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La vita di un volontario antifascista in Spagna

 

Ennio Tofoni fu tenore, impresario musicale e antifascista. Nacque nel 1904 a Fermo e la sua vita è stata strettamente intrecciata con la guerra civile spagnola, non soltanto perché vi partecipò come volontario a sostegno della Repubblica.

Le Marche di inizio secolo vedono la presenza di forti movimenti sociali, inquadrati in una regione dove ancora era forte l’influenza dei notabili legati allo Stato pontificio, passati in blocco al Regno d’Italia. Nato in una famiglia socialista, Tofoni crebbe immerso nelle lotte sociali di quegli anni. Nonostante le difficoltà economiche, ebbe un’infanzia serena, ma la sua vita peggiorò quando nacque e prese il potere il fascismo.

Per capire cosa spinse migliaia di uomini e donne – fino a ventimila – a raggiungere la Spagna quando nel luglio del 1936 i militari si ribellarono al governo, bisogna indagare le loro vite. Molti erano perseguitati dai propri paesi perché oppositori dei loro regimi, e avevano un passato di violenze subite e di fughe all’estero che li portò ad identificarsi con la Spagna repubblicana quando venne aggredita dai nazionalisti supportati dai fascismi internazionali. Ma i volontari non sono solo italiani o tedeschi, giungono da 53 paesi di tutto il mondo, e quindi questo non basta a spiegarlo. In generale è un amore per la libertà e la giustizia sociale a richiamare i volontari: la possibilità di combattere apertamente il fascismo per la prima volta e la possibilità di costruire un domani migliore è ciò che muove uomini e donne, spesso in condizioni di vita difficili, ad abbandonare tutto per aiutare la Repubblica spagnola.

Ennio Tofoni e la sua famiglia subirono bastonature e violenze fin da quando le squadracce fasciste comparvero nelle Marche. Vennero assaliti mentre manifestavano per i diritti dei lavoratori – i fascisti spararono sulla folla uccidendo alcuni manifestanti, ma i carabinieri arrestarono i manifestanti. Questa sensazione di impunità dei fascisti contribuì molto alla loro vittoria e alla demoralizzazione degli antifascisti.

Sono molti gli episodi che Ennio Tofoni ricorda nella sue memorie, inedite. Venne bastonato da alcuni fascisti di ritorno dalla Marcia su Roma. Si trovava in un cimitero, sulla tomba di un amico e compagno morto pochi giorni prima di malattia: la sua colpa era quella di essere andato a portare omaggio alla tomba di un anti-italiano. Alcuni fascisti lo andarono a cercare in un’officina che aveva aperto con alcuni suoi amici, il giorno del 1° maggio – erano stati costretti a lavorare dal committente dell’ordine, fascista a sua volta, che conoscendo le idee di Ennio voleva umiliarli facendoli lavorare nel giorno della Festa dei lavoratori. I fascisti fecero irruzione nel laboratorio spaccando gli attrezzi e malmenando i presenti; Ennio e un altro riuscirono a fuggire aprendosi un varco usando alcuni strumenti come armi. Scapparono per tutta la città coi fascisti alle calcagna, dovettero fuggire sui tetti e si salvarono soltanto perché a un certo punto i fascisti si ritennero soddisfatti di quanto fatto.

L’episodio più grave, tra i tanti, avvenne nella piazza principale della città di Montegranaro, nel 1926. Ennio si trovava con il padre e il fratello; vennero riconosciuti e circondati da una decina di fascisti locali, tra cui personaggi ben noti e nobili, che li pestarono a sangue. Fu davvero un pestaggio brutale: Ennio si ritrovò ferito da una coltellata, suo fratello Bruno venne ripetutamente colpito con un bastone, e anche il padre venne malmenato duramente. Mentre alcuni li tenevano fermi altri li picchiavano con i bastoni; quando si decisero a lasciarli andare vennero arrestati tutti e tre e gettati in una cella, dovettero aspettare ore prima di ricevere le cure di un medico.

Ennio cercò rifugio in Argentina, ma tornò in Italia nel 1927 per assistere alla morte del padre, causata dalle conseguenze del pestaggio. Continuava a occuparsi di politica ma si guardava bene dall’esprimere le proprie opinioni pubblicamente. Questo non servì a diminuire le attenzioni del regime nei suoi confronti. Nella prima fase del fascismo – quella estremamente violenta delle squadre – queste avevano il sostegno delle istituzioni; quando il fascismo prese il potere, la violenza divenne quella di un regime di polizia che impediva qualunque aspirazione agli oppositori politici.

Negli anni Trenta Ennio, sperando che in una città più grande e lontano dalle proprie terre sarebbe riuscito a nascondersi dal regime, si trasferì a Roma. Ma le cose non cambiarono. Gli venne ritirata la patente, perché avrebbe potuto usarla per fare propaganda, gli venne impedito di rilevare un impresa, gli venne impedito di seguire il suo sogno. Fin da bambino era stato appassionato di canto. Aveva cantato in sezioni del Partito socialista e negli oratori, anche se non era in regola con i sacramenti. A Roma, a costo di grandi sacrifici, aveva studiato canto al conservatorio e un importante maestro voleva farlo esordire in uno dei più importanti teatri romani, il Teatro reale dell’Opera. Anche questa volta il regime si oppose, Ennio non era iscritto né al PNF né alle Corporazioni. Molti amici avevano insistito con lui perché prendesse almeno la tessera del partito – una scelta, dicevano, semplicemente sull’opportunità. Per il tenore questo però era inconcepibile, non sarebbe riuscito a scendere a patti con il partito che lo aveva privato della libertà e malmenato così tante volte: la sua convinzione gli impedì di esordire a teatro. Frustrato, avrebbe detto lui, nell’animo e nel corpo, decise di abbandonare l’Italia e andare in Francia. Passò il confine clandestinamente e nel 1935 era a Parigi.

Nel frattempo la Spagna viveva anni di grande crisi e conflitti. Finita nel 1931 una dittatura militare, quella del generale Miguel Primo de Rivera, dopo la vittoria di una coalizione socialista e repubblicana nelle elezioni del 1931, il re fuggì dal paese e venne nominata una repubblica. Questa ebbe vita breve e travagliata. Dopo i primi due anni a guida delle sinistre, nel 1934 venne eletta una coalizione di centro-destra che represse i moti sociali e guardava al ritorno della monarchia. Nel 1936, il Presidente della Repubblica sciolse il parlamento pur di non nominare un governo guidato da una formazione, la CEDA, che non riconosceva la legittimità della Repubblica, e vennero indette nuove elezioni.

Il Fronte popolare ottenne la vittoria con un margine molto risicato, il 47,1% contro il 45,6% delle destre. Venne nominato un governo, ma il clima nel paese era incandescente. Formazioni di destra, come la Falange española, aggredivano i militanti delle sinistre, i quali si organizzavano per vendicarsi in un crescendo di violenza. Nei cinque mesi che precedettero la guerra civile, vi furono 262 morti, di cui 112 militanti di sinistra, 50 di destra, 19 della forza pubblica e 45 non identificati. I giornali della destra, in particolare cattolici, soffiarono sul fuoco, gridando al pericolo, chiedendo a gran voce l’arrivo di un governo autoritario che sapesse controllare le violenze.

Nonostante questo clima il governo approvò alcune importanti riforme, come quella agraria. Nel paese i conflitti sociali erano da anni molto forti; nel 1934 vi era stata una rivolta nelle Asturie che il governo di centro-destra aveva represso duramente. Il movimento anarchico era molto forte (il Fronte Popolare ottenne la vittoria anche grazie al suo invito alla non astensione), e le riforme sociali erano necessarie per la stabilità del paese. Ma i grandi latifondisti e le alte gerarchie ecclesiastiche erano contrari a ogni riforma e soffiarono sul fuoco delle violenze, fino a quando il 18 luglio alcuni generali, tra cui Francisco Franco, decisero di ribellarsi alla Repubblica e marciarono su Madrid. I generali ribelli erano stati allontanati dalla Spagna continentale e si trovavano alle Baleari e nel Marocco spagnolo.

Fin da subito lo scontro ebbe una portata europea che non poté essere ignorata. Italia e Germania si schierarono con gli insorti, lo stato italiano inviò una squadriglia di dodici aeroplani Savoia Marchetti per agevolare il passaggio dal Marocco alla Spagna dei militari, ma alcuni di questi aeroplani, sprovvisti di carburante, dovettero atterrare nel Marocco Francese e la stampa internazionale informò dell’appoggio italiano ai ribelli. E fin da subito migliaia di volontari accorsero in sostegno della Repubblica.

La vita di Ennio in Francia era migliorata: si guadagnava da vivere tra lezioni di canto e concerti, aveva cantato in importanti teatri francesi e parigini, aveva inciso dei dischi e aveva firmato da poco un contratto per inciderne altri e recitare in alcuni film. Ma quando seppe dell’insurrezione, si rivolse subito alle organizzazioni antifasciste con cui era in contatto fin dal suo espatrio per poter raggiungere Barcellona. Fu il PSI a fargli avere il passaporto, il nome di Enrico Belmonte, e farlo partire insieme ad altri italiani.

Visse da protagonista buona parte della guerra. Arrivato a Barcellona in una situazione di caos, dovuta anche alla riorganizzazione dello stato, venne arruolato dopo qualche giorno nella Primera columna, rimase per un breve addestramento alla caserma “Carlos Marx”e poi fu inviato al fronte. La sera prima di partire cantò alcune canzoni italiane e catalane per i suoi commilitoni.

Venne inviato sul fronte verso Saragozza e giunse nell’agosto del 1936 nella cittadina di Huesca. Il fronte repubblicano era povero di mezzi: i militari insorti lo avevano lasciato senza un apparato bellico, e gli alleati naturali, come il governo francese di Fronte popolare, non inviarono aiuti. Gran Bretagna e Francia si appellarono a un patto di non intervento firmato alla Società delle Nazioni – che Italia e Germania però non rispettavano. Solo nel 1938 l’URSS iniziò a inviare un qualche sostegno, ma i numeri non furono paragonabili a quelli dei fascismi internazionali. La scarsezza di mezzi portava i miliziani repubblicani a ingegnarsi per reggere lo scontro. Ennio, nelle sue memorie, ricorda le azioni della Batteria Fantasma: insieme al bolognese Nino Nanetti, avevano montato un piccolo cannoncino su un autocarro e con questo, senza farsi vedere dai ribelli, si avvicinavano alle linee nemiche e le colpivano. Il nome Batteria Fantasma venne dato dai giornali che sostenevano i ribelli.

Ennio racconta di atti eroici da parte dei miliziani, ma anche delle violenze a cui talvolta una parte di questi si lasciava andare. Violenti erano gli attacchi contro il clero quando non si schierava con la Repubblica. Alcuni preti che avevano sparato sui miliziani vennero fucilati. Molti, forse quasi un migliaio – ma il conto non può essere certo – furono i preti uccisi nei primi giorni della guerra civile. Lo stato repubblicano si stava riorganizzando; le milizie, composte da militanti e non organizzate da uno stato centrale, produssero questa situazione di violenza diffusa, che venne fermata dai dirigenti di tutti gli schieramenti non appena lo stato fu in grado di controllare la situazione. Dall’altro lato i franchisti portavano avanti la politica della limpieza, la pulizia sistematica di tutti i sostenitori della Spagna avversa. Quando le truppe franchiste conquistavano una città, l’ordine era quello di uccidere chiunque avesse sostenuto la Repubblica. Secondo le memorie di Ennio Tofoni, furono ottomila i repubblicani fucilati nella sola Malaga dopo l’ingresso dei ribelli.

Non è facile riorganizzarsi durante una guerra, tanto meno creare un esercito quando questo dovrebbe già essere schierato. Le milizie dei vari partiti fecero resistenze a unificarsi e costituire un coordinamento. In particolare anarchici e trozkisti temevano che unificarsi avrebbe significato non portare avanti la rivoluzione sociale ed essere messi nelle mani di forze che non volevano una società diversa. Temevano l’approccio dei comunisti e dei socialisti. Questi contrasti sfociarono in conflitti a fuoco per le vie di Barcellona, che lo stato represse, anche grazie ai dirigenti delle formazioni anarchiche che invitarono i più determinati dei loro schieramenti a lasciare le armi.

Nonostante la differenza di forze in campo i repubblicani non vennero spazzati via come i ribelli speravano. Ennio racconta di una resistenza spesso oltre lo stremo, nonostante la scarsezza di uomini oltre che di mezzi: bombardati dall’aviazione italiana e tedesca, i miliziani riuscivano a tenere le posizioni sul fronte di Saragozza. Ennio era inquadrato nella squadra delle telecomunicazioni, ovvero seguiva in prima linea i soldati per garantire le comunicazioni con il comando. Venne ferito più volte, venne fatto prigioniero e portato a Saragozza, dalla quale riuscì a scappare rocambolescamente. Ferito una seconda volta, dovette rimanere convalescente a Barcellona, dove tenne dei concerti per raccogliere denaro.

Venne anche inviato in Francia, dove poté constatare come il clima verso la Repubblica era cambiato. Venne arrestato alla frontiera, gli venne dato un foglio di via entro venti giorni e dovette rientrare clandestinamente in Spagna. Qui trovò una situazione sempre peggiore. Nonostante atti eroici – come la battaglia di Guadalajara, nella quale i fascisti italiani si videro respingere l’attacco con cui pensavano di entrare facilmente a Madrid – la guerra volgeva al peggio. Senza aiuti e senza sostegno internazionale, senza un esercito regolare e con gli avversari che potevano disporre di importanti mezzi militari, la sorte della Repubblica era segnata.

L’ultimo tentativo di resistere fu la battaglia del fiume Ebro, tra Valencia e Barcellona. I repubblicani sferrarono un attacco, inizialmente vittorioso, lungo il fiume, ma la superiorità di mezzi avversari li sconfisse nuovamente. La stessa cosa accadde sul fronte di Saragozza, coi franchisti che penetrarono nei Paesi baschi, dove fucilarono i preti che si erano uniti alla Repubblica, e per non essere accerchiati i miliziani iniziarono la ritirata.

Nel gennaio del 1939 Ennio si trovava di nuovo a Barcellona, pronto a lasciare il paese. La fuga dalla Spagna è il racconto di altre e tremende vessazioni. L’aviazione italiana bombardava sistematicamente la colonna in fuga, composta da militari e civili. La Francia non aprì immediatamente il confine e lasciò ammassate lì migliaia di persone. Quando i fuggiaschi riuscirono a varcare i Pirenei, non trovarono nessun aiuto. Dovettero camminare per venti chilometri, nel freddo invernale, senza trovare strutture dove ripararsi o che distribuissero cibo. Giunti finalmente a Port Vendre, vennero accolti in un ospedali e curati, dopodiché inviati in campi di concentramento nei quali furono dimenticati. Ennio trascorse in uno di questi, Perpignan, forse un anno. Quando ne uscì, nel 1940 si trovò coinvolto nella seconda guerra mondiale, aderì alla resistenza francese e vi combatté fino alla vittoria.

Dopo la fine della guerra, rientrò per un breve periodo in Italia, per poi stabilirsi fino alla metà degli anni Settanta in Francia, dove lavorò come cantante e impresario. Rientrato in Italia, si stabilì fino alla morte a Porto San Giorgio, nelle Marche. Ricordò sempre le sue avventure in Spagna; nelle sue memorie vuole spiegare “Il Motivo”, in maiuscolo nel testo, che lo spinse ad andare in Spagna.

 

Le canzoni della fronda antifascista

“È nefando e ingiurioso per la tradizione e per la stirpe riporre in soffitta violini e mandolini per dare fiato a sassofoni e percuotere timpani secondo barbare melodie che vivono soltanto per le effemeridi della moda. È stupido, ridicolo e antifascista andare in sollucchero per le danze ombelicali di una mulatta o accorrere come babbei ad ogni americanata che ci venga da oltreoceano”

scriveva così Carlo Ravasio in un editoriale del Popolo d’Italia del 30 marzo 1928.

Il fascismo ebbe un rapporto complicato con la musica. Se da un lato vi erano i suoi inni politici che ne esprimevano l’ideologia, come Giovinezza, dall’altro la censura musicale fu in quegli anni molto attiva. Venne prima limitata e poi impedita la trasmissione di brani di musica straniera. A parte un breve periodo tra il 1936 e il 1937, il jazz, considerato una musica negroide quindi inferiore, venne escluso dalle trasmissioni dell’EIAR. Questa esclusione causò un ritardo nell’evoluzione della musica italiana, che produsse canzoni melodrammatiche, sullo stile della musica napoletana, fino alla fine degli anni Cinquanta.

Ciononostante la musica rimase un ambito nel quale la sotterranea opposizione al regime emerse sporadicamente, come mostra l’intensa attività della censura fascista e dell’OVRA, la polizia segreta fascista. La musica esprime quello che alcuni storici definiscono antifascismo esistenziale. Eliminate le opposizioni e coinvolta nelle adunate la popolazione, questo non significò un’adesione indiscriminata al regime, rimanevano delle sacche di resistenza, nascoste e protette ma presenti. Un’opposizione che non riusciva a organizzarsi, ma irriducibile proprio perché pre-politica, legata a uno spazio personale, intimo.

Un’ora sola ti vorrei è un brano del 1938, composto da Umberto Bertini. In molte denunce all’OVRA il significato di questo brano veniva distorto e cantato agli onnipresenti ritratti del Duce. La canzone è a tema amoroso e il testo recita: “Un’ora sola ti vorrei per dirti quello che non sai”; alcuni italiani parlando così al Duce parlavano della propria distanza dal regime, che non si poteva esprimere eppure era presente. Questo è un esempio di quel tipo di antifascismo che viene definito esistenziale.

Diverse sono invece le Canzoni della Fronda, ovvero canzoni che per il loro testo nonsense o ambiguo si prestavano a un uso antifascista. Mario Panzeri, uno dei grandi parolieri della canzone italiana che dopo la guerra compose canzoni celeberrime come Papaveri e papere e Una casetta in Canadà – anche queste rivolte ironicamente alla situazione politica italiana – venne convocato dalla censura fascista dopo che alcuni studenti avevano affisso alcuni versi della sua canzone Maramao perché sei morto ai piedi del monumento in costruzione al gerarca Costanzo Ciano a Livorno. Anche se l’autore negò, e lo negò anche dopo la guerra, il contenuto antifascista del testo, dopo questo evento la canzone venne bandita per qualche mese dalle trasmissioni EIAR e la sua interpretazione popolare rimase quella antifascista.

Stessa sorte nello stesso anno ha un’altra canzone di Panzeri, Pippo non lo sa, che la censura vede rivolta a Achille Starace, segretario del PNF, e agli altri gerarchi fascisti. In questo caso le allusioni sembrano più chiare, le divise fasciste diventano nella canzone lo strambo modo di vestire, e l’atteggiarsi in queste finte uniformi da parte dei gerarchi viene canzonato nel testo. Le canzoni hanno influenze jazz, per quanto la creatività dei musicisti non potesse spingersi oltre, e sono tra le migliori produzioni di quel periodo in Italia, tanto che soprattutto la seconda ebbe un discreto successo anche all’estero.

Nel 1940 le nubi della guerra si addensano sull’Europa. La guerra è in atto, anche se pare stia per finire celermente con una vittoria tedesca, e sappiamo quel che significa per l’Italia. Renato Rascel canta “è arrivata la bufera”, il brano allude all’arrivo della guerra e mostra come non tutto il popolo italiano fosse convinto di un buon esito dell’avventura militare. La bufera è la guerra che come l’acqua scende dal cielo, forse involontario richiamo ai bombardamenti nella metafora, e colpisce tutti siano belli siano brutti, siano vecchi o sian bambini, metà prezzo ai militar. Con un tono ironico classico, Rascel canta della paura che la guerra provocava nel popolo italiano. Sempre nel ’40 viene bandito il brano Silenzioso slow, conosciuto come Abbassa la tua radio, la censura teme che dietro queste parole sia nascosto un incentivo ad ascoltare Radio Londra, che trasmetteva notizie contrarie al regime.

La mia canzone nel vento, ebbe lo stesso trattamento di Un’ora sola ti vorrei. In questo caso, siamo nel 1942, la fatica della guerra è appena all’inizio, ma è abbastanza per consumare la frattura definitiva tra la popolazione e il regime. Le denunce raccontano di persone che cantano il ritornello, di Crivel nella registrazione, al Duce e lo modificano da “Vento portami via con te” in “Vento, vento portalo via con te”.

E sempre nello stesso anno l’attenzione della censura cadde su un altro brano di Panzeri, Il Tamburo della banda d’Affori. Nel ritornello si dice di un capobanda che comanda 550 pifferi, e proprio 550 era il numero dei rappresentanti nella Camera dei Fasci e delle Corporazioni, quel tamburo quindi sarebbe potuto essere Mussolini. Altri dettagli richiamano questa idea, il capobanda ha un’uniforme con i bottoni d’oro cioè un’alta uniforme come quelle che indossava talvolta il Duce, è un rubacuori, come era noto esserlo Mussolini; la banda arriva con i bastoni a penzoloni , come facevano le squadracce. Sono riferimenti, assonanze, non è una canzone di aperta protesta. La seconda strofa prende un significato solo se viene interpretata in questa direzione. Presa letteralmente pare quasi non avere significato, interpretata come una canzone sottilmente antifascista ne acquista molto di più. Il cantante non procede oltre seguendo la banda, il capobanda/Mussolini ha il piede sul binario ma non si sposta mentre sta arrivando un tram, che potrebbe rappresentare la guerra e la sconfitta ma anche la rivolta del popolo italiano, che infatti una volta che viene fatto fermare il tram, scende e non segue più il capobanda. Il popolo si allontana da quel Duce che gli aveva fatto battere il cuor. Il 1942 si può considerare l’ultimo anno del regime fascista, poi vi saranno la deposizione di Mussolini, l’armistizio e la sopravvivenza della RSI solo grazie all’appoggio tedesco.

I malumori, quell’antifascismo esistenziale di cui parlano alcuni storici, che queste canzoni ma ancora di più il loro utilizzo mostrano, sono le radici della Resistenza. Il regime fascista riuscì a sconfiggere le opposizioni e intimidì gli antifascisti, ma non riuscì a spezzarne la presenza, quella linea sottile e sotterranea di opposizione è quella che porterà all’esplosione resistenziale.