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Le canzoni dell’ambientalismo

A partire dai primi anni Sessanta, prima scienziati e politici e poi l’opinione pubblica cominciano ad accorgersi di come il progresso e lo sviluppo economico stiano incidendo sull’ambiente. La pubblicazione di Primavera silenziosa di Rachel Carson nel 1962 aprì un dibattito che portò alla creazione della prima legislazione in difesa della natura. Con questa crescente presa di coscienza dei danni che stava subendo l’ambiente, vengono composte dalla fine degli anni Sessanta le prime canzoni a tema ambientalista.

In ogni canzoniere italiano è presente Il ragazzo della via Gluck di Adriano Celentano, pubblicata nel 1967, canzone famosissima e prototipo della canzone ambientalista italiana. Il brano parla soprattutto della fine dell’Italia contadina, eliminata a forza di costruzioni per far spazio alla nuova Italia industriale, ma per raccontarne la fine il Molleggiato canta dell’espansione della città e della sparizione del verde.

Più consapevolmente ambientaliste sono Il vecchio e il bambino di Francesco Guccini ed Eppur Soffia di Pierangelo Bertoli del 1976. La prima è un racconto un po’ trasognato di un anziano che racconta a un bambino di come la pianura che stanno guardando fosse molto diversa qualche anno prima. L’avvento delle fabbriche e dei fumi delle ciminiere l’hanno drasticamente modificata, ma il bambino trova la descrizione del vecchio così diversa dalla propria realtà da prenderla per una fiaba. La seconda canzone invece è più didascalica e descrive gli effetti che il progresso stava avendo sulla natura. L’inquinamento dei fiumi e dell’aria e la minaccia nucleare erano ricondotte alla volontà di profitto di pochi, pronti a «ricoprire di fango anche le stelle» pur di arricchirsi.

La denuncia di qualcosa di inedito pervade questi brani, come anche Mercy, Mercy Me (The Ecology) di Marvin Gaye del 1971. La canzone si chiede dove siano finiti i cieli blu, ed elenca molti cambiamenti che la natura aveva subito in pochi anni. Si citano le radiazioni, grande paura di quegli anni, ma ad essere centrale è il ritornello: «Oh, things ain’t what they used to be. No, no». Le cose, il mondo, l’ambiente, non è più quello a cui eravamo abituati. In questo verso sta il senso di molte canzoni ambientaliste dell’epoca. La scoperta di come le cose stessero cambiando in peggio, e di come l’uomo ne fosse responsabile.

Sono preoccupazioni presenti in brani come Don’t go near the water dei Beach Boys e The Hungry Planet dei Byrds. Ma la canzone ambientalista per eccellenza dei primi anni Settanta è Big Yellow Taxi di Joni Mitchell. Loro hanno asfaltato un paradiso e ci hanno messo un parcheggio, hanno preso gli alberi e li hanno messi in un museo; si chiede al contadino di non usare il DDT per salvare uccelli e api. Ma anche in questo caso il ritornello è esplicativo: «Don’t it always seem to go, that you don’t know what you’ve got, till it’s gone» (Non sai quel che hai fino a che non lo hai perduto).

Il ritmo di (Nothing but) Flowers dei Talkin Heads del 1988 sembra in contrasto con quanto detto. Con un senso di leggerezza la band canta di un mondo in cui la natura si è impossessata nuovamente di centri commerciali e parcheggi e li ha ricoperti di fiori, e in cui l’uomo è stato costretto a tornare cacciatore e raccoglitore. Mentre tutto questo accadeva, la fine del nostro mondo, nessuno prestava molta attenzione: l’accusa non è più soltanto contro di loro ma contro tutta l’umanità. La canzone si chiude con un verso di paura e allarme: «Non lasciatemi qui, non mi so abituare a questo stile di vita».

Più drastiche sono le canzoni degli anni Novanta. Anche un brano pop come Earth Song, pubblicato nel 1995 da Michael Jackson, non racconta più di qualcosa che sta avvenendo, ma di qualcosa di già avvenuto e che l’uomo rischia di rendere irreparabile. Forse per rendere il video più gradevole per il grande pubblico, alla fine è stato inserito un senso di speranza, come se la terra cercasse di ribellarsi. Un vento spazza la terra, rialzando alberi abbattuti in Amazzonia e cacciando carrarmati e soldati, ma il senso di speranza non è del tutto supportato dal testo.

Un senso di speranza totalmente assente nella canzone di Tracy Chapman The Rape of the World. È un atto di accusa all’intera umanità: gli stupratori sono coloro che vogliono fare profitto, ma tutti noi siamo stati testimoni immobili dello stupro. Non si può più tornare indietro, il crimine si può fermare ma non guarire. E se nei primi anni Settanta le canzoni esortavano a interrompere i processi inquinanti per poter recuperare un mondo pulito, negli anni Novanta l’esortazione è a non compiere ulteriori danni prima che l’uomo sia costretto a pagarne ben peggiori conseguenze.

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Com’è nata la Giornata della Terra

Si celebra oggi in molti paesi del mondo la Giornata della Terra, una festa che promuove la protezione dell’ambiente. National Geographic racconta le origini di questa iniziativa, che risalgono al 1970.

La prima Giornata della Terra fu promossa negli Stati Uniti dal senatore del Wisconsin Gaylord Nelson, che aveva cercato invano di aumentare la sensibilità per le tematiche ambientali negli anni Sessanta. L’obiettivo dell’iniziativa era sensibilizzare i cittadini e la classe dirigente sulle tematiche ambientali,  e in particolare sulla necessità di combattere l’inquinamento. All’epoca le tematiche ambientali erano sostanzialmente assenti dall’agenda politica statunitense.

Un modello di mobilitazione per la Giornata della Terra furono le proteste contro la guerra in Vietnam che stavano riscuotendo grande successo in quegli anni negli Stati Uniti. La prima Giornata della Terra si tenne il 22 aprile 1970 e fu uno degli eventi che diede nascita al movimento ambientalista globale. Il primo importante risultato concreto della Giornata della Terra negli Stati Uniti fu la creazione dell’Agenzia federale per la protezione dell’ambiente, istituita alla fine del 1970.

Fonte dell’immagine: Ozarks Water Watch