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L’altro referendum sulla Brexit

A giugno i cittadini del Regno Unito decideranno con un referendum se il loro paese dovrà continuare a far parte dell’Unione europea, o se dovrà uscirne. In realtà il Regno Unito ha già rinegoziato un’altra volta in passato i suoi termini di adesione all’UE, e i suoi cittadini si sono già espressi con un referendum. Era il 1975, e il Regno Unito era entrato nella Comunità europea appena due anni prima (per iniziativa dei conservatori, contro la volontà dei laburisti); il risultato della rinegoziazione venne approvato ad ampia maggioranza.

Sul blog History & Policy lo storico britannico David Thackeray riflette sulle principali differenze tra il referendum del 1975 e quello del 2016. Prima differenza importante, la formulazione del quesito: nel 1975 si chiedeva agli elettori se volevano rimanere nella Comunità europea, mentre a giugno gli si chiederà se vogliono rimanere oppure uscire. Secondo Thackeray, la prima formulazione aiutava a mettere l’accento sul processo di rinegoziazione che era stato condotto dal governo britannico nei mesi precedenti – una rinegoziazione apprezzata dalla maggioranza degli elettori, mentre oggi l’opinione pubblica è molto più divisa.

Un’altra differenza riguarda le conseguenze della possibile vittoria degli euroscettici nel referendum: negli anni Settanta non c’era nessuna norma che regolasse l’eventuale uscita di uno stato membro dalla Comunità, mentre il Trattato di Lisbona del 2007 prevede esplicitamente la possibilità di un’uscita – anche se i negoziati a riguardo sarebbero comunque molto lunghi e complessi.

Terza differenza, il contesto economico. Nel 1975 il Regno Unito si trovava in grave difficoltà economica, e non vedeva molte prospettive di sviluppo al di fuori della Comunità. Al contrario, oggi l’Inghilterra è uno dei principali centri finanziari del mondo e coltiva i suoi rapporti con le potenze economiche asiatiche, mentre l’Unione europea nel suo complesso appare in grave difficoltà economica.

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L’altro referendum sul Brexit, 40 anni fa

Il Partito conservatore, che ha vinto le recenti elezioni politiche nel Regno Unito, si è impegnato a  indire un referendum per stabilire se il Regno Unito debba o meno continuare a far parte dell’Unione europea. Esattamente 40 anni fa, il 5 giugno 1975 si tenne un referendum simile, che chiedeva ai cittadini britannici: «Pensate che il Regno Unito debba rimanere nella Comunità Europea (Mercato Unico)?».

Il Regno Unito era entrato nella Comunità europea meno di due anni prima, nel 1973. I negoziati per l’adesione erano stati gestiti dal governo conservatore guidato da Edward Heath, che aveva deciso di non sottoporre il trattato di adesione a referendum. Tuttavia, i conservatori persero le elezioni politiche dell’ottobre 1974, che portarono alla formazione di un governo laburista.

All’epoca, i conservatori appoggiavano l’integrazione europea e la partecipazione britannica ad essa, mentre il partito laburista era fortemente diviso al suo interno fra pro- e anti-europei. Il suo leader era Harold Wilson, già primo ministro dal 1964 al 1970 e iniziatore del processo di adesione alla Comunità europea. Wilson era pro-europeo, ma era anche molto critico nei confronti dei termini di adesione a cui Heath aveva acconsentito. Considerando anche le idee anti-europee che dominavano una parte del suo partito, Wilson inserì nel manifesto elettorale la promessa di indire un referendum sull’adesione del Regno Unito alla Comunità europea.

Nelle intenzioni di Wilson, il referendum doveva servire come strumento di pressione, in grado di condurre a una rinegoziazione dei termini dell’accordo di adesione. Meno di due mesi dopo la sua elezione Wilson effettivamente ottenne una modifica dei termini di adesione, anche se la sua portata concreta era modesta. E come aveva promesso, la decisione sull’opportunità dell’adesione britannica alla Comunità europea fu sottoposta a referendum.

La consultazione si tenne il 5 giugno 1975, al termine di un’intensa campagna elettorale. Il “Sì” era sostenuto dal comitato Britain in Europe (BIE), molto ben organizzato e finanziato, grazie all’appoggio che riceveva dai maggiori partiti britannici: conservatori (guidati dalla nuova leader Margaret Thatcher), liberali e i laburisti vicini a Wilson. Il “No” era sostenuto dal comitato National Referendum Campaign (NRC), composto principalmente dalla corrente di sinistra del Partito laburista. A essa si aggiungevano una piccola parte dei conservatori, il Partito unionista dell’Irlanda del Nord, il Partito nazionale scozzese, Playd Cimru e gli estremi extraparlamentari: il Partito comunista britannico e il Fronte nazionale. La classe dirigente britannica era ampiamente a favore del “Sì”, così come tutta la stampa nazionale. L’unica eccezione fu il Morning Star, quotidiano del Partito comunista: secondo alcuni la sua presa di posizione rappresentò il “bacio della morte” per i sostenitori del “No”.

L’affluenza al voto fu del 64,5%, sette punti percentuali in meno rispetto alle precedenti elezioni politiche. Il “Sì” vinse con il 67,2% dei voti, mentre il “No” si fermò al 32,8%.

Il risultato del referendum risolse alcuni problemi a breve termine nei rapporti fra l’Europa e il Regno Unito, ma i rapporti rimasero difficili. Negli anni i motivi di divergenza si sono ampliati, legati principalmente alla struttura del bilancio europeo, alle differenze tra gli ordinamenti giuridici nazionali, alle specificità del modello sociale ed economico britannico, all’allargamento e rafforzamento dell’Unione europea.


Per approfondire: Mark Baimbridge, Philip Whyman, e Andrew Mullen, The 1975 Referendum on Europe (Imprint Academic, 2006), vol. II.

Fonte dell’immagine: YouTube

Tutti i referendum per l’indipendenza dal 1945 a oggi

Alberto Nardelli e George Arnett hanno pubblicato sul Guardian un’infografica su tutti i referendum per l’indipendenza tenutisi nel mondo dal 1846 a oggi. A partire dalla fine della Seconda guerra mondiale, i referendum ufficialmente riconosciuti sono stati 33, e hanno quasi sempre condotto alla costituzione di nuovi stati. I casi simili a quello del referendum per l’indipendenza della Scozia sono molto pochi, e non hanno condotto alla costituzione di nuovi stati.

BxpfLBaIEAAae4CCon la sola eccezione del Québec, tutti i referendum che si tennero tra la fine della Seconda guerra mondiale e la fine della guerra fredda riguardarono la concessione dell’indipendenza a territori che erano controllati da una potenza coloniale. Il referendum più importante tra questi fu quello della Guinea nel 1958: la Guinea fu l’unica colonia francese a rifiutarsi di prendere parte alla nuova «Comunità francese». La sua indipendenza favorì la diffusione dell’indipendentismo e del nazionalismo anche nelle altre colonie africane, la gran parte delle quali chiese e ottenne l’indipendenza nel 1960.

Quasi la metà dei referendum per l’indipendenza che si sono tenuti dal 1945 a oggi si sono svolti tra il 1990 e il 1992, in seguito alla fine della guerra fredda. Questi referendum sancirono la dissoluzione della Federazione iugoslava e dell’Unione delle repubbliche socialiste sovietiche, portando alla formazione di 14 nuovi stati. L’indipendenza del Montenegro giunse un po’ più tardi, nel 2006. A parte il caso della Iugoslavia e dell’URSS, gli unici referendum che hanno avuto successo negli ultimi venticinque anni sono stati quelli che hanno sancito la fine di alcuni conflitti: l’Eritrea votò per l’indipendenza dall’Etiopia nel 1993, Timor Est per l’indipendenza dall’Indonesia nel 1993, e nel 2011 il Sud Sudan votò per l’indipendenza dal Sudan.

Il caso del referendum per l’indipendenza della Scozia è quasi unico, dato che non riguarda né una situazione coloniale, né un collasso di un sistema politico, né una guerra. Gli unici referendum simili furono quelli per l’indipendenza del Québec nel 1980 e nel 1995 e quello per la secessione di Nevis dalla Federazione di St. Kitts and Nevis nei Caraibi nel 1998. L’indipendenza non fu ottenuta né in un caso né nell’altro: in caso di successo, il referendum scozzese sarebbe veramente unico e costituirebbe una svolta nella storia della formazione e della divisione degli stati.