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Angelo Sommer e Caporetto

 

 

A cento anni dalla disfatta di Caporetto, la disfatta per antonomasia nel nostro paese, sono stati scritti molti articoli su quella battaglia – anche se forse, proprio perché è il centenario di una sconfitta, come anniversario è passato un po’ in secondo piano. Due anni fa le celebrazioni per i cento anni dell’ingresso dell’Italia nella prima guerra mondiale avevano invece a volte avuto toni eccessivamente retorici. Quell’eccesso aveva un po’ espulso dalle celebrazioni la realtà storica dei fatti e le vite dei soldati in quegli anni.

Per questo in una puntata un po’ particolare di Storia dal Jukebox, ripercorriamo la vita di Angelo Sòmmer, un giovane ufficiale arrivato al fronte poco prima dello sfondamento, che visse la ritirata, la nuova linea del fronte sul Piave e poi la vittoria. Sommer è un padovano del ceto medio e la sua figura riesce a scardinare molti stereotipi sui soldati di quegli anni. Il suo diario, come dice Lisa Bregantin nell’intervista, è fresco, rimanda a un’esperienza reale di vita vissuta.

Imbevuto dei valori del ceto medio dei primi anni del ‘900, Sommer è patriottico, disprezza il disonore di soldati che si lasciano andare allo sbando durante la ritirata, eppure non è mai chiuso mentalmente, riconosce e si oppone alle scelte più stupide degli ufficiali di grado maggiore, sa interagire coi suoi uomini senza caricarli di ordini insensati. Sa anche ribellarsi in alcuni casi a una gerarchia che in alcuni casi era esasperante. Fu membro degli arditi e nazionalista, partecipò alla spedizione fiumana ma non divenne fascista – anzi si schierò contro il regime, seppur non in maniera plateale, e pagò le conseguenze delle leggi razziali essendo di origini ebraiche.

Angelo Sommer nel suo diario, che nel podcast viene ripercorso con alcune tappe significative, rimanda a un’esperienza di uomini che combatterono, persone coi propri difetti fuori dagli stereotipi retorici nei quali sono stati infilati.

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Perché il Südtirol è territorio italiano?

Lo scorso 24 maggio, in occasione delle celebrazioni del centenario dell’ingresso dell’Italia nella Grande Guerra, la provincia di Trento e alcuni comuni del Trentino-Alto Adige/Südtirol hanno deciso di lasciare la bandiera italiana a mezz’asta. Altri comuni altoatesini hanno deciso di non esporre proprio la bandiera italiana, ritenendo che ci fosse ben poco da celebrare nella ricorrenza.

Il Trentino e l’Alto Adige/Südtirol furono annessi all’Italia nel 1919, dopo la sconfitta austriaca nella prima guerra mondiale. In seguito agli accordi di pace passarono all’Italia anche le terre irredente di Trieste, Gorizia e dell’Istria. Per l’Italia si trattò di annessioni strategicamente molto importanti. La linea di frontiera fu fissata sullo spartiacque alpino, così che l’Italia poté sfruttare le Alpi come un enorme bastione, mettendo tra sé e i suoi nemici storici un confine naturale facilmente difendibile.

Tuttavia, mentre per Trento e Trieste l’annessione fu salutata come un “ritorno a casa”, i sudtirolesi vissero il passaggio all’Italia come l’imposizione di un dominio straniero e imperialista. Secondo le statistiche disponibili, nel 1910 la popolazione germanofona nell’area altoatesina ammontava a oltre il 90% del totale. Degli abitanti rimanenti, quasi la metà era di lingua ladina: gli italofoni erano veramente pochi. Un discreto numero di germanofoni, tuttavia, portava ancora un cognome italiano, che era sopravvissuto alla politica di assimilazione culturale promossa dall’impero austriaco a metà Ottocento.

Mappa etnolinguistica dell’Impero austroungarico nel 1910 (Fonte: Wikipedia)

In ogni caso, alcuni irredentisti e politici italiani, i cosiddetti salornisti, videro nell’annessione italiana del Sud Tirolo una palese negazione del principio di nazionalità che, al contrario, avrebbe dovuto secondo loro ispirare i vincitori della guerra nel disegnare i nuovi confini degli stati europei. Tra i salornisti – che prendevano il nome dalla chiusa di Salorno, il punto della valle dell’Adige considerato il confine tra Trentino e l’Alto Adige/Südtirol – spiccavano i nomi dell’irredentista trentino Cesare Battisti e di altri importanti politici italiani come Leonida Bissolati, Filippo Turati e Gaetano Salvemini.

A seguito dell’annessione, i rapporti tra italofoni e germanofoni non furono mai facili. Negli anni Venti e Trenta il fascismo avviò una campagna di assimilazione culturale che esasperò la popolazione tedesca. Dopo le speranze riversate sull’occupazione tedesca e sui possibili cambiamenti di confine nel secondo dopoguerra, negli anni Cinquanta e Sessanta alcuni movimenti autonomisti altoatesini utilizzarono il terrorismo per rivendicare l’indipendenza della regione. Gli attentati rallentarono solo nel 1972, quando il nuovo statuto di autonomia svuotò di fatto le competenze della regione Trentino-Alto Adige/Südtirol, trasferendo l’ampia autonomia amministrativa e fiscale di cui godeva alle due province autonome.

Le comunità germanofona e italofona vivono oggi in gran parte in modo separato. Le questioni della memoria legata al passaggio del Sud Tirolo all’Italia e alle politiche italiane di assimilazione della popolazione germanofona rimangono ancora molto delicate. Tensioni e controversie emergono soprattutto in occasione di ricorrenze e celebrazioni nazionali – come il 24 maggio scorso o in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia.

9 film sull’Italia nella prima guerra mondiale

Cento anni fa l’Italia entrava nella prima guerra mondiale. In questo secolo, il cinema italiano non ha rivolto una grande attenzione a quel conflitto – e tra i film che pure gli sono stati dedicati non ve ne sono moltissimi di memorabili. Incomparabilmente più numerosi sono stati invece i film italiani dedicati alla seconda guerra mondiale. Questa diversa attenzione rispecchia il fatto che la Grande guerra in fondo investì direttamente solo una piccola parte dell’Italia, il Nord-Est.

Un’altra ragione per cui la Grande guerra non fu particolarmente celebrata dal cinema italiano, è che c’era poco da celebrare: l’esercito italiano non fu molto vittorioso, ma nei decenni successivi al conflitto era difficile parlare dei suoi limiti. Non è un caso che i film migliori sulla prima guerra mondiale (La Grande guerra di Mario Monicelli e Uomini contro di Francesco Rosi) siano stati girati quando ormai era diventato possibile mettere apertamente in discussione la retorica militaresca e nazionalista.

Uno dei primi film italiani sulla Grande guerra fu girato proprio durante il conflitto. La guerra e il sogno di Momi è un film muto, che racconta le fantasticherie di un bambino il cui padre è andato in guerra, ricorrendo anche a degli effetti speciali. Il film fu girato dal regista spagnolo Segundo de Chomón, uno dei pioneri della storia del cinema. Chomón aveva collaborato anche a uno degli altri primi film italiani sulla Grande guerra, Maciste alpino (1916).

Tratto dall’omonimo romanzo di Paolo Monelli, Le scarpe al sole, girato da Marco Elter, racconta le vicende di tre soldati italiani impegnati sul fronte trentino durante la guerra. Uscito in piena epoca fascista, al festival di Venezia del 1935 il film venne premiato dal regime per il suo messaggio patriottico.

I caimani del Piave erano un corpo speciale dell’esercito italiano, attivo durante la prima guerra mondiale. La storia raccontata nel Caimano del Piave, girato da Giorgio Bianchi nel 1951, è una storia di spionaggio dei veneti ai danni degli austriaci, che avevano occupato la loro regione dopo la disfatta di Caporetto. Nonostante il taglio melodrammatico, il film presenta anche delle influenze neorealiste. Il protagonista è interpretato da Gino Cervi.

La storia raccontata nei Cinque dell’Adamello parte da una notizia di cronaca, il ritrovamento delle salme di cinque alpini sul monte Adamello. I cinque erano morti travolti da una valanga durante una missione militare nella prima guerra mondiale. Nel film, girato da Pino Mercanti nel 1954, si raccontano le vicende dei cinque soldati.

La grande guerra di Mario Monicelli, con Alberto Sordi e Vittorio Gassman, è senz’altro il più famoso film italiano sulla prima guerra mondiale. Girato nel 1959, La grande guerra si stacca dalla tradizione dei film patriottici e nazionalisti, mettendo in luce anche le ambiguità del conflitto, i dubbi e i sentimenti dei singoli soldati, il carattere meno eroico e più tragico della guerra. Il film vinse il Leone d’oro al festival di Venezia.

Scritto da Ermanno Olmi assime a Mario Rigoni Stern e Tullio Kezich, I recuperanti era un film per la televisione, uscì nel 1970. Il film è ambientato sull’altopiano di Asiago dopo la fine della guerra: i protagonisti si guadagnano appunto da vivere recuperando residuati bellici in montagna e rivendendoli.

Uomini contro: Francesco Rosi era il regista, Gian Maria Volontè l’attore protagonista, Un anno sull’altopiano il romanzo a cui era ispirato il soggetto. Il film uscì nel 1971 e suscitò una serie di polemiche a causa del suo messaggio antiautoritario. L’insensatezza di molti comandi militari veniva evidenziata, e veniva denunciata la scarsa considerazione in cui erano tenute le vite dei soldati italiani da parte dei dirigenti dell’esercito.

Commedia leggera di Pasquale Festa Campanile con Renato Pozzetto come protagonista, Porca vacca uscì nel 1982. La storia è quella di un renitente alla leva, che alla fine viene spedito al fronte, ma si ritrova in una serie di situazioni comiche.

Girato nel 2014 da Ermanno Olmi sull’altopiano di Asiago, dove il regista vive, Torneranno i prati racconta l’esperienza della guerra di trincea sul fronte italiano durante la prima guerra mondiale.