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Le canzoni dei Troubles

Clicca qui per ascoltare il podcast della puntata di Notabilia che abbiamo dedicato ai Troubles. 

La storia dell’Irlanda del Nord è stata travagliata e violenta. A partire dal 1966, nelle sei contee del Regno Unito situate nella punta nord-orientale dell’isola si è sviluppata una lotta senza quartiere tra i militari inglesi e i militanti repubblicani, e tra questi e i militanti unionisti. La musica ha scandito alcuni dei passaggi di questa lotta. A partire dall’inizio. Dagli anni Cinquanta infatti, all’interno di un’internazionale riscoperta delle sonorità della tradizione popolare, nasce quello che viene definito Irish Folk Revival.

Le canzoni della tradizione popolare irlandese vengono riscoperte e riprese da gruppi come i Chieftains, i Dubliners, ma anche da gruppi statunitensi con origini irlandesi come i Clancy Brothers and Tommy Makem. All’interno di queste canzoni vi sono le celeberrime Irish Rebel Songs, o Irish Rebel Ballads. Una di queste è Rising of the Moon, che ricorda l’insurrezione degli United Irishmen del 1798.

La riscoperta di questi brani si accompagnava a una rivendicazione di identità dei cittadini cattolici e repubblicani del Nord Irlanda. Questi vivevano delle vere e proprie discriminazioni, faticavano a trovare lavoro, a vedersi assegnate le case popolari, e le circoscrizioni elettorali erano disegnate per limitarne la forza elettorale. Per questo nel 1966 venne fondata la Northern Ireland Civil Rights Association, che si batteva per il riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini nordirlandesi. Non è un caso che una delle canzoni cantate alle marce della NICRA fosse We Shall Overcome, come nelle marce per i diritti civili degli afroamericani negli USA. Il contesto non era molto differente.

Il conflitto divenne subito un conflitto violento, le marce dei repubblicani venivano attaccate dai poliziotti della RUC, la polizia nordirlandese composta prevalentemente da protestanti, e dai paramilitari lealisti e unionisti, ovvero che volevano rimanere legati al Regno Unito. Diverse furono le giornate di lunghi scontri tra manifestanti e polizia, come il 5 ottobre 1968 oppure il 12 agosto 1969. Il 30 gennaio 1972 è la famosa Bloody Sunday: a Derry, durante una marcia per i diritti civili, una divisione di paracadutisti inglesi aprì il fuoco sui manifestanti pacifici uccidendo 14 persone. La strage colpì molto anche l’opinione pubblica internazionale. Yoko Ono e John Lennon dedicarono due canzoni, sempre nel 1972, alla questione: la prima proprio alla denuncia della strage, Sunday Bloody Sunday, e l’altra più direttamente al conflitto, The Luck of Irish. Anche Paul McCartney con il suo nuovo gruppo, gli Wings, sentì il bisogno di cantare del conflitto in Nord Irlanda con il brano, sempre del 1972, Give Ireland back to the Irish. Gli artisti sapevano che le loro canzoni non sarebbero state accolte bene, entrambe subirono una sorta di censura che non le fece trasmettere dalle radio inglesi. Il fratello del chitarrista degli Wings, che viveva in Nord Irlanda, venne picchiato per rappresaglia.

Dopo le continue aggressioni alle marce repubblicane, una parte dell’Irish Republican Army ritenne che non fosse stato fatto abbastanza per proteggere i repubblicani del Nord Irlanda. Alla fine degli anni Sessanta si giunse quindi a una scissione dell’IRA in Official IRA, che nel conflitto ebbe un ruolo marginale, e Provisional IRA, protagonista di azioni e attentati contro l’esercito inglese e le forze protestanti. Il conflitto divenne sempre più violento, coinvolgendo anche i civili: una divisione dell’Ulster Volunteer Force, dei paramilitari unionisti, torturò e uccise tra il 1972 e il 1977 23 cittadini repubblicani, non legati all’IRA. A metà degli anni Settanta il conflitto si estese alle carceri, che pullulavano di prigionieri politici, soprattutto repubblicani. Nel 1976 il governo decise di togliere ai militanti lo status di prigionieri politici, e questi per risposta iniziarono la blanket protest, ovvero si rifiutarono di indossare le uniformi dei criminali comuni, rimanendo nudi con una coperta non potendo indossare altro. Le violenze aumentarono, anche per la decisione dell’IRA di colpire i secondini fuori dalle carceri, e dopo due anni i prigionieri iniziarono la dirty protest, ovvero si rifiutarono di recarsi nelle docce, dove subivano le violenze delle guardie carcerarie. Non riuscendo a ottenere risultati passarono allo sciopero della fame. Un primo iniziò alla fine del 1980 e durò per 53 giorni, sospeso quando sembrava che il governo britannico avesse accettato un dialogo. Ma nel gennaio del 1981, quando fu chiaro che il governo non avrebbe ceduto, ne iniziò un secondo. Lo iniziò Bobby Sands, Officer Commanding dell’IRA nel carcere di Long Kesh, e durò fino al 20 agosto. Durante lo sciopero morirono dieci prigionieri, tra cui Bobby Sands stesso. “Marcella” era il nome in codice che Sands usava nell’IRA.

La fase più acuta del conflitto furono gli anni Ottanta, sopratutto il quinquennio 1988-1993. Gli scontri furono sempre più violenti: da una parte il governo Thatcher che rifiutava ogni dialogo, come durante gli scioperi della fame, dall’altra l’IRA che aumentava la portata del conflitto e lo portava in Inghilterra e in Europa, con gli attacchi alle basi militari inglesi in Germania. Quando fu chiaro che l’IRA, sostenuta anche da Gheddafi, era molto ben armata e pronta allo scontro, iniziarono alcuni colloqui che portarono, non senza difficoltà, all’accordo del Venerdì Santo del 1998, con il quale è iniziata una fase di risoluzione politica dello scontro che ancora oggi resiste pur tra molte tensioni.

La seconda guerra mondiale in Europa non finì l’8 maggio 1945

Si celebra in questi giorni il settantesimo anniversario della fine della seconda guerra mondiale in Europa. La data è quella dell’8 maggio, il giorno in cui la Germania firmò la resa incondizionata agli Alleati. Tuttavia, non è che dal 9 maggio in poi l’Europa si ritrovò in una situazione di pace: gli strascichi violenti della guerra proseguirono anche nei mesi e negli anni successivi, un po’ in tutta Europa.

La storia del periodo immediatamente successivo alla conclusione officiale della guerra in Europa è stata molto trascurata fino a pochi anni fa. È una storia poco edificante, che stride con le narrazioni dominanti e con le mitologie costruite dagli stati democratici emersi dopo la guerra. Il primo grande studio della storia d’Europa tra il 1944 e il 1949 è stato pubblicato in italiano nel 2013: scritto da Keith Lowe, si intitola Il continente selvaggio (Laterza).

Sono tre i grandi fenomeni messi in luce da Lowe: la vendetta, la pulizia etnica, e la guerra civile. La vendetta colpisce gli sconfitti: i nazisti, i tedeschi, i fascisti, i collaborazionisti. Si tende a identificare nazisti e tedeschi, e dunque a colpire i tedeschi in quanto tali, indipendentemente dal loro ruolo e dalle loro convinzioni politiche. Si tende innanzitutto a colpire le donne tedesche, vittime di stupri di massa da parte delle truppe di occupazione. L’uso dello stupro come mezzo di umiliazione e vendetta fu in realtà diffuso un po’ ovunque in Europa, tanto che Lowe sostiene che nelle fasi finali del conflitto «si verificarono più stupri che durante ogni altra guerra della storia».

Altre storie di vendetta sono quelle degli ebrei che vogliono colpire la popolazione tedesca. Ci sono dei gruppi di ebrei che organizzano avvelenamenti di massa – progettano anche un’operazione, non riuscita, per avvelenare gli acquedotti di cinque città della Germania. I prigionieri di guerra tedeschi sono ridotti in condizioni simili a quelle in cui erano stati tenuti gli ebrei nei campi di concentramento. In molti casi i prigionieri sono tenuti a gruppi di decine di migliaia in alcuni grandi prati recintati, senza nessun tipo di riparo o servizio: in campi come quello di Bad Kreuznach c’era un solo rubinetto d’acqua per tutti i 56.000 uomini reclusi. Molti tedeschi fatti prigionieri dai sovietici sono deportati nei gulag, e vi rimangono fino al 1950, in alcuni casi addirittura fino al 1957.

La pulizia etnica riguarda soprattutto l’Europa centro-orientale, dove ancora prima della guerra convivevano molte etnie differenti. Avvengono enormi spostamenti di popolazioni, a partire dalla fuga o dall’espulsione degli ebrei sopravvissuti. I cambiamenti di confine tra la Germania, la Polonia e l’Ucraina (in tutti e tre i casi, i confini traslano verso occidente) comportano lo spostamento di milioni di persone, spesso accompagnati da violenze e soprusi. I polacchi vengono espulsi dall’Ucraina, e soprattutto i tedeschi vengono espulsi con grande violenza dalle regioni che sono entrate a far parte della Polonia.

La guerra civile si manifesta in tre contesti diversi. Uno è quello dei paesi occidentali come l’Italia o la Francia, dove vengono uccisi decine di migliaia di fascisti e collaborazionisti. Stando a Lowe, «la violenza del dopoguerra nell’Italia del Nord fu molto peggiore che nel resto dell’Europa occidentale», fece tra le 12.000 e le 20.000 vittime. Un altro contesto di guerra civile è quello della Grecia, dove scoppia un vero e proprio conflitto su larga scala.

Lowe parla poi della guerra che scoppia nell’Europa orientale contro l’affermazione dell’egemonia sovietica su quelle regioni. In Polonia, in Ucraina e nei paesi baltici si forma un massiccio movimento di resistenza armata contro i sovietici, la cui storia è rimasta ampiamente sconosciuta in Europa occidentale. Per più di dieci anni, centinaia di migliaia di partigiani nazionalisti lottano contro i sovietici, con decine di migliaia di vittime da entrambe le parti. Il conflitto contro i sovietici fu particolarmente duro nell’Ucraina occidentale.

Oltre a queste storie di vendetta e di violenza, ci sono poi innumerevoli storie di miseria e distruzione. I tedeschi che sono rimasti senza casa a causa della distruzione delle loro città sono fra i 18 e i 20 milioni. Tantissimi bambini hanno perso i genitori, anche in Italia: a Milano, Roma e Napoli nel 1946 ci sono ancora 180.000 bambini vagabondi. La fame è una realtà diffusa, tanto che c’è chi mangia i cani o l’erba – a Napoli vengono rubati pure tutti i pesci tropicali dell’acquario cittadino.

Secondo Lowe, la ragione per cui la conclusione ufficiale della guerra mondiale fu seguita da tanta violenza in tutta Europa era che «la seconda guerra mondiale […] non fu solo un conflitto tradizionale per il territorio: fu simultaneamente una guerra per la razza, e una guerra fra ideologie, e si intrecciò con una mezza dozzina di guerre civili combattute per ragioni puramente locali. Poiché i tedeschi erano solo un ingrediente di questo ampio fascio di conflitti diversi, è chiaro che la loro sconfitta non poteva portare alla fine della violenza».