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Le voci della resistenza greca ai colonnelli: 1967-1974

Comincia oggi la nuova stagione di Notabilia, un programma sulla storia e la musica trasmesso due volte al mese su Radio Ca’ Foscari e curato dal Mondo Contemporaneo assieme a Diacronie. Qui si può ascoltare il podcast della prima puntata, realizzata da Jacopo Bassi, mentre sul sito di Diacronie si trovano una serie di materiali di approfondimento. La prossima puntata andrà in onda giovedì 2 marzo. 

Tre funerali sono legati da un filo rosso e fanno da sfondo a questa storia della Grecia dei colonnelli; due si svolgono prima della presa di potere da parte della giunta militare e l’ultimo si celebra a due anni di distanza dalla caduta del regime.

Il primo funerale è quello di Gregoris Lambrakis, il 28 maggio 1963. Lambrakis – lo Z. del romanzo di Vassilikos – rappresenta un monumento per la Grecia democratica: medico, ex atleta, sostenitore del pacifismo e personaggio di grandissimo carisma. Il suo omicidio è il primo eclatante segnale di come le forze eversive di destra siano in grado di operare incontrastate fino ad assassinare un uomo politico, un esponente politico di spicco della sinistra. Il primo ministro Konstantinos Karamanlis a seguito dell’omicidio si spinge ad affermare che quanto avvenuto non è responsabilità del governo; successive indagini dimostrano invece come i vertici della polizia e dell’esercito siano coinvolti nell’attentato: gli eventi lo portano a rassegnare le dimissioni.

Il secondo funerale è quello di Sotiris Petroulas, il 23 luglio 1965. Petroulas è uno studente di economia, un membro del Movimento democratico giovanile Lambrakis, fondato dal compositore Mikis Theodorakis in onore dell’amico scomparso due anni prima. Nella notte fra il 21 e il 22 luglio 1965 Sotiris Petroulas viene ucciso durante gli scontri che seguono una manifestazione di piazza. Quella sera Sotiris Petroulas scorta sul palco Theodorakis, che deve parlare ai Lambrakides. Interviene però la polizia per sgombrare la piazza dai manifestanti: Petroulas viene arrestato e muore mentre è in mano alle forze di polizia. La versione ufficiale attribuisce la morte a un’asfissia causata dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine, ma diversi dubbi sulla veridicità di questa versione – acuiti dal rifiuto della polizia di consentire l’autopsia sul cadavere – sono stati sollevati dalla famiglia di Petroulas e dai militanti del Movimento. Theodorakis dedica a Petroulas una canzone, che entrerà a far parte del repertorio di canzoni anti-regime. Anche il governo appena nominato, quello di Georgios Athanasiadis-Novas è costretto a dimettersi (non ottiene la fiducia del parlamento). La morte di Petroulas evidenzia la brutalità degli apparati di polizia, ma anche la fragilità politica del sistema ellenico; proprio questa debolezza strutturale, unita al pericolo di una vittoria del partito centrista di Papandreu – che avrebbe formato un governo di coalizione con la compagine di sinistra dell’EDA – porta al colpo di stato del 21 aprile 1967. Un golpe militare di carattere “preventivo”, volto ad arginare il “pericolo comunista”.

Il regime autoritario che si instaura, una giunta militare guidata dal colonnello Papadopoulos, si macchia delle peggiori violazioni dei diritti umani. Le responsabilità del sostegno ai militari gravano tanto sulle spalle del re Costantino, quanto su quelle della diplomazia e dei servizi segreti statunitensi, che già dal 1966 avevano in animo di far scattare un golpe, il piano Prometheus. Uno dei compiti principali che la giunta militare ellenica dichiara di voler perseguire – oltre a quello di allontanare il rischio di possibili derive socialiste del paese – è quello di risollevare l’economia: una ragione evidentemente pretestuosa guardando agli indicatori economici. I modesti risultati economici di Papadopoulos vengono conseguiti all’interno di un sistema autoritario con pochi equivalenti in Europa; al giornalista di Le Monde Marc Marceau, che in un primo momento tenta di descriverne i successi (successivamente cambierà opinione sino a curare un volume collettaneo sulla Grecia dei colonnelli), Theodorakis dedicherà una sferzante canzone “di ringraziamento”.

La politica dei colonnelli è basata sull’esaltazione della civilizzazione ellenico-cristiana: il connubio fra nazionalismo e tradizione religiosa. Gli artisti di sinistra come Theodorakis – ma lo stesso Savvopoulos – sono considerati agitatori e sovversivi: come tali vengono imprigionati e, nel caso di Theodorakis, la loro musica viene censurata.

La repressione è quotidiana e la resistenza diviene consistente, soprattutto fuori dai confini nazionali: grazie anche all’impegno di numerosi intellettuali, riesce a muovere l’opinione pubblica mondiale. Alexandros Panagulis diviene un simbolo della resistenza: nell’agosto 1968 tenta di porre fine all’esperienza della giunta militare organizzando un attentato a Papadopoulos. Il suo tentativo fallisce e Panagulis viene imprigionato e condannato a morte. La condanna alla pena capitale si trasformerà poi in una pena detentiva. Dal carcere – attraverso la sua resistenza, l’atteggiamento che tiene durante il processo, la sua eroica decisione di rifiutare di confessare i nomi dei suoi complici anche sotto tortura, le sue poesie (diffuse clandestinamente) – la sua lotta si trasformerà nel miglior manifesto per la Grecia libera, che lotta contro il regime militare.

L’economia greca, malgrado l’apporto fornito da un settore del turismo in espansione (a dispetto dei boicottaggi), entra in crisi. Nel 1973 Papadopoulos sfugge a un primo tentativo di colpo di stato portato avanti dalla Marina e sostenuto da re Costantino, in esilio dal 1967; Papadopoulos decide allora di far votare – attraverso un referendum costituzionale – il cambiamento della forma di governo. Costantino viene così dichiarato decaduto e il 1° giugno 1973 Papadopouolos diviene presidente della repubblica. È però costretto a cercare di “normalizzare” il sistema e a cercare un’alleanza con la vecchia classe dirigente: per fare ciò è necessario incanalare il regime – almeno formalmente – verso un ritorno – alla democrazia. È l’avvio della metapoliftesi.

Per dare dimostrazione di un cambiamento di rotta, Papadopoulos concede l’amnistia a Panagulis, che viene liberato nell’agosto del 1973. Il mese successivo Markezinis viene nominato primo ministro, dietro la richiesta di poter agire senza interferenze da parte della giunta e con la garanzia che la censura e la legge marziale sarebbero state abolite. Il nuovo corso di Papadopoulos ha però vita breve: le proteste studentesche, che si susseguono da mesi, culminano nell’occupazione del politecnico di Atene. Nella notte del 17 novembre l’esercito farà irruzione all’interno dell’università e metterà in pratica uno sgombero violento dei locali. Gli scontri che seguiranno porteranno alla morte di 24 persone. Il destino di Papadopoulos è segnato: otto giorni dopo l’assalto al politecnico, il generale Ioannidis, attraverso un colpo di stato, lo destituisce. L’ultimo atto della giunta militare è l’appoggio ad un altro colpo di stato: quello ordito a Cipro dall’organizzazione terroristica greco-cipriota EOKA B con l’intento di destituirne il presidente, l’arcivescovo Makarios.

Il golpe cipriota sortirà l’effetto di provocare l’invasione di una porzione dell’isola da parte delle truppe turche e condurrà la Grecia sull’orlo della guerra con la Turchia. Ioannidis verrà a sua volta destituito e, nel luglio del 1974 il regime dei colonnelli avrà finalmente termine. A Konstantinos Karamanlis, richiamato dall’esilio, verrà affidato il compito di presiedere un governo civile che possa portare ad elezioni democratiche.

Rimosso il regime rimane il problema dell’accertamento delle responsabilità dei civili che ebbero parte attiva nei crimini perpetrati durante quegli anni. Alexandros Panagoulis, eletto deputato, proseguirà con ostinazione una battaglia per cercare la verità e gli elementi in grado di far condannare i fiancheggiatori del regime dei colonnelli. Panagulis riesce ad entrare in possesso delle carte che inchiodano importanti personaggi della destra ellenica: attraverso quei documenti può dimostrare i legami dei politici con i militari, con la CIA e il loro ruolo nel colpo di stato. Tenta quindi di renderli pubblici: in un primo momento lo fa attraverso il giornale Ta Nea (di proprietà di Christos Lambrakis). Ma il Ministro Averoff – il suo principale oppositore e l’uomo più coinvolto dai documenti di cui è in possesso – ottiene che la magistratura ne blocchi la pubblicazione. Panagulis si gioca quindi l’ultima, per lui fatale fatale, carta: il 3 maggio 1976 ha intenzione di rivolgere un’interrogazione parlamentare al primo ministro Karamanlis, consegnando direttamente nelle sue mani quei documenti. Ma in Parlamento, il 3 maggio, Panagulis non arriverà mai perché cade vittima di un misterioso incidente automobilistico nella notte del 1° maggio portando con sé la speranza di vedere fatta giustizia.

Il terzo funerale di questo fil rouge è proprio quello di Alexandros Panagulis, che si tiene il 5 maggio 1976 ad Atene, a cui prende parte più di un milione di persone.

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Le altre volte che abbiamo (quasi) fatto la fine della Grecia

Se si prova a scrivere su un motore di ricerca «fare la fine della Grecia» escono migliaia di articoli nei quali si ammonisce l’Italia a fare le riforme necessarie per evitare di ritrovarsi nella situazione greca. Non è la prima volta, nella storia d’Italia, in cui viene usato questo spauracchio.

La prima volta fu nella seconda metà degli anni Quaranta. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia si avviò alla democrazia con il referendum istituzionale e le elezioni dell’Assemblea costituente del 1946. Il Partito Comunista aveva sostenuto un grande sforzo durante la Resistenza ed era molto forte. Una parte della sua base cullava il sogno di completare l’azione resistenziale trasformandola in azione rivoluzionaria. A questa posizione si opponevano però i dirigenti del partito, che avevano adottato la linea della “democrazia progressiva”: la conquista dei diritti e la nazionalizzazione di alcune industrie sarebbe dovuta avvenire all’interno del sistema democratico liberale.

Non fu facile fare accettare questa linea alla base del partito. Le difficoltà economiche creavano grandi tensioni sociali, e l’estromissione delle sinistre dal governo sembrava spingere nella direzione di un nuovo governo autoritario. Per convincere quella parte del partito che sperava di «fare come in Russia» – e che in alcuni casi deteneva ancora le armi delle brigate partigiane – si spiegò che l’Italia era inserita in un gioco internazionale. Iosif Stalin aveva preso accordi strategici con i paesi occidentali, ma non si stava rinunciando a un futuro di equità sociale. Un’azione rivoluzionaria avrebbe condotto l’Italia a «fare la fine della Grecia».

Anche in Grecia durante la guerra c’era stato un importante movimento di resistenza antinazista. Tuttavia, il movimento non aveva avuto un coordinamento unitario, e i vari gruppi che vi partecipavano erano in concorrenza e talvolta in conflitto tra loro. Dopo la fine dell’occupazione nazista il Partito Comunista (KKE) e gli altri partiti di sinistra decisero di boicottare le elezioni e di non riconoscere il referendum che aveva confermato la monarchia. Scoppiò una guerra civile, ma grazie al sostegno degli Stati Uniti al governo e al mancato appoggio dell’Unione Sovietica al KKE, i comunisti furono sconfitti e nel 1949 vennero messi fuorilegge.

In una seconda occasione l’Italia, la sinistra  in particolare, ebbe paura di «fare la fine della Grecia». Nel 1967 ad Atene venne instaurata la “dittatura dei colonnelli”, e il colpo di stato fascista colpì molto l’opinione pubblica italiana. La destra più reazionaria scese in piazza urlando «Ankara, Atene, domani Roma viene», auspicando l’avvento di una dittatura e suscitando echi in parlamento e su giornali come Il Borghese. La sinistra invece iniziò a temere il pericolo di una svolta reazionaria anche in Italia: vi furono le rivelazioni sul Piano Solo, e molti erano convinti che la NATO e gli USA avessero in qualche modo sostenuto il colpo di stato in Grecia. Quando, il 12 dicembre 1969, esplose la bomba a Milano in Piazza Fontana, quel pericolo venne percepito come una minaccia sempre più concreta e reale. «Fare la fine della Grecia» avrebbe significato ritrovarsi schiacciati da una dittatura di stampo fascista, con i comunisti cacciati e ricercati.