Archivi tag: Italia

La musica nell’Italia del Boom

 

L’Italia del 1958 è un paese che si sta accorgendo di essere all’inizio di una nuova fase della propria storia. Quello che è conosciuto come “boom economico” e poi come “miracolo economico” è un momento in cui non solo il paese accelera economicamente, ma si trasforma anche dal punto di vista socio-culturale.

Non è un caso, forse, che proprio nel 1958 a vincere San Remo sia Nel Blu dipinto di Blu di Domenico Modugno, il brano simbolo della fine degli anni Cinquanta in Italia. Una canzone che rompe completamente con la tradizione precedente, sia nei contenuti che nello stile. Fino a quel momento era ancora forte nella vita culturale e nella morale comune il peso che aveva avuto il regime fascista. Un paese che era bloccato nella contrapposizione netta tra comunisti e anticomunisti, e  che produceva una musica ancora fortemente legata agli stili e ai contenuti dei decenni precedenti. Vola Colomba cantata da Nilla Pizzi, vincitrice del Festival di San Remo – prodotto dalla RAI, controllata dalla Democrazia Cristiana – è esemplare. Il richiamo ai valori tradizionali è così evidente da farne quasi un caso di studio: c’è l’invocazione a Dio e alla patria, con il riferimento a San Giusto, cattedrale di Trieste allora ancora non tornata entro i confini patrii. Dio, Patria e Famiglia: sono queste le basi di una società ancora legata fortemente al passato.

Ma se questa è la forma della musica ufficiale, non signfica che questa sia l’unica musica. Renato Carosone e Fred Buscaglione, in modi diversi, rappresentano una volontà di cambiamento che sta nascendo nel paese. Ispirata alla musica statunitense, anche se in modi differenti, la loro produzione mostra una commistione tra innovazione e tradizione. Il jazz aveva avuto seguito nel nostro paese anche durante il regime fascista, nonostante il divieto di ascoltare musica straniera, e nel 1935 Luis Armstrong aveva tenuto due concerti al Hot Club di Torino. Sia Buscaglione che Carosone recepiscono la cultura statunitense con ironia e in maniera critica; le loro canzoni mantengono un forte legame, a livello di contenuti, con la tradizione italiana, ma musicalmente propongono qualcosa di innovativo.

In questo panorama musicale si affacciano, dal 1957, i Cantacronache, un gruppo di musicisti e intellettuali di ispirazione comunista, che vogliono cantare, come dice il nome, della realtà. Del gruppo fanno parte Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Michele Straniero e Margot Galante Garrone, e con loro collaborano anche Italo Calvino e Gianni Rodari. La loro produzione era segnata dall’impegno politico e molti loro brani sono diventati famosi grazie alla loro diffusione durante le manifestazioni. Uno dei brani di maggior successo è Per i morti di Reggio Emilia, composta da Fausto Amodei, che racconta dei morti nel corteo sindacale di Reggio Emilia nel luglio 1960.

Quelli sono gli anni della fine del centrismo e del centrosinistra, intervallati significativamente dai mesi del governo Tambroni, governo reazionario sostenuto dai voti del MSI e che represse duramente le manifestazioni antifasciste che lo contestavano, causando 11 morti in pochi mesi in tutta Italia. In quelle manifestazioni, in particolare in quella di Genova, divenne palese la nascita di una nuova categoria sociale: i giovani. Uomini e donne tra i 15 e i 25 anni, che il benessere e i cambiamenti sociali avevno reso una categoria a parte. Se fino a quel momento essere giovani significava attendere di diventare adulti, in quegli anni il concetto si trasforma. I giovani rifiutano il modo di vivere che veniva loro imposto dagli adulti e che non era più in linea con quanto vivevano e con le loro aspettative. Aumenta il numero di studenti e spesso di studenti lavoratori, e i giovani si raccolgono in gruppi, accomunati dalla passione musicale, sportiva, culturale – non ancora politica. Irrompono sulla scena e diventano un problema di ordine pubblico. Ma vengono accolti con fastidio anche a sinistra: «teppisti e provocatori» definì l’Unità quei giovani che parteciparono agli scontri di Piazza Statuto a Torino, nel 1962, ai margini di uno sciopero della FIOM. Sono momenti significativi, perché, sia a Genova che a Torino, gruppi di ragazzi scavalcano i tradizionali leader della protesta e non ascoltano le loro indicazioni.

E se quei giovani ascoltano il rock and roll, arrivato attraverso i jukebox, e osteggiato sia dai conservatori che dai progressisti, in realtà quella musica non sottolinea la frattura profonda che si sta verificando nel paese. Una rottura quasi di facciata, più a livello di stile. Sono anni in cui il paese inizia a mutare fisionomia: i giovani, come le donne, iniziano un lungo percorso che alla fine del decennio vedrà molti di loro politicizzati; dal Sud cominciano ad arrivare al Nord migliaia di persone che si trasferiscono e vanno a vivere in quartieri periferici, spesso di recente costruzione, nei quali mancano spesso i servizi essenziali. I giovani di piazza Statuto a Torino erano giovani lavoratori meridionali, che si trovano sbalzati in un mondo nuovo e al quale si adattano, ma cambiando sé stessi e il mondo che hanno attorno. E se non è il rock a mostrare i cambiamenti profondi del paese, sicuramente lo fanno i cantautori. La musica dei cantautori ha spesso come soggetto l’amore, ma l’amore di cui parlano è radicalmente diverso da quello cantato da Nilla Pizzi, Claudio Villa, ma anche da Adriano Celentano e Little Tony.

Canzoni come Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco o Il cielo in una stanza di Gino Paoli raccontano meglio di qualunque altra cosa il cambiamento che sta iniziando in quegli anni. A differenza delle canzoni del Cantacronache non è un’esplicita protesta quella che cantano i cosiddetti cantautori, e in particolare quelli della scuola genovese (senza dimenticare Jannacci e Gaber); cantano di una diversità esistenziale rispetto alla morale comune che è definitiva e irriducibile. Il cielo in una stanza parla di soffitti viola, colore che si trovava solo nei bordelli, e ne canta con una tenerezza inusuale per l’epoca. Tenco invece racconta di una relazione amorosa al di fuori di quell’amore, senza quell’anelito quasi divino di cui parlano le canzoni di Sanremo. Una relazione non banale e per certi versi molto più quotidiana di quella precedente. Anche la musica è profondamente cambiata, gli stacchi più sottolineati, non forzati ma forti, sottolineati sia con il testo che con le note. Lo stesso testo si adatta alla musica in maniera differente, a volte quasi sorprende l’ascoltatore e sembra rimandare una necessità, un’impellenza di comunicazione che la musica precedente, calma e impostata, non aveva.

Il termine cantautori nasce proprio in quegli anni, proprio per questi autori che scrivevano testi che non trovano nessun cantante disposto a interpretarli, a sottolineare la loro diversità. Queste canzoni, ma per certi versi anche il rock and roll, mostrano un paese in evoluzione che sta entrando un decennio di grandi cambiamenti.

 

 

Le altre volte che abbiamo (quasi) fatto la fine della Grecia

Se si prova a scrivere su un motore di ricerca «fare la fine della Grecia» escono migliaia di articoli nei quali si ammonisce l’Italia a fare le riforme necessarie per evitare di ritrovarsi nella situazione greca. Non è la prima volta, nella storia d’Italia, in cui viene usato questo spauracchio.

La prima volta fu nella seconda metà degli anni Quaranta. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Italia si avviò alla democrazia con il referendum istituzionale e le elezioni dell’Assemblea costituente del 1946. Il Partito Comunista aveva sostenuto un grande sforzo durante la Resistenza ed era molto forte. Una parte della sua base cullava il sogno di completare l’azione resistenziale trasformandola in azione rivoluzionaria. A questa posizione si opponevano però i dirigenti del partito, che avevano adottato la linea della “democrazia progressiva”: la conquista dei diritti e la nazionalizzazione di alcune industrie sarebbe dovuta avvenire all’interno del sistema democratico liberale.

Non fu facile fare accettare questa linea alla base del partito. Le difficoltà economiche creavano grandi tensioni sociali, e l’estromissione delle sinistre dal governo sembrava spingere nella direzione di un nuovo governo autoritario. Per convincere quella parte del partito che sperava di «fare come in Russia» – e che in alcuni casi deteneva ancora le armi delle brigate partigiane – si spiegò che l’Italia era inserita in un gioco internazionale. Iosif Stalin aveva preso accordi strategici con i paesi occidentali, ma non si stava rinunciando a un futuro di equità sociale. Un’azione rivoluzionaria avrebbe condotto l’Italia a «fare la fine della Grecia».

Anche in Grecia durante la guerra c’era stato un importante movimento di resistenza antinazista. Tuttavia, il movimento non aveva avuto un coordinamento unitario, e i vari gruppi che vi partecipavano erano in concorrenza e talvolta in conflitto tra loro. Dopo la fine dell’occupazione nazista il Partito Comunista (KKE) e gli altri partiti di sinistra decisero di boicottare le elezioni e di non riconoscere il referendum che aveva confermato la monarchia. Scoppiò una guerra civile, ma grazie al sostegno degli Stati Uniti al governo e al mancato appoggio dell’Unione Sovietica al KKE, i comunisti furono sconfitti e nel 1949 vennero messi fuorilegge.

In una seconda occasione l’Italia, la sinistra  in particolare, ebbe paura di «fare la fine della Grecia». Nel 1967 ad Atene venne instaurata la “dittatura dei colonnelli”, e il colpo di stato fascista colpì molto l’opinione pubblica italiana. La destra più reazionaria scese in piazza urlando «Ankara, Atene, domani Roma viene», auspicando l’avvento di una dittatura e suscitando echi in parlamento e su giornali come Il Borghese. La sinistra invece iniziò a temere il pericolo di una svolta reazionaria anche in Italia: vi furono le rivelazioni sul Piano Solo, e molti erano convinti che la NATO e gli USA avessero in qualche modo sostenuto il colpo di stato in Grecia. Quando, il 12 dicembre 1969, esplose la bomba a Milano in Piazza Fontana, quel pericolo venne percepito come una minaccia sempre più concreta e reale. «Fare la fine della Grecia» avrebbe significato ritrovarsi schiacciati da una dittatura di stampo fascista, con i comunisti cacciati e ricercati.