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Angelo Sommer e Caporetto

 

 

A cento anni dalla disfatta di Caporetto, la disfatta per antonomasia nel nostro paese, sono stati scritti molti articoli su quella battaglia – anche se forse, proprio perché è il centenario di una sconfitta, come anniversario è passato un po’ in secondo piano. Due anni fa le celebrazioni per i cento anni dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale avevano invece a volte avuto toni eccessivamente retorici. Quell’eccesso aveva un po’ espulso dalle celebrazioni la realtà storica dei fatti e le vite dei soldati in quegli anni.

Per questo in una puntata un po’ particolare di Storia dal Jukebox, ripercorriamo la vita di Angelo Sòmmer, un giovane ufficiale arrivato al fronte poco prima dello sfondamento, che visse la ritirata, la nuova linea del fronte sul Piave e poi la vittoria. Sommer è un padovano del ceto medio e la sua figura riesce a scardinare molti stereotipi sui soldati di quegli anni. Il suo diario, come dice Lisa Bregantin nell’intervista, è fresco, rimanda a un’esperienza reale di vita vissuta.

Imbevuto dei valori del ceto medio dei primi anni del ‘900, Sommer è patriottico, disprezza il disonore di soldati che si lasciano andare allo sbando durante la ritirata, eppure non è mai chiuso mentalmente, riconosce e si oppone alle scelte più stupide degli ufficiali di grado maggiore, sa interagire coi suoi uomini senza caricarli di ordini insensati. Sa anche ribellarsi in alcuni casi a una gerarchia che in alcuni casi era esasperante. Fu membro degli arditi e nazionalista, partecipò alla spedizione fiumana ma non divenne fascista – anzi si schierò contro il regime, seppur non in maniera plateale, e pagò le conseguenze delle leggi razziali essendo di origini ebraiche.

Angelo Sommer nel suo diario, che nel podcast viene ripercorso con alcune tappe significative, rimanda a un’esperienza di uomini che combatterono, persone coi propri difetti fuori dagli stereotipi retorici nei quali sono stati infilati.

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Le canzoni sulla guerra del Vietnam

La musica è più di una semplice colonna sonora. Una canzone può aiutare a comprendere un periodo storico, i suoi travagli e le sue gioie. Per questo abbiamo deciso di indagare il legame tra la storia e la musica, a farci raccontare dalle note e dalle parole delle canzoni quali erano i sentimenti di un’epoca. Con questo primo contributo sul Vietnam comincia oggi Storia dal Jukebox: una via piacevole alla divulgazione.

Con la caduta di Saigon il 30 aprile 1975, quarant’anni fa finiva la guerra del Vietnam. Durata una quindicina d’anni, la guerra del Vietnam è stata uno dei conflitti più celebri del Novecento. Colpì profondamente l’immaginario collettivo, come dimostra la grande quantità di canzoni e film prodotti su di essa.

Nel 1975 l’immagine degli Stati Uniti nel mondo raggiunse uno dei suoi punti più bassi. Gli USA non apparivano più come una potenza invincibile, ma apparivano come degli imperialisti che sostenevano un regime corrotto contro le legittime rivendicazioni di un popolo. La politica americana nel Sud-Est asiatico era contestata dall’interno stesso degli Stati Uniti. Tra i brani più popolari dell’epoca vi erano canzoni di chiara opposizione alla guerra, come Imagine e Give Peace a Chance di John Lennon e Where are you now my son? di Joan Baez, registrata ad Hanoi.

L’opposizione contro la guerra del Vietnam si iscriveva in un movimento di critica politica e sociale molto più ampio, ma non riguardava solo i settori radicali della società. La canzone di John Denver Leaving on a Jet Plane nel 1969 rimase prima in classifica per diciassette settimane. La canzone in realtà non parla del Vietnam, è una canzone d’amore, in cui Denver canta alla sua fidanzata di quanto odi doverla lasciare per partire per una tournée. Ma il brano fu subito interpretato come una canzone che parlava di un giovane soldato in partenza per la guerra in Asia.

All my bags are packed I’m ready to go, I’m standing here outside your door, I hate to wake you up to say goodbye. […] So kiss me and smile for me, tell me that you wait for me, hold me like you’ll never let me go. ‘Cause I’m leaving on a jet plane, don’t know when I’ll be back again, Oh baby I hate to go.

L’immagine di un ragazzo con i bagagli pronti che saluta la sua ragazza prima della partenza era un’immagine molto diffusa in quegli anni negli Stati Uniti. «Stringimi come se non mi dovessi lasciar andare, non so quando tornerò»: se nel senso letterale è un cantante che parla alla sua ragazza, nella visione di molti era la possibilità per i soldati di morire durante la guerra. Ancora oggi sui forum online si trovano commenti di alcuni giovani di allora che richiamano questi versi.

Le versioni successive del brano – di Janis Joplin, del gruppo punk Me First and Gimme Gimmies del rapper Mos Def tra gli altri – riscoprirono il suo originale contenuto amoroso. Alla fine degli anni Sessanta invece, anche una canzone che parlava d’amore era una canzone che parlava di guerra.