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Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

Di Donald Trump si dice che fa il matto, di Ted Cruz che è matto. In ogni caso, lo straordinario successo dei candidati radicali alle primarie del partito repubblicano negli Stati Uniti è sorprendente se confrontato coi risultati delle primarie del passato – che venivano vinte da un “conservatore compassionevole” come George W. Bush, da un maverick come John McCain e da un moderato come Mitt Romney. Ma il successo dei radicali nelle primarie di quest’anno è davvero inedito?

A destra, il paragone che si fa più spesso è quello con le primarie del 1964, che furono vinte da Barry Goldwater. Senatore dell’Arizona molto conservatore, Goldwater sconfigge i candidati sostenuti dall’establishment del partito, molto più liberali e moderati – ma poi va a schiantarsi alle elezioni presidenziali, dove perde con un margine di 23 punti percentuali rispetto a Lyndon Johnson. Il paragone con Goldwater rassicura alcuni oppositori di Trump (potrà pure vincere le primarie, ma alle elezioni si schianta), ma ne preoccupa altri: l’America del 2016 non è quella del 1964, e se Goldwater venne sconfitto nel breve periodo, nel lungo periodo si trasformò nel «vero padre spirituale dell’odierno partito repubblicano».

Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

1. Come Trump, anche Goldwater si candidò alle primarie contro l’establishment del partito repubblicano, che lo attaccò furiosamente dandogli dell’estremista, del razzista e del guerrafondaio – e a volte del pazzo irresponsabile. Critiche, manovre e persino uno “Stop Goldwater Movement” servirono a poco: quello vinse comunque le primarie, e lo fece rivendicando il suo estremismo. Nel discorso di accettazione della nomination affermò che «non è un difetto essere estremisti nella difesa della libertà».

2. Trump è stato accusato tra le altre cose di coltivare dei rapporti un po’ troppo stretti con la destra estrema e razzista. La stessa accusa fu rivolta a Goldwater: erano gli anni della battaglia sui diritti civili, e lui si opponeva alle leggi contro la discriminazione dei neri. Guadagnò così ampi consensi tra i bianchi del Sud, che fino ad allora avevano massicciamente votato a favore dei Democratici – in pratica i repubblicani non esistevano nemmeno, negli stati del Sud.

3. Se nel 1964 Goldwater riesce a sconfiggere i candidati espressione dell’establishment del partito, è anche perché riesce a raccogliere e mobilitare le energie di molti semplici elettori insoddisfatti nei confronti dei dirigenti politici tradizionali. Con la campagna di Goldwater emerge di fatto negli Stati Uniti un movimento conservatore di base, che raccoglie e mobilita elettori fino ad allora poco visibili e organizzati.

Quali sono le differenze tra Trump e Goldwater

1. Anche se si presentava come un oppositore dell’establishment, Goldwater era in realtà un politico di professione, con tutta una carriera alle spalle – e aveva sviluppato delle idee piuttosto precise e coerenti, che sono sopravvissute ben oltre la sua esperienza elettorale del 1964. Al contrario, Trump non ha alcuna esperienza politica e ha cambiato idea su quasi ogni argomento: il suo successo pare appoggiarsi soprattutto sulla sua immagine e sulla sua retorica, e quindi potrebbe non sopravvivergli.

2. Rispetto agli anni Sessanta, l’elettorato americano di oggi è diviso in maniera molto più netta: le posizioni di Goldwater all’epoca sembravano radicali, oggi sarebbero probabilmente considerate normali. La volatilità degli elettori oggi è molto minore, mentre a quel tempo non era raro votare democratico a un’elezione e repubblicano a quella successiva, e viceversa (Goldwater ricevette appunto un sacco di voti da tradizionali elettori democratici del Sud, mentre vari repubblicani insoddisfatti votarono per Johnson).

3. Nonostante i duri scontri durante le primarie, alla fine Goldwater vinse la nomination per le presidenziali con un’ampia maggioranza e senza seri contendenti: in un modo o nell’altro alla fine il partito repubblicano si ritrovò unito. Molto più profonde paiono le divisioni odierne, e molto meno ampia sarà in ogni caso la maggioranza ottenuta dal vincitore della nomination.

…E quindi?

Un numero crescente di osservatori pensa che una vittoria di Trump alle primarie segnerebbe una mutazione dell’identità stessa del Partito repubblicano, che magari condurrebbe a una sconfitta alle presidenziali, ma che potrebbe esercitare un’influenza di lungo periodo sulla politica americana. È vero, alle presidenziali Goldwater perse molto male, ma la sua esperienza viene spesso vista come il punto d’origine del reaganismo e dell’identità repubblicana degli ultimi decenni, sia in termini ideologici sia di costruzione di un blocco elettorale di riferimento.

10 film sulle elezioni americane

Negli Stati Uniti, le elezioni politiche – primarie di partito o corsa per le presidenziali – sono tradizionalmente un grande evento mediatico, cui viene rivolta grande attenzione sia dal giornalismo che dal mondo del cinema e della televisione.

I film americani incentrati sulla politica in senso lato sono sensibilmente più numerosi di quelli dedicati alla rappresentazione dei concreti meccanismi elettorali. Tuttavia quando il cinema americano si occupa delle elezioni lo fa, molto spesso, con l’intenzione di sottolineare la distanza fra l’ideale meccanismo democratico delle elezioni rispetto alla sua insoddisfacente declinazione concreta.

Le Elezioni Primarie del 1960 (1960). Robert Drew fu uno dei pionieri del cinema verità e Le elezioni primarie del 1960 è considerato una delle sue opere più importanti. Il documentario segue le elezioni primarie in Wisconsin per la nomina del candidato democratico alla presidenza – i due contendenti erano John Kennedy e Hubert Humphrey. I nuovi sviluppi tecnici nel settore cinematografico (microfoni e telecamere più leggere e di buona qualità) permisero a Drew di seguire i protagonisti in modo più intimo e diretto rispetto al passato.

L’Amaro Sapore del Potere (1964). Il film, con Henry Fonda e Lee Tracy, fu scritto da Gore Vidal, che adattò la propria opera teatrale dallo stesso titolo per la regia di Franklin Schaffner. Il film tratta la corsa alla nomination presidenziale di un partito non meglio specificato, con una convention molto tesa e incerta.

Bobby (2006). Un film corale che racconta le storie di una serie di persone toccate dalla campagna per le primarie democratiche per la presidenza del 1968, in cui era candidato Bob Kennedy (fratello dell’ex presidente). Il film si concetra in particolare sul giorno in cui si tennero le primarie in California: Kennedy le vinse, ma fu ucciso quella sera stessa.

Il Candidato (1972). Nel film Robert Redford interpreta un giovane politico idealista in campagna per essere eletto senatore. Nel corso dell’elezione il candidato dovrà rinunciare ai propri principi per ottenere la vittoria.

I Colori della Vittoria (1998). Nel film un governatore americano candidato alle presidenziali (interpretato da John Travolta e evidentemente ispirato a Bill Clinton) deve affrontare insieme al suo team una serie di scandali sessuali di cui viene accusato. Il suo realismo e la sua spregiudicatezza gli permetteranno di vincere le elezioni.

Bulworth il Senatore (1998). Scritto, diretto e interpretato da Warren Beatty, il film narra gli ultimi giorni di vita di un senatore impegnato in una campagna elettorale in California. In crisi di consensi e infelice per la propria vita privata, Bulworth decide di ingaggiare un assassino anonimo che lo uccida prima del voto. A questo punto, non avendo più nulla da perdere o per cui lottare, il senatore può finalmente permettersi di dire la verità ai propri elettori sui reali meccanismi della politica.

Election (1999). La campagna elettorale raccontata nel film di Alexander Payne si svolge in realtà in un liceo americano, dove un’ambiziosa, entusiasta ma antipatica studentessa si candida a rappresentante d’istituto. La giovane si ritroverà al centro di una campagna sempre più intricata, contro un atleta popolare ma privo di intelligenza e sua sorella, ragazzina lesbica e anarchica, capace di convincere masse di studenti sull’inutilità di quelle elezioni.

By the People: The Election of Barack Obama (2009). Quando nel 2007 Amy Rice e Alicia Sams iniziarono a filmare questo documentario HBO, volevano solo seguire l’esperienza di un giovane ma trascinante esponente politico. Le riprese cominciarono prima che Obama diventasse un plausibile candidato alla presidenza: il film fornisce un punto di vista unico sul dietro le quinte di una delle campagne elettorali più incredibili e imprevedibili degli ultimi decenni.

Game Change (2012). Film televisivo (HBO) del 2012 incentrato sulla figura di Sarah Palin, interpretata da Julianne Moore. Palin fu scelta come vicepresidente del candidato repubblicano John McCain nella corsa alle presidenziali del 2008; l’opinione pubblica rimase sconcertata dalle sue enormi lacune intellettuali e politiche.

Le Idi di Marzo (2011). Basato sulla piéce teatrale del 2008 intitolata Farraguth North, il film di George Clooney racconta l’ascesa di un giovane addetto stampa di un governatore candidatosi alle primarie democratiche. La pellicola è uno spaccato sul meccanismo elettorale statunitense e, al tempo stesso, una riflessione sulla necessità di “sporcarsi le mani” e scendere a compromessi al fine di poter trionfare in politica.

Bonus track: West Wing – Tutti gli Uomini del Presidente (serie TV 1999-2006). Precedente alla più nota e in voga House of Cards, la serie di Aaron Sorkin (con Martin Sheen e John Spencer) vanta sette stagioni che trattano due differenti elezioni presidenziali – precisamente la terza e la quarta stagione (rielezione) e la sesta e la settima stagione, in cui viene descritta la lunga strada che un candidato deve percorrere per divenire presidente: dalla selezione del candidato fino all’insediamento nello studio ovale.

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 2

Ronald Reagan venne eletto presidente degli Stati Uniti nel 1980 con un chiaro programma: quello di riportare il paese alla normalità, dal punto di vista conservatore, dopo gli eccessi dei decenni precedenti. Era ora di rimettere al proprio posto ciò che era stato stravolto. Ma nonostante questo pare che i diritti conquistati dai neri con il loro lungo ciclo di lotte stiano cominciando a dare i loro frutti. Si avverte una maggiore equità sociale che permette ai neri di raggiungere traguardi prima insperati. Sono avvenimenti di costume, ancorché molto significativi, come l’elezione della prima Miss America nera nel 1984; musicali, come l’introduzione di Chuck Berry, Ray Charles, James Brown, Sam Cooke e Little Richard nella Rock and Roll Hall of Fame nel 1986. Ma sono anche avvenimenti politici rilevanti come l’elezione, nel 1989, di L. D. Wilder a governatore in Virginia e la nomina di Colin Powell a capo di stato maggiore. Sono gli anni di Bill Cosby e dei Robinson e di Micheal Jackson, che nel 1982 pubblica Thriller, l’album più venduto della storia.

L’emergere di questa middle class nera non nasconde del tutto la condizione del resto della comunità afroamericana. Lo dice esplicitamente Reagan is for the Rich Man dei blues-man Lousiana Red e Carey Bell. Come recita questo blues, le politiche conservatrici e repressive degli anni Ottanta causarono arresti in massa e vittime nei quartieri più poveri. Secondo Humans Rights Watch la “war on drugs” lanciata dall’amministrazione Reagan coinvolge percentualmente molti più neri che bianchi. Nel 1988 i neri arrestati per droga sono cinque volte i bianchi e il 37% del totale degli arrestati, nelle grandi città questo dato aumenta fino al 53%. Questo perché la guerra si concentra nelle città a minor reddito, dove è più presente la popolazione afroamericana.

La condizione dei quartieri poveri, abitati prevalentemente da neri, è ben rappresnetata da canzoni come The Message pubblicata nel 1982 da Grand Masterflash and the Furious Five. In questo brano rap, uno dei primi, si canta di vetri rotti, di degrado. Il ritornello dice «don’t push me ‘cause i’m close to the edge»Non tanto una rivendicazione quanto una constatazione, non si può vivere peggio di così. Non è chiaro a chi si rivolge il rapper, uno dei fondatori del genere, è un commento generalizzato. In brani come questo e altri di Grandmaster Flash, come White Lines contro l’utilizzo di crack pubblicato nel 1984, o Renegades of Funk pubblicato nel 1983 da Afrikaa Bambataa and the Soul Sonic Force, si racconta la propria realtà per quella che è, manca una rivendicazione di cambiamento.

Da questo filone sociale deriva il rap militante come quello di KRS-ONE e dei Public Enemy. Uno dei brani più conosciuti dei Public Enemy è Fight the Power. La band si richiama esplicitamente all’immaginario delle Pantere nere e della militanza del Black Power, ma vi è una nota dissonante. I Public Enemy ancora si richiamano a parole d’ordine come «white man’s heaven is black hell», ma sempre più nell’arco della loro carriera il riferimento diventa quello della lotta agli uomini di potere, si perde l’orizzonte razziale per assumerne uno sempre più sociale. Peraltro nel video di Fight the Power si crea un’immagine particolare, nella quale i militanti delle Pantere nere nei loro vestiti di pelle nera contrastano con il resto del pubblico, mostrandoli non tanto avanguardia della comunità nera, quanto fuori dal tempo.

Anche nel brano di Tracy Chapman Talkin’ about the revolution, del 1988, è la povertà che sta preparando la rivoluzione. Significativo è il passaggio «it sounds like whisper», come un sussurro. In questo verso vi è tutto il cambiamento di questi dieci anni: nei decenni precedenti la rivoluzione si preparava con un gran vociare, ora invece Chapman lo vede come un sussurro, lontano dall’attenzione di una società che non ha risolto ma ha deciso di ignorare il problema.

Uno degli stili del rap, nato nei primi anni Novanta, è il gangsta rap. Il suo contenuto molto violento fa riferimento alla vita dei rapper, spesso vissuta al di fuori della legge, una vita da gangster. Per poter fuggire dalla povertà e dal degrado, cantano questi rapper, i neri non hanno che la possibilità di arricchirsi. E l’arricchimento non può che arrivare con la musica oppure con lo spaccio e la vita da gangster. Raccontano la vita dura dei quartieri, ma anche la via d’uscita. È quello di cui cantano i Niggaz Wit Attitude in Straight Outta Compton. I rapper vogliono allontanarsi da una vita difficile e senza speranze, e l’unica manera che hanno per farlo è cantare. Gli N.W.A. sono un gruppo storico per il rap, composto da MC come Ice cube e Dr Dre, usano liriche violente, spesso in conflitto con la polizia, un altro loro brano molto famoso è Fuck Da Police. Nel brano si dice esplicitamente che il reato per un giovane di Compton è essere nero, si minaccia la polizia di vendetta. È una musica che canta la realtà senza proporre una soluzione alternativa alla fuga individuale: è una via personale e individuale per ottenere quello che veniva rivendicato collettivamente due decenni prima.

 

Le canzoni del movimento per i diritti civili negli USA / 1

Dall’omicidio di Trayvon Martin nel 2013 e ancor di più dopo quello di Micheal Brown nel 2014, la questione razziale e le condizioni di vita dei neri statunitensi sono tornati di attualità. Le loro condizioni sono molto diverse da quelle di inizio Novecento, ma ancora molta strada resta da fare. In queste due puntate della “Storia dal Jukebox” ripercorriamo musicalmente la storia delle lotte dei neri per i diritti civili e contro il razzismo.

All’inizio del Novecento negli Stati Uniti esiste una precisa gerarchia razziale che vede al vertice i WASP – una sigla che sta per bianchi, anglosassoni e protestanti – seguiti da tedeschi, irlandesi, spagnoli e italiani, asiatici e infine i neri. Non solo il colore della pelle stabilisce questa gerarchia, ma anche la religione. Uno degli strumenti utilizzati per difendere questa gerarchia è il linciaggio, soprattutto nei confronti dei neri. Secondo una stima della Tuskagee University, tra il 1889 e il 1940 furono 3833 le vittime di linciaggio, per la stragrande maggioranza neri degli stati del sud.

Ne canta, nel 1939, Billie Holiday in Strange Fruit. Testo e musica della canzone sono ispirati dalle fotografie di un linciaggio. Il testo non è per nulla metaforico e descrive i corpi carbonizzati, martoriati, che dondolano al vento e bagnano di sangue le foglie delle magnolie del sud. È l’interpretazione di Holiday a rendere la canzone non solo una denuncia ma una straziante testimonianza. Le pause e il tono, differente dagli altri brani di Billie Holiday, rendono bene il dolore che la cantante provò sulla sua pelle.

Con gli anni Cinquanta il movimento per i diritti civili prese slancio. Eventi simbolo, come il boicottaggio dei bus di Montgomery in Alabama dopo il caso di Rosa Parks, spinsero sempre più neri a prendere coscienza dei propri diritti e scendere in strada. Ci furono marce, come quella di Selma per il diritto al voto nel 1965, e rivolte, come quella di Watts. Le violenze da parte dei bianchi continuarono. Le loro vittime ispirarono molte canzoni, anche di autori bianchi. Una di queste è Mississippi Goddam di Nina Simone del 1964. La canzone venne composta dopo l’omicidio di Medgar Evers, un attivista per i diritti civili ucciso nel Mississippi nel 1963 da un membro del White Citizen Council. Questa non è più una sofferta denuncia ma un rabbioso monito: «non so ancora per quanto potrò reggere questa pressione», dice la cantante. Questa rabbia dettata da una volontà di cambiamento si percepiva nel paese.

Ma la forza che aveva conquistato il movimento, il sostegno crescente che aveva nella società, portavano in molti a credere che il cambiamento fosse a portata di mano. Lo stesso anno di pubblicazione di Mississippi Goddam, Sam Cooke pubblica A change is gonna come. C’era voluto molto tempo, ma il cambiamento ormai stava arrivando, era una sensazione diffusa. Il biennio 1964-65 segnò infatti un punto di svolta, con l’approvazione da parte del Congresso del Civil Rights Act e del Voting Rights Act, che abolivano il razzismo di stato.

La fine del razzismo di stato non sancì anche la fine della discriminazione. Non solo organizzazioni come il White Citizen Council e il KKK continuarono ad esistere, ma i neri si scoprirono discriminati economicamente. Anche il movimento ebbe una svolta. Con l’omicidio di Malcolm X nel 1963 e di Martin Luther King nel 1968, una parte del movimento sentì sempre più difficile un dialogo con le istituzioni. Nacque lo slogan Black Power, che indicava la volontà di rottura completa.

Nuovi leader, come Stokely Carmicheal, criticarono le posizioni di leader nonviolenti come King, proponendo un’azione più radicale. Più vicino al pensiero di Malcolm X, il nuovo movimento vide la comparsa di organizzazioni pronte anche ad azioni violente, come il Black Panther Party for Self Defense. Se da una parte ci furono sparatorie con la polizia e assalti ai tribunali, dall’altra si organizzavano colazioni per i bambini poveri e si sostenevano gli anziani soli, diventando dei punti di riferimento. Le loro erano posizioni influenzate dal marxismo e dai movimenti per l’indipendenza africana. L’Africa era entrata prepotentemente nell’immaginario collettivo dei neri. Nella musica e nella cultura questo aspetto è molto evidente. John Coltrane è uno dei padri del free jazz, in cui si percepisce una forza selvaggia, istintiva che spinge lontano da quella che veniva ritenuta una pretesa dei bianchi di ingabbiare una musica nera. Fu come un’esplosione di consapevolezza, black consciouness. James Brown nel 1968 pubblicò Say it loud, i’m black and i’m proud.

La società e le istituzioni, messe in discussione, reagirono. Nella seconda metà degli anni Settanta il movimento vide i propri leader arrestati, come Angela Davis, o fuggiti all’estero, come Stokely Carmicheal. L’FBI infiltrò le organizzazioni come il Black Panther Party, e ne indebolì l’impatto. Ma non fu solo per la repressione che il movimento si spense gradualmente, senza che alcuni gravi problemi che assillavano la popolazione nera venissero risolti.

L’eredità della guerra civile americana

Anche se la guerra civile americana si concluse 150 anni fa, la sua eredità è ancora molto attuale. Non si tratta solo di commemorazioni, studi e sopravvivenze nella cultura popolare: gli stati che fecero parte della Confederazione del Sud durante la guerra sono ancora oggi parecchio diversi dagli altri stati americani. Secondo un articolo dell’Economist, il Sud «rimane una regione a sé stante, dalla camera da letto alla cabina elettorale».

Rispetto ai rimanenti stati americani, gli stati del Sud sono più conservatori e votano più spesso per i repubblicani. Tuttavia, l’integrazione razziale funziona meglio al Sud che altrove: più integrazione nelle scuole, più matrimoni misti, meno casi di violenza tra poliziotti bianchi e cittadini neri.

Secondo l’Economist, la ragione principale di questa differenza va ricercata nella diversa cultura religiosa degli stati del Nord e di quelli del Sud. Tra fine Ottocento e inizio Novecento, le Chiese presenti nelle regioni settentrionali degli USA dovettero aprirsi, in modo da andare incontro all’afflusso in massa di immigrati da molti paesi diversi. Nelle regioni meridionali l’immigrazione invece fu molto minore, e le Chiese rimasero così molto più tradizionaliste e conservatrici. Gli abitanti del Sud rimangono tutt’oggi molto praticanti, e i movimenti religiosi conservatori esercitano un’importante influenza anche a livello politico.

Perché gli USA non sono più forti come in passato

Per la prima volta dalla fine della guerra fredda nel 1989, la supremazia militare degli Stati Uniti sulla scena internazionale non è più indiscussa. Gli USA rimangono la più grande potenza militare del mondo, ma la loro capacità di sconfiggere qualsiasi possibile paese avversario non è più ovvia. «Il predominio americano sui mari, nei cieli e nello spazio – per non parlare del cyberspazio – non può più essere preso per scontato», ha ammesso lo scorso anno il segretario americano alla difesa.

Come racconta un articolo dell’Economist di questa settimana, la Cina e la Russia appaiono sempre più in grado di competere con la supremazia militare americana, e sempre più pronte a sfidarla. Per fronteggiare questa situazione, i dirigenti militari americani invocano l’adozione di una “terza strategia di offset”. Offset significa deviazione rispetto allo stato delle cose: una strategia di offset è una strategia che punta ad acquisire una tale superiorità tecnologica e militare sugli avversari da garantire la vittoria contro di loro in caso di conflitto (al netto di eventuali attacchi nucleari).

La prima strategia americana di offset venne lanciata nei primi anni Cinquanta, per contrastare il grave squilibrio tra le forze convenzionali sovietiche e occidentali in Europa. Gli Stati Uniti puntarono sul rafforzamento del loro arsenale nucleare, e la strategia funzionò per alcuni anni.

Alla metà degli anni Settanta, dopo la sconfitta americana in Vietnam, ci fu bisogno di una seconda strategia di offset. Gli Stati Uniti svilupparono i missili di precisione, i satelliti di ricognizione, il sistema GPS, gli aerei “invisibili”, e così via. La superiorità tecnologica riconquistata dagli americani fu particolarmente evidente durante la guerra del Golfo nel 1991, con la distruzione rapida degli armamenti sovietici di cui disponeva l’Iraq.

Perché la seconda strategia di offset ha smesso di funzionare? Il cambiamento decisivo accaduto negli ultimi vent’anni è stato il grande aumento della circolazione globale delle innovazioni, favorito soprattutto da internet. Le innovazioni tecnologiche circolano molto più velocemente che in passato, e la loro adozione è molto meno costosa. Alcune tecnologie su cui si fondava la seconda strategia di offset sono ormai ampiamente disponibili per tutti, come la capacità computazionale, la gestione di grandi quantità di dati e l’uso di sensori sofisticati.

Secondo l’Economist, in questi ultimi venti anni l’esercito americano ha perso capacità di innovazione, in parte per i notevoli tagli effettuati al bilancio militare e in parte per le sempre più profonde divisioni tra repubblicani e democratici, che hanno ridotto la capacità politica di guidare l’innovazione negli Stati Uniti. Nello stesso periodo, gli avversari degli USA hanno ridotto di molto il loro svantaggio tecnologico – soprattutto la Cina, il cui bilancio militare cresce del 10% all’anno.

I campi di internamento per giapponesi negli USA

Durante la seconda guerra mondiale, negli Stati Uniti furono imprigionate 120.000 persone di origine giapponese, delle quali il 62% erano cittadini statunitensi. La decisione fu presa dal governo americano dopo l’attacco giapponese a Pearl Harbor e l’ingresso degli Stati Uniti nel conflitto. L’internamento dei cittadini di origine giapponese mirava a prevenire possibili sabotaggi da parte loro. La stessa decisione fu presa per i cittadini tedeschi, come era già accaduto durante la prima guerra mondiale.

Pochi giorni fa il New York Times ha raccontato questa storia collettiva di deportazione e internamento, attraverso le storie di due ex detenuti. Entrambi erano dei bambini quando furono costretti nei campi di internamento insieme ai loro genitori – a essere precisi, una di loro addirittura nacque nel campo. Furono detenuti nel campo di Amache, il più piccolo tra i dieci campi creati per i giapponesi.

Oggi, lo spazio dove vivevano i prigionieri è un tappeto di arbusti spinosi e fiori di campo punteggiato da note della sua vita passata: pezzi di porcellana, tondini di cemento armato, pezzi di cemento e qua e là del filo spinato. Non sono rimasti edifici. Quando l’ultimo detenuto lo lasciò il 15 ottobre del 1945, le strutture del campo, circa 550 edifici, furono messe all’asta e spostate, disperse come coloro che le avevano abitate.

«Erano due chilometri quadri e mezzo di baracche» ricorda Fuchigami cercando in un boschetto di artemisia i resti della sua baracca, la 7G. «Non avrebbero dovuto stare qui» disse a proposito delle persone che vi vivevano, «Fu un colossale errore.»

Molte delle persone che furono detenute a Camp Amache sono tornate ogni anno in quei luoghi, ma quest’anno sono potuti andare solo gli ex internati incontrati dal New York Times, il signor Bob Fuchigami e la signora Jane Okubo. Ormai, molti degli ex detenuti sono scomparsi.

Il campo operava come una città americana, in qualche modo. C’erano scuole, vigili del fuoco, i boy scout e un giornale bisettimanale. I prigionieri svolgevano delle attività, contribuendo in molti aspetti dell’economia del paese, inclusa la produzione di migliaia di manifesti di propaganda di guerra. Il campo aveva anche la propria squadra di football, gli Amache Indians. Nacquero 415 bambini e circa 1.000 residenti entrarono nel servizio militare.

Tuttavia, le condizioni di vita nel campo erano molto dure. Amache si trova accanto al villaggio di Granada, nel Colorado meridionale. In inverno la temperatura scendeva anche a -22°C, mentre d’estate le tempeste di sabbia filtravano attraverso le pareti delle baracche.

Fuchigami ricorda le guardie armate e i riflettori che interrompevano il sonno la notte. Ricorda che divenne intensamente geloso di un aquilone che aveva costruito con legnetti e carta di giornale. «Un aquilone può volare ovunque vuole» dice Fuchigami, poteva volare oltre il filo spinato mentre lui vi rimaneva dentro. «Avevo sempre questo sentimento,» aggiunge, «Cosa ci facciamo qui? Perchè siamo prigionieri? Cosa ci faranno domani o in futuro?»

Negli ultimi anni i campi di internamento più grandi, come quello di Tule Lake (che arrivò a ospitare quasi 20.000 persone) e quello di Manzanar, ricevono un gran numero di visitatori. La loro storia viene raccontata nelle scuole e in libri come Farewell to Manzanar (Addio a Manzanar), pubblicato da James D. Houston e Jeanne Wakatsuki Houston. La storia del campo di Amache invece rischia di essere dimenticata.

Oltre agli ex detenuti, la sua memoria è coltivata soprattutto da una scuola delle vicinanze. Gli studenti realizzano interviste e hanno costruito un piccolo museo, e il loro progetto più ambizioso è quello di recuperare gli edifici del campo. Alcuni edifici sono già stati riportati ad Amache, l’obiettivo è quello di riportarne altri, in modo da permettere ai visitatori di immaginarsi meglio l’esperienza del campo. Il progetto è finanziato soprattutto dagli ex internati, e dovrebbe essere completato prima che siano scomparsi tutti.

La prima passeggiata nello spazio, cinquant’anni fa

«Tutto era nero come l’inchiostro, le stelle erano ovunque e la luce del Sole era così forte che non riuscivo a sopportarla». Era il 18 marzo del 1965. A distanza di cinquantanni, l’ex cosmonauta russo Aleksej Leonov, ormai ottantenne, ha ricordato così in un’intervista al quotidiano britannico The Guardian la sua passeggiata spaziale, la prima mai compiuta da un uomo.

Leonov è rimasto nello spazio a cinquecento chilometri di altezza per dodici minuti, legato con un cavo di 4,5 metri alla navicella Voschod 2, dove lo attendeva il suo compagno di missione Pavel Beljaev. Anche se la propaganda sovietica descriverà la missione come un completo successo, entrambi gli uomini hanno rischiato più volte la vita. Durante l’escursione, la tuta di Leonov si è gonfiata a causa della pressione, impedendo così al cosmonauta di rientrare nella navicella: solo l’espulsione di quasi tutto l’ossigeno ha permesso a Leonov di sgonfiare la tuta e rientrare nella Voschod. La passeggiata spaziale è stata così faticosa che in dodici minuti il cosmonauta ha perso sei chili di peso.

Leonov durante la sua passeggiata spaziale

Leonov e Beljaev hanno incontrato problemi anche durante il ritorno sulla Terra: a causa di un guasto al sistema automatico di rientro della Voschod, i due sono stati costretti a pilotare manualmente la navicella, atterrando rovinosamente tra le foreste degli Urali, a duemila chilometri dal punto stabilito. Al Guardian Leonov ha raccontato: «Aspettammo i soccorsi nella foresta per tre giorni, mentre la radio e la tv sovietica giustificarono la nostra assenza dicendo che eravamo già in vacanza dopo il volo».

Una volta rientrati in Unione Sovietica i due cosmonauti sono diventati – come era già accaduto a Yuri Gagarin – degli eroi. Leonov, in particolare, ha continuato la sua carriera di cosmonauta partecipando prima al programma lunare sovietico e poi, nel 1975, comandando un’altra storica missione, la Soyuz 19, il primo volo spaziale congiunto sovietico-americano.

Nella storia della corsa allo spazio tra Stati Uniti e Unione Sovietica, la passeggiata di Leonov fu il terzo smacco subito dagli americani. Dopo il primo satellite (lo Sputnik nel 1957) e il primo uomo nello spazo (Gagarin nel 1961), i sovietici erano riusciti a battere gli americani sul tempo anche sull’attività extra-veicolare, riuscendo a far camminare Leonov nello spazio tre mesi prima dell’astronauta statunitense Edward White.

L’impresa di Leonov fu però l’ultima grande vittoria sovietica: l’ennesima sconfitta spinse gli americani a intensificare gli sforzi per la missione Apollo che, nonostante i primi fallimenti (lo stesso White è morto nel 1967 durante i test dell’Apollo 1), riuscì a raggiungere la Luna il 20 giugno 1969.

Da dove vengono gli immigrati negli Stati Uniti

Gli Stati Uniti sono un paese abitato quasi esclusivamente da immigrati e da discendenti di immigrati: di nativi americani ne sono rimasti davvero pochi. Nei giorni scorsi il sito Vox ha pubblicato una serie di 35 mappe dedicate all’immigrazione negli Stati Uniti.

Alcune delle mappe più interessanti riguardano la provenienza degli immigrati e la loro distribuzione all’interno del paese. La mappa seguente, basata sul censimento del 2000, mostra ad esempio qual è, in ogni contea degli Stati Uniti, la comunità di immigrati più rappresentata.

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Il gruppo di gran lunga più rappresentato è quello degli immigrati di origine tedesca, corrispondente al colore azzurro. Gli immigrati di origine messicana (in rosa) predominano negli stati al confine col Messico, mentre gli afroamericani (in viola) predominano negli stati sud-orientali. Alcune comunità sono fortemente concentrate in zone piuttosto ristrette, come ad esempio i discendenti degli italiani attorno a New York o i discendenti dei francesi in Louisiana. Nella zona di colore giallo chiaro la maggioranza delle persone dichiara semplicemente un’origine «americana»: non si tratta di nativi americani, ma di persone che non hanno più un’identificazione stretta con una singola comunità – si tratta di un fenomeno in rapido aumento.

Una serie simile di mappe è stata realizzata da MetricMaps. Per ogni principale paese di immigrazione negli Stati Uniti, queste mappe mostrano com’è distribuita la comunità nelle diverse contee del paese. Appare molto chiaramente la concentrazione di alcune comunità in alcune zone piuttosto ristrette: oltre agli italiani a New York e ai francesi in Louisiana, ci sono ad esempio i norvegesi all’estremo Nord e i danesi nello Utah.

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Se si considera il totale della popolazione, le comunità di immigrazione più recente non sono ancora molto visibili in termini assoluti. Le mappe precedenti sono però destinate a fare sempre più spazio ai nuovi immigrati e ai loro discendenti, che in gran parte provengono da paesi extraeuropei. Il grafico seguente (elaborato dal Migration Policy Institute) mostra com’è cambiata l’origine delle persone che migrano negli Stati Uniti: negli anni Sessanta tre quarti degli immigrati proveniva dall’Europa, ma da allora la quota di europei è calata costantemente e oggi costituisce poco più del 10 percento del totale. Sono invece cresciute costantemente le quote degli immigrati di origine latinoamericana e asiatica.

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Esiste un rapporto speciale tra USA e Regno Unito?

Per decenni i dirigenti politici e militari britannici hanno visto il rapporto tra Regno Unito e Stati Uniti come un rapporto speciale. Nel suo nuovo libro America and Britain: Was There Ever a Special Relationship? Guy Arnold analizza l’evoluzione delle relazioni anglo-americane dalla Seconda Guerra Mondiale a oggi, concentrando l’attenzione sul loro carattere e sulla loro particolarità.

Arnold mostra i modi diversi in cui le relazioni anglo-americane furono concepite da una parte e dall’altra dell’Atlantico. Mentre la maggior parte dei britannici era convinta che il rapporto avesse un carattere unico e speciale, la maggior parte dei dirigenti americani non lo vedeva in quel modo. I dirigenti americani contraddicevano raramente la visione britannica in maniera esplicita, ma avevano chiaramente una visione diversa.

Guy Arnold è uno storico britannico, specializzato nella storia africana e nelle relazioni tra Nord e Sud del mondo nella seconda metà del Novecento. Ha pubblicato alcune decine di libri, a partire dal 1959.