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Perché la Turchia si infuria per il riconoscimento del genocidio armeno

Non è la prima volta che la Turchia reagisce in maniera forte al riconoscimento del genocidio armeno da parte di altri paesi. Lo sta facendo in questi giorni con la Germania, lo ha fatto con il Vaticano e con la Francia negli anni passati. Le reazioni turche sono spesso molto dure, a sottolineare come il tema sia per loro estramamente delicato.

Alessandro Iacopini, qui, ha ben spiegato le vicissitudini del riconoscimento del genocidio armeno. Ma perché per la Turchia l’argomento costituisce ancora un nervo così scoperto da farle richiamare l’ambasciatore da tutti i paesi che lo riconoscono?

La questione ha diversi aspetti. Per prima cosa i turchi negano che sia mai stata riscontrata la volontà di eliminazione del popolo armeno da parte dell’Impero ottomano. Questo aspetto introduce una seconda questione, l’eredità storica. In quegli anni l’Impero ottomano viveva la sua “seconda era costituzionale”, il movimento dei Giovani Turchi aveva imposto al sultano una monarchia costituzionale. Questo momento storico di transizione rimane un riferimento politico molto importante per la Turchia contemporanea – lo era per la Turchia laica di Ataturk, lo è per la nuova Turchia di Erdogan. Riconoscere il genocidio sarebbe come riconoscere una macchia nelle proprie radici storiche.

Vi è poi una questione politico-territoriale: la Turchia teme che il riconoscimento del genocidio possa portare a rivendicazioni territoriali da parte dell’Armenia, che viene invece descritta come uno stato aggressore dell’Azerbaijan. In più la questione si intreccia con quella curda: Ankara teme che concedere questo riconoscimento possa spingere i curdi a insistere nelle proprie rivendicazioni.

Infine vi è una questione economica. Il reato di genocidio non prevede la prescrizione, e dunque il suo riconoscimento potrebbe portare la Turchia a dover riconoscere dei risarcimenti alle vittime e ai loro discendenti, ed è difficile quantificare l’importo di tali eventuali riconoscimenti.

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Francia e Belgio litigano ancora per Waterloo

Questa settimana il governo belga ha presentato due monete coniate per celebrare il duecentesimo anniversario della battaglia di Waterloo, che fu combattuta dei dintorni di Bruxelles il 18 giugno 1815. Nella battaglia l’esercito francese guidato da Napoleone Bonaparte fu duramente battuto da un’alleanza composta da forze britanniche, tedesche, prussiane, belghe e olandesi. La sconfitta segnò la fine del regno di Napoleone, che abdicò quattro giorni più tardi.

L’intenzione belga di commemorare l’anniversario di Waterloo con – tra le altre cose – delle monete era stata annunciata la scorso inverno, ma a inizio marzo il governo francese aveva annunciato la propria contrarietà. Sosteneva che il progetto avrebbe rischiato di provocare «una reazione negativa» in Francia, poiché Waterloo «ha una risonanza particolare nella coscienza collettiva, che va al di là della semplice evocazione di un avvenimento militare».

Senza l’accordo di tutti i paesi della zona euro, non è possibile coniare monete commemorative. Le regole dell’euro permettono però ai singoli paesi di coniare autonomamente delle monete commemorative, purché abbiano dei valori non convenzionali. Le monete belghe su Waterloo valgono 2,5 e 10 euro, e sono utilizzabili solo in Belgio. Sulla moneta da 2,5 euro sono rappresentati il monumento eretto a Waterloo pochi anni dopo la battaglia e la disposizione degli schieramenti coinvolti nel combattimento.

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

Negazione e riconoscimento: i 100 anni del genocidio armeno

Il prossimo 24 aprile si commemorerà il centesimo anniversario del genocidio degli armeni da parte dell’impero ottomano. Si stima che tra il 1915 e il 1916 circa 1,2 milioni di armeni morirono a causa delle “marce della morte” e dei massacri perpetrati dall’esercito turco. Per il popolo armeno fu il Metz Yeghern, il grande male.

I massacri miravano a creare in Anatolia uno stato nazionale omogeneo dal punto di vista religioso e etnico. Gli armeni, che abitavano da millenni la parte orientale dell’Anatolia e che erano in larghissima maggioranza cristiani, vennero pertanto sistematicamente uccisi e deportati. Il Metz Yeghern fu per loro l’inizio di un’enorme diaspora: su una popolazione attuale di 11 milioni di individui, solo 3 milioni vivono in Armenia; gli altri vivono all’estero, soprattutto in Russia, negli Stati Uniti e in Francia.

Lo scorso anno il premier turco Recep Tayyip Erdogan ha espresso le sue condoglianze al popolo armeno, senza però utilizzare le parole «genocidio» e «eccidio». In questi cento anni il governo turco ha  sempre negato il genocidio, affermando che la morte degli armeni non derivò da una precisa volontà dell’impero ottomano di eliminarli sistematicamente. La loro morte fu piuttosto dovuta alle conseguenze della prima guerra mondiale e della fame. Il negazionismo turco, che si è avvalso anche dell’appoggio della storiografia nazionale, è giunto fino a negare la specificità del popolo armeno.

Negando il genocidio e contestando l’esistenza stessa del popolo armeno, Ankara mira a contrastare qualsiasi rivendicazione sulla parte orientale dell’attuale territorio turco,  che gli armeni vedono come loro terra d’origine. Il legame tra la memoria del genocidio e la rivendicazione territoriale venne rafforzato da una precisa scelta politica fatta dai sovietici nel 1945. Alla fine della seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica – che aveva annesso l’Armenia nel 1922 – chiese infatti alla comunità internazionale la «riparazione delle ingiustizie subite dagli armeni durante la prima guerra mondiale».

La rivendicazione sovietica cadde nel vuoto. Tuttavia, l’attenzione dedicata dall’Unione Sovietica alla vicenda contribuì a far conoscere al mondo ciò che avevano subito gli armeni trent’anni prima. Inoltre, essa favorì il ritorno in Armenia di più 150.000 esuli della diaspora.

Mappa etnica dell'Anatolia nel 1914. In blu le zone abitate dagli armeni (Fonte: Wikipedia)
Mappa etnica dell’Anatolia nel 1914. In blu le zone abitate dagli armeni fino al genocidio (Fonte: Wikipedia)

Nel 1965 le commemorazioni per il cinquantennale del genocidio riportarono la questione armena al centro del dibattito internazionale. La rivendicazione territoriale sparì dalle richieste armene, che si limitarono al riconoscimento internazionale dei massacri subiti nel 1915. Per raggiungere questo obiettivo, gli armeni della diaspora si dedicarono a un’intensa attività divulgativa e di lobbying, organizzando pubblicazioni e conferenze sul genocidio e promuovendo monumenti alla sua memoria. Proprio nel 1965 l’Uruguay fu il primo paese al mondo a riconoscere ufficialmente il genocidio armeno.

Tuttavia, i risultati ottenuti furono nel complesso piuttosto scarsi. Negli anni Settanta e Ottanta alcuni gruppi nazionalisti armeni ricorsero al terrorismo contro la Turchia, rendendo però così ancora più impopolare la loro causa in Occidente. Furono il crollo dell’Unione Sovietica e la conseguente indipendenza dell’Armenia nel 1991 a fare cambiare nuovamente il clima. Nel giro di un decennio, le atrocità commesse dai turchi vennero ufficialmente riconosciute dalla Russia, dal Canada, dal Belgio e dalla Francia, dove la negazione del genocidio armeno è diventata punibile con l’incarcerazione. Nel 2005 l’Unione Europea ha inoltre stabilito che il riconoscimento del genocidio armeno da parte della Turchia è una condizione necessaria per l’eventuale ingresso turco in Europa.

Nel 2000 e nel 2004 i parlamenti di Italia e Germania hanno approvato risoluzioni che – pur parlando chiaramente degli eventi del 1915 – non usano il termine “genocidio”, al fine di evitare attriti con la Turchia. Per la stessa ragione, anche gli Stati Uniti e Israele evitano di riconoscere ufficialmente il genocidio armeno. A riconoscere il genocidio oggi sono 22 paesi del mondo.

In verde scuro gli stati che riconoscono completamente il genocidio armeno; in verde chiaro gli stati in cui lo riconoscono le amministrazioni locali (Fonte: Wikipedia)
In verde scuro gli stati che riconoscono completamente il genocidio armeno; in verde chiaro gli stati in cui lo riconoscono alcune amministrazioni locali (Fonte: Wikipedia)

Ricordare i criminali, dimenticare i resistenti

«I responsabili dei massacri e dei trasferimenti forzati di intere popolazioni sono delle celebrità, le loro facce sono ovunque sui pannelli pubblicitari, in televisione e sui manifesti. Essersi rifiutati di uccidere spesso significa l’opposto: essere etichettati come traditori, e testimoniare con uno pseudonimo al Tribunale dell’Aja, con la faccia oscurata». Lily Lynch su Balkanist riflette così sui problemi della memoria che riguardano le guerre nella ex Yugoslavia degli anni Novanta. In particolare, Lynch riflette sul modo in cui l’opinione pubblica serba tratta coloro che compirono dei crimini di guerra e coloro che si rifiutarono di compierne.

Il 18 marzo scorso sono stati arrestati in Serbia Nedeljko Milidragovic, soprannominato Nedjo il Macellaio, e altre sette persone. Sono ritenuti direttamente responsabili di 1.000-1.300 delle 8.000 vittime musulmane bosniache massacrate a Srebrenica. Con l’arresto di Milidragovic e dei suoi complici, per la prima volta sarà un tribunale di Belgrado ad occuparsi dei crimini di guerra commessi dai serbi negli anni Novanta. Fino a oggi, se ne era occupato solamente il Tribunale internazionale per i crimini nell’ex Yugoslavia con sede all’Aja, che è visto con sospetto e ostilità da moltissimi serbi. Lo stesso governo di Belgrado è estremamente freddo nei confronti del Tribunale, ed è solo per rispondere alle pressioni dell’Unione europea che alcuni presunti criminali di guerra sono stati arrestati negli ultimi anni.

Alcuni commentatori stranieri sperano che il processo contro Milidragovic sia ora un’occasione in grado di spingere l’opinione pubblica serba a riflettere in modo più critico su quegli anni. Tuttavia, il Presidente della repubblica Tomislav Nikolic non ha apprezzato gli arresti di marzo e il ministro del lavoro si è recato a rendere omaggio alla tomba dell’ex leader nazionalista serbo Slobodan Milosevic nell’anniversario della sua morte. Molti sono i serbi che anche in passato hanno espresso solidarietà nei confronti di individui accusati di gravissimi crimini di guerra come Radovan Karadzic e Ratko Mladic. Quello del sostegno diffuso per presunti o provati criminali di guerra non è un problema della sola Serbia: ad esempio, decine di migliaia di croati sono scesi in piazza per festeggiare l’assoluzione degli ex generali Ante Gotovina e Mladen Markac da parte del Tribunale dell’Aja.

In ciascuno degli stati nati dalla dissoluzione della Yugoslavia ci sono ex generali o capi delle milizie che vengono esaltati come degli eroi, mentre questi stessi personaggi sono visti come una rappresentazione dal demonio dalle popolazioni degli stati vicini. Quello che invece manca fortemente è la celebrazione e il ricordo di coloro che durante la guerra resistettero, disertarono e si opposero ai crimini. Sono quelli che Lynch chiama gli “Schindler balcanici”.

Sono pochi i casi di resistenza che vengono ricordati. Uno è quello di Srdjan Aleksic, un serbo di Bosnia che nel 1993  fu ucciso di botte per aver difeso un suo amico musulmano bosniaco. Un’altra storia citata da Lynch è emersa durante un processo al Tribunale dell’Aja: un giovane che era stato costretto ad arruolarsi nelle milizie dei serbi di Bosnia ha raccontato di essersi rifiutato di sparare contro un gruppo di civili disarmati e spaventati, nonostante gli fosse stato ordinato di farlo. Fu punito severamente per l’insubordinazione: venne imprigionato, lasciato alla fame e gli venne impedito per giorni di parlare con chiunque.

Invece di essere elogiato per essersi opposto a un massacro, l’uomo è stato costretto a rendere la sua testimonianza via video, da una località sconosciuta e con l’immagine distorta, in modo che la sua identità non fosse rivelata. Secondo Lynch, «Ci sono certamente altre storie come la sua, dimenticate perché non si accordano bene con nessuna narrazione etnica del conflitto. Oppure, forse, l’élite politica e la società stessa non sono ancora pronte per decidere se queste persone sono dei traditori o degli eroi».

Fonte dell’immagine: Blic Portal

Dove sono finiti i resti del muro di Berlino?

Il corrispondente del Guardian da Berlino Philip Oltermann racconta la fine che hanno fatto i resti del muro di Berlino. Il muro era in realtà composto da due muri paralleli, separati da una fascia: gran parte del muro che dava su Berlino Est fu demolita e utilizzata per la costruzione di infrastrutture, mentre sono stati preservati molti resti del muro che dava su Berlino Ovest, che era decorato da graffiti.

Delle porzioni di muro che sono state preservate, i resti sparsi in giro per il mondo sono più numerosi dei resti rimasti a Berlino: ci sono circa 140 memoriali del muro al di fuori della Germania, che nel complesso ne raccolgono circa seicento segmenti. Di questi, un centinaio si trovano negli Stati Uniti – e uno solo in Russia. La più grande raccolta di resti del muro al di fuori della Germania si trova invece vicino a Breslavia, in Polonia.

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

La Lituania appartiene allo spazio post-sovietico?

Una decina di giorni fa il Guardian ha aperto un nuovo portale dedicato allo spazio post-sovietico, The New East Network. Il portale raccoglie notizie relative ai quindici stati europei e asiatici che sono nati dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica, tra cui Estonia, Lettonia e Lituania.

L’ambasciatrice lituana nel Regno Unito ha protestato contro l’inclusione del suo paese nel portale. Benché la Lituania facesse parte dell’Unione Sovietica, «la decisione di unirsi all’URSS non fu presa dal popolo lituano» e l’occupazione sovietica del paese fu «un’esperienza dolorosa e indesiderata». La protesta diplomatica indica quanto sia ancora sensibile la questione della memoria dei rapporti tra Lituania e URSS/Russia negli scorsi decenni.

Hola Camp: la fine morale dell’impero britannico?

Il 3 marzo 1959 delle guardie britanniche picchiarono a morte undici detenuti kenyoti, provocando il cosiddetto massacro di Hola Camp. All’epoca il Kenya era una colonia del Regno Unito, ma da alcuni anni il movimento Mau Mau si ribellava al dominio britannico. I detenuti uccisi nel campo di Hola erano ribelli Mau Mau irriducibili. Nella memoria britannica, il massacro giunse a essere visto come il momento «che indicò la fine morale dell’impero britannico in Africa».

Su Imperial & Global Forum lo storico britannico Richard Toye si chiede come mai il massacro  di Hola Camp assunse tale rilevanza simbolica nella memoria britannica: non si trattava né dell’unico né del principale massacro. All’epoca dei fatti, i punti di vista britannici erano contrastanti: il governo conservatore criticò il massacro ma contestò la sua rilevanza politica generale, mentre per l’opposizione laburista il massacro chiamava direttamente in causa la politica coloniale britannica.

Fonte dell’immagine: Popperfoto/Getty Images

La memoria del passato coloniale in Germania

Britta Schilling ha pubblicato un libro sulle memorie del passato coloniale in Germania. In Postcolonial Germany: Memories of Empire in a Decolonized Nation (Oxford University Press) Schilling mostra l’evoluzione della memoria collettiva del colonialismo tedesco a partire dalla fine della Prima Guerra Mondiale, quando la Germania sconfitta perse le sue colonie. Schilling presta particolare attenzione ai legami tra la memoria del colonialismo, le memorie private, la letteratura popolare e gli oggetti della cultura materiale tedesca.

Britta Schilling è una ricercatrice dell’università di Cambridge e Postcolonial Germany è il suo primo libro. Schilling cura anche un blog riguardante uno dei suoi temi di ricerca, ovvero le dimore dei coloni britannici, francesi e tedeschi nell’Africa sub-sahariana.

La lezione tedesca per la riconciliazione in Estremo Oriente

La politica estera della Corea del Nord non è l’unica fonte di tensione in Estremo Oriente. Ci sono tensioni anche nelle relazioni tra Giappone, Cina e Corea del Sud, dovute a dispute territoriali e interessi geopolitici diversi. Le tensioni tra questi paesi sono però legate anche a memorie contrastanti sulla Seconda Guerra Mondiale, e in particolare sull’espansionismo giapponese in Estremo Oriente durante la guerra.

Un’analisi delle memorie della Seconda Guerra Mondiale in Estremo Oriente è stata recentemente pubblicata in Confronting Memories of World War II, curato da Daniel Chirot, Gi-Wook Shin e Daniel C. Sneider. Lo studio mostra che in Cina la memoria è incentrata su una vittimizzazione della Cina, invasa da giapponesi rappresentati come brutali e crudeli. Anche in Corea del Sud prevale una memoria simile. In Giappone non viene rivendicato il comportamento tenuto durante la guerra, ma non viene nemmeno criticato in modo netto.

E’ possibile tracciare dei paralleli tra la memoria della Seconda Guerra Mondiale in Giappone e in Germania, che del resto erano alleati. A differenza del Giappone, nel dopoguerra in Germania la memoria è stata fortemente spinta alla riconciliazione e a una netta presa di distanza da quanto commesso durante la guerra. Una ragione per cui la memoria giapponese fu meno spinta alla riconciliazione rispetto a quella tedesca fu la diversa situazione dei due paesi durante la guerra fredda: per la Germania una riconciliazione con i suoi ex nemici era essenziale per ottenere maggiore sicurezza, mentre il Giappone non aveva questa necessità strategica forte.

Recentemente sia i leader cinesi che quelli sudcoreani hanno esplicitamente invitato il Giappone a prendere esempio dalla politica tedesca di riconciliazione. Dal canto loro, anche i leader giapponesi hanno indicato la riconciliazione franco-tedesca come un modello per le loro relazioni con i paesi vicini. Lily Gardner Feldman nel 2012 ha pubblicato Germany’s Foreign Policy of Reconciliation, e ora su Foreign Policy suggerisce alcune lezioni che i paesi dell’Estremo Oriente potrebbero trarre dalla politica di riconciliazione seguita dalla Germania negli scorsi decenni. In particolare, l’esperienza tedesca può trasmettere quattro lezioni:

1. la riconciliazione è un processo lungo e complicato, potenzialmente mai concluso: va affrontato senza coltivare aspettative irrealistiche;

2. la riconciliazione può avvenire anche prima della soluzione delle dispute territoriali: ad esempio, la Germania riconobbe il confine occidentale polacco solo nel 1990;

3. i risarcimenti alle vittime sono una parte importante della riconciliazione; possono avvenire anche a lunga distanza di tempo e tramite strumenti legali e finanziari creati appositamente;

4. le scuse richiedono coerenza e costanza per essere credibili: le scuse finora offerte dal Giappone ai suoi vicini per la sua condotta durante la guerra sono state troppo rare e isolate.

Fonte dell’immagine: Wikimedia Commons

Come rappresentare la Shoah nei musei

Jennifer Hansen-Glucklich ha pubblicato uno studio sul problema della memoria e della rappresentazione della Shoah nei musei. Il libro si intitola Holocaust Memory Reframed: Museums and the Challenges of Representation ed è stato pubblicato da Rutgers University Press.

Il problema principale della rappresentazione della Shoah nei musei è la necessità di offrire ai visitatori delle rappresentazioni rispettose della realtà storica ma non banali. Hansen-Glucklich studia i casi di tre musei: lo Yad Vashem a Gerusalemme, il Museo ebraico di Berlino e il Museo memoriale dell’Olocausto a Washington. Analizza le soluzioni di rappresentazione impiegate, considerando le differenze tra la memoria della Shoah in Israele, in Germania e negli Stati Uniti.

Jennifer Hansen-Glucklich  insegna lingua e letteratura tedesca presso la University of Mary Washington. Holocaust Memory Reframed è il suo primo libro.