Michael Jackson, non racconta più di qualcosa che sta avvenendo, ma di qualcosa di già avvenuto e che l’uomo rischia di rendere irreparabile. Forse per rendere il video più gradevole per il grande pubblico, alla fine è stato inserito un senso di speranza, come se la terra cercasse di ribellarsi. Un vento spazza la terra, rialzando alberi abbattuti in Amazzonia e cacciando carrarmati e soldati, ma il senso di speranza non è del tutto supportato dal testo.

Un senso di speranza totalmente assente nella canzone di Tracy Chapman The Rape of the World. È un atto di accusa all’intera umanità: gli stupratori sono coloro che vogliono fare profitto, ma tutti noi siamo stati testimoni immobili dello stupro. Non si può più tornare indietro, il crimine si può fermare ma non guarire. E se nei primi anni Settanta le canzoni esortavano a interrompere i processi inquinanti per poter recuperare un mondo pulito, negli anni Novanta l’esortazione è a non compiere ulteriori danni prima che l’uomo sia costretto a pagarne ben peggiori conseguenze.