Le canzoni dei Troubles

Clicca qui per ascoltare il podcast della puntata di Notabilia che abbiamo dedicato ai Troubles. 

La storia dell’Irlanda del Nord è stata travagliata e violenta. A partire dal 1966, nelle sei contee del Regno Unito situate nella punta nord-orientale dell’isola si è sviluppata una lotta senza quartiere tra i militari inglesi e i militanti repubblicani, e tra questi e i militanti unionisti. La musica ha scandito alcuni dei passaggi di questa lotta. A partire dall’inizio. Dagli anni Cinquanta infatti, all’interno di un’internazionale riscoperta delle sonorità della tradizione popolare, nasce quello che viene definito Irish Folk Revival.

Le canzoni della tradizione popolare irlandese vengono riscoperte e riprese da gruppi come i Chieftains, i Dubliners, ma anche da gruppi statunitensi con origini irlandesi come i Clancy Brothers and Tommy Makem. All’interno di queste canzoni vi sono le celeberrime Irish Rebel Songs, o Irish Rebel Ballads. Una di queste è Rising of the Moon, che ricorda l’insurrezione degli United Irishmen del 1798.

La riscoperta di questi brani si accompagnava a una rivendicazione di identità dei cittadini cattolici e repubblicani del Nord Irlanda. Questi vivevano delle vere e proprie discriminazioni, faticavano a trovare lavoro, a vedersi assegnate le case popolari, e le circoscrizioni elettorali erano disegnate per limitarne la forza elettorale. Per questo nel 1966 venne fondata la Northern Ireland Civil Rights Association, che si batteva per il riconoscimento dei diritti di tutti i cittadini nordirlandesi. Non è un caso che una delle canzoni cantate alle marce della NICRA fosse We Shall Overcome, come nelle marce per i diritti civili degli afroamericani negli USA. Il contesto non era molto differente.

Il conflitto divenne subito un conflitto violento, le marce dei repubblicani venivano attaccate dai poliziotti della RUC, la polizia nordirlandese composta prevalentemente da protestanti, e dai paramilitari lealisti e unionisti, ovvero che volevano rimanere legati al Regno Unito. Diverse furono le giornate di lunghi scontri tra manifestanti e polizia, come il 5 ottobre 1968 oppure il 12 agosto 1969. Il 30 gennaio 1972 è la famosa Bloody Sunday: a Derry, durante una marcia per i diritti civili, una divisione di paracadutisti inglesi aprì il fuoco sui manifestanti pacifici uccidendo 14 persone. La strage colpì molto anche l’opinione pubblica internazionale. Yoko Ono e John Lennon dedicarono due canzoni, sempre nel 1972, alla questione: la prima proprio alla denuncia della strage, Sunday Bloody Sunday, e l’altra più direttamente al conflitto, The Luck of Irish. Anche Paul McCartney con il suo nuovo gruppo, gli Wings, sentì il bisogno di cantare del conflitto in Nord Irlanda con il brano, sempre del 1972, Give Ireland back to the Irish. Gli artisti sapevano che le loro canzoni non sarebbero state accolte bene, entrambe subirono una sorta di censura che non le fece trasmettere dalle radio inglesi. Il fratello del chitarrista degli Wings, che viveva in Nord Irlanda, venne picchiato per rappresaglia.

Dopo le continue aggressioni alle marce repubblicane, una parte dell’Irish Republican Army ritenne che non fosse stato fatto abbastanza per proteggere i repubblicani del Nord Irlanda. Alla fine degli anni Sessanta si giunse quindi a una scissione dell’IRA in Official IRA, che nel conflitto ebbe un ruolo marginale, e Provisional IRA, protagonista di azioni e attentati contro l’esercito inglese e le forze protestanti. Il conflitto divenne sempre più violento, coinvolgendo anche i civili: una divisione dell’Ulster Volunteer Force, dei paramilitari unionisti, torturò e uccise tra il 1972 e il 1977 23 cittadini repubblicani, non legati all’IRA. A metà degli anni Settanta il conflitto si estese alle carceri, che pullulavano di prigionieri politici, soprattutto repubblicani. Nel 1976 il governo decise di togliere ai militanti lo status di prigionieri politici, e questi per risposta iniziarono la blanket protest, ovvero si rifiutarono di indossare le uniformi dei criminali comuni, rimanendo nudi con una coperta non potendo indossare altro. Le violenze aumentarono, anche per la decisione dell’IRA di colpire i secondini fuori dalle carceri, e dopo due anni i prigionieri iniziarono la dirty protest, ovvero si rifiutarono di recarsi nelle docce, dove subivano le violenze delle guardie carcerarie. Non riuscendo a ottenere risultati passarono allo sciopero della fame. Un primo iniziò alla fine del 1980 e durò per 53 giorni, sospeso quando sembrava che il governo britannico avesse accettato un dialogo. Ma nel gennaio del 1981, quando fu chiaro che il governo non avrebbe ceduto, ne iniziò un secondo. Lo iniziò Bobby Sands, Officer Commanding dell’IRA nel carcere di Long Kesh, e durò fino al 20 agosto. Durante lo sciopero morirono dieci prigionieri, tra cui Bobby Sands stesso. “Marcella” era il nome in codice che Sands usava nell’IRA.

La fase più acuta del conflitto furono gli anni Ottanta, sopratutto il quinquennio 1988-1993. Gli scontri furono sempre più violenti: da una parte il governo Thatcher che rifiutava ogni dialogo, come durante gli scioperi della fame, dall’altra l’IRA che aumentava la portata del conflitto e lo portava in Inghilterra e in Europa, con gli attacchi alle basi militari inglesi in Germania. Quando fu chiaro che l’IRA, sostenuta anche da Gheddafi, era molto ben armata e pronta allo scontro, iniziarono alcuni colloqui che portarono, non senza difficoltà, all’accordo del Venerdì Santo del 1998, con il quale è iniziata una fase di risoluzione politica dello scontro che ancora oggi resiste pur tra molte tensioni.

Smile Jamaica

Notabilia è un programma sulla storia e la musica trasmesso due volte al mese su Radio Ca’ Foscari e curato dal Mondo Contemporaneo assieme a Diacronie. Questa è la seconda puntata, dedicata alla Giamaica degli anni Settanta; sul sito di Diacronie si trovano una serie di materiali di approfondimento. La prossima puntata andrà in onda giovedì 16 marzo. 

Negli anni Settanta la Giamaica è un paese che sta attraversando un periodo di grandi e dolorosi cambiamenti. Dopo dieci anni di indipendenza dalla Gran Bretagna – un’indipendenza ottenuta senza strappi e nata grazie alle lotte dei lavoratori e al pensiero degli africanisti e dei nazionalisti neri come Marcus Garvey – il paese era fortemente diviso in base alla classe sociale e al colore della pelle.

Un’economia fragile, basata sull’estrazione della bauxite e sulla coltivazione della frutta, destinate al mercato estero, lasciava alla maggioranza povera del paese lavori stagionali e sottopagati nel settore del turismo. Al di sopra di questi sufferers, come vengono chiamati sull’isola i più poveri, vi era una classe media impiegatizia e istruita, e sopra ancora un’élite di proprietari terrieri e industriali, sostenuti prevalentemente da capitale straniero, statunitense e britannico.

A dividersi la scena politica sono due partiti, il Jamaica Labour Party e il People’s National Party. Entrambi nati dalle rivolte operaie e nere scoppiate alla fine degli anni Trenta, sono guidati da due leader carismatici – il primo da Alexander Busta Bustamante, il secondo da Norman Manley. Sono due personalità molto diverse tra loro, che hanno accompagnato entrambe la Giamaica verso l’indipendenza.

I primi dieci anni di libertà sono guidati dal JLP, che in quegli anni rappresenta sia le élites che i più poveri abitanti dei ghetti – mentre il PNP rappresenta i ceti medi cittadini e i lavoratori salariati. Ma alla fine degli anni Sessanta a guidare il PNP viene nominato il figlio di Norman Manley, Micheal. Laureatosi alla London School of Economics seguendo i corsi del socialista Harold Laski, aveva collaborato con sindacati e giornali vicini al PNP.

Micheal Manley aveva colto la necessità di entrare in contatto con diversi strati della popolazione. Per questo scelse di avvicinarsi anche agli strati più umili, usando i loro riferimenti culturali: la musica e il rastafarianesimo.

Il rastafarianesimo è una religione nata sulla scia del pensiero di Marcus Garvey, e si ritiene erede del cristianesimo come questo lo era stato dell’ebraismo. I rasta credono che Hailé Selassié – che prima dell’incoronazione a Negus Neghesti (Re dei re) d’Etiopia era il Ras Tafari, da qui il nome del movimento – sia stato un nuovo messia, che avrebbe ricondotto i neri della diaspora a una nuova Sion, contrapposta alla Babilonia che per i rasta è lo Shitstem (parola inglese intraducibile nata dalla crasi di shit e system).

Alla fine degli anni Sessanta la Giamaica era in grande subbuglio, moltissimi erano gli scioperi e la situazione era ritenuta dagli stessi giamaicani sul punto di esplodere. A descrivere bene questa situazione ci pensa la canzone degli Ethiopians Everything crash.

È una canzone root reggae, cioè del reggae delle origini, e quasi elenca tutte le categorie di lavoratori che sono entrati in sciopero. Il reggae, nato dall’evoluzione del mento e dello ska, è la forma di espressione prediletta degli abitanti dei ghetti: anche il suo massimo esponente, Robert Nesta “Bob” Marley, è cresciuto in uno di questi quartieri, Trenchtown, nella capitale Kingston.

Nonostante il rifiuto di molti rastafariani verso l’intero sistema politico giamaicano, la situazione era tale che Michael Manley riuscì ad attirare su di sé l’attenzione e la fiducia di molti, in un senso anche interclassista. Usò anche la musica reggae: molti artisti, compreso lo stesso Bob Marley, gli si avvicinarono e composero per lui canzoni. Una canzone molto significativa di quel periodo è Better Must Come di Delroy Wilson.

La canzone non ha un contenuto politico, anzi è il lamento dell’autore per non essere ancora riuscito a sfondare nella musica. Wilson accusa qualcuno, forse i discografici, per questi suoi fallimenti, ma ascoltandola i giamaicani traslarono questa accusa nelle loro vite, identificando i colpevoli coi politici del JLP, che avevano governato fino ad allora ed erano considerati responsabili di fatiche e ingiustizie. Manley e il PNP ottengono una vittoria schiacciante, ma le aspettative sono molto alte e nonostante i tentativi di grandi riforme il sostegno inizia subito a venire meno. Riforme sociali importanti, come quella della scuola resa gratuita fino all’università, e dirette ad aumentare lavoro e partecipazione politica sono minate da corruzione, clientelismo e violenza.

Da sempre la politica giamaicana aveva coinvolto delle vere e proprie gang nelle proprie attività. Queste gang controllavano interi quartieri ed erano solite scontrarsi violentemente. Sia il PNP che il JLP avevano le proprie bande, e negli anni Settanta la loro violenza aumentò esponenzialmente, fino a causare quasi mille morti durante la campagna elettorale del 1980.

Il contesto internazionale di quegli anni è fondamentale: solo un anno dopo il colpo di stato militare in Cile del 1973, per aumentare il sostegno da parte della popolazione più umile Manley annunciò la propria adesione al socialismo democratico. Nonostante le dichiarazione di lontananza dall’Unione Sovietica e da Cuba, gli Stati Uniti non gradirono questo spostamento, e c’è chi sostiene che dietro l’aumento delle violenze ci sia stata anche una loro partecipazione. L’adesione al socialismo democratico e al blocco dei paesi non allineati crearono una situazione complessa sia dentro che fuori dalla Giamaica. Da un lato Manley dovette comunque cercare sostegno da Cuba, sia economico che politico, e questo insospettì ancora di più gli USA, dall’altro il JLP iniziò una campagna che portava allo scontro di civiltà, basata sull’opposizione frontale tra libertà e comunismo.

Le elezioni del 1976 videro il governo e Manley in grande difficoltà, nonostante alcuni risultati ottenuti soprattutto nelle campagne, e soprattutto videro l’allentamento di una parte della base sociale che aveva sostenuto il PNP quattro anni prima. Il ceto medio che aveva visto in Manley il Kennedy giamaicano ora aveva paura di trovarsi davanti a una specie di Castro; rastafariani e musicisti reggae si ritirarono, parte della popolazione si sentì tradita. Ci sono molte canzoni che descrivono questa situazione, in particolare Roman soldiers of Babylon di Jacob Miller, nella quale i politici sono accusati di portare divisione, menzogne e violenza.

La violenza preoccupava molti rastafariani e fu così che Bob Marley, che ne aveva cantato in Johnny was a good man, decise di spendersi in prima persona organizzando lo Smile Jamaica Concert che, tenendosi lontano da entrambi i partiti, avrebbe voluto essere un appello alla pace. Ma il PNP stabilì che le elezioni si sarebbero svolte il giorno dopo il concerto, trasformandolo di fatto in un comizio finale del PNP.

Il giorno prima del concerto una gang vicina al JLP, forse col sostegno della CIA, fece irruzione sparando nella villa di Bob Marley in Hope Road e ferì il cantante e la moglie, ma non uccise nessuno. Nonostante le ferite Marley suonò ugualmente per due ore, ma subito dopo il concerto lasciò il paese.

Il secondo mandato di Manley fu altrettanto difficile: scoppiò uno scontro con il Fondo Monetario Internazionale, al quale Manley prima si avvicinò e poi si allontanò, amplificando la crisi economica. La violenza aumentò ancora per le strade di Kingston, le gang si scontravano quotidianamente, lo corruzione e il clientelismo erano tornati a livelli altissimi. Fu così che nel 1980 il JLP vinse le elezioni ponendo fine al decennio socialista in Giamaica.

Le voci della resistenza greca ai colonnelli: 1967-1974

Comincia oggi la nuova stagione di Notabilia, un programma sulla storia e la musica trasmesso due volte al mese su Radio Ca’ Foscari e curato dal Mondo Contemporaneo assieme a Diacronie. Qui si può ascoltare il podcast della prima puntata, realizzata da Jacopo Bassi, mentre sul sito di Diacronie si trovano una serie di materiali di approfondimento. La prossima puntata andrà in onda giovedì 2 marzo. 

Tre funerali sono legati da un filo rosso e fanno da sfondo a questa storia della Grecia dei colonnelli; due si svolgono prima della presa di potere da parte della giunta militare e l’ultimo si celebra a due anni di distanza dalla caduta del regime.

Il primo funerale è quello di Gregoris Lambrakis, il 28 maggio 1963. Lambrakis – lo Z. del romanzo di Vassilikos – rappresenta un monumento per la Grecia democratica: medico, ex atleta, sostenitore del pacifismo e personaggio di grandissimo carisma. Il suo omicidio è il primo eclatante segnale di come le forze eversive di destra siano in grado di operare incontrastate fino ad assassinare un uomo politico, un esponente politico di spicco della sinistra. Il primo ministro Konstantinos Karamanlis a seguito dell’omicidio si spinge ad affermare che quanto avvenuto non è responsabilità del governo; successive indagini dimostrano invece come i vertici della polizia e dell’esercito siano coinvolti nell’attentato: gli eventi lo portano a rassegnare le dimissioni.

Il secondo funerale è quello di Sotiris Petroulas, il 23 luglio 1965. Petroulas è uno studente di economia, un membro del Movimento democratico giovanile Lambrakis, fondato dal compositore Mikis Theodorakis in onore dell’amico scomparso due anni prima. Nella notte fra il 21 e il 22 luglio 1965 Sotiris Petroulas viene ucciso durante gli scontri che seguono una manifestazione di piazza. Quella sera Sotiris Petroulas scorta sul palco Theodorakis, che deve parlare ai Lambrakides. Interviene però la polizia per sgombrare la piazza dai manifestanti: Petroulas viene arrestato e muore mentre è in mano alle forze di polizia. La versione ufficiale attribuisce la morte a un’asfissia causata dai gas lacrimogeni lanciati dalle forze dell’ordine, ma diversi dubbi sulla veridicità di questa versione – acuiti dal rifiuto della polizia di consentire l’autopsia sul cadavere – sono stati sollevati dalla famiglia di Petroulas e dai militanti del Movimento. Theodorakis dedica a Petroulas una canzone, che entrerà a far parte del repertorio di canzoni anti-regime. Anche il governo appena nominato, quello di Georgios Athanasiadis-Novas è costretto a dimettersi (non ottiene la fiducia del parlamento). La morte di Petroulas evidenzia la brutalità degli apparati di polizia, ma anche la fragilità politica del sistema ellenico; proprio questa debolezza strutturale, unita al pericolo di una vittoria del partito centrista di Papandreu – che avrebbe formato un governo di coalizione con la compagine di sinistra dell’EDA – porta al colpo di stato del 21 aprile 1967. Un golpe militare di carattere “preventivo”, volto ad arginare il “pericolo comunista”.

Il regime autoritario che si instaura, una giunta militare guidata dal colonnello Papadopoulos, si macchia delle peggiori violazioni dei diritti umani. Le responsabilità del sostegno ai militari gravano tanto sulle spalle del re Costantino, quanto su quelle della diplomazia e dei servizi segreti statunitensi, che già dal 1966 avevano in animo di far scattare un golpe, il piano Prometheus. Uno dei compiti principali che la giunta militare ellenica dichiara di voler perseguire – oltre a quello di allontanare il rischio di possibili derive socialiste del paese – è quello di risollevare l’economia: una ragione evidentemente pretestuosa guardando agli indicatori economici. I modesti risultati economici di Papadopoulos vengono conseguiti all’interno di un sistema autoritario con pochi equivalenti in Europa; al giornalista di Le Monde Marc Marceau, che in un primo momento tenta di descriverne i successi (successivamente cambierà opinione sino a curare un volume collettaneo sulla Grecia dei colonnelli), Theodorakis dedicherà una sferzante canzone “di ringraziamento”.

La politica dei colonnelli è basata sull’esaltazione della civilizzazione ellenico-cristiana: il connubio fra nazionalismo e tradizione religiosa. Gli artisti di sinistra come Theodorakis – ma lo stesso Savvopoulos – sono considerati agitatori e sovversivi: come tali vengono imprigionati e, nel caso di Theodorakis, la loro musica viene censurata.

La repressione è quotidiana e la resistenza diviene consistente, soprattutto fuori dai confini nazionali: grazie anche all’impegno di numerosi intellettuali, riesce a muovere l’opinione pubblica mondiale. Alexandros Panagulis diviene un simbolo della resistenza: nell’agosto 1968 tenta di porre fine all’esperienza della giunta militare organizzando un attentato a Papadopoulos. Il suo tentativo fallisce e Panagulis viene imprigionato e condannato a morte. La condanna alla pena capitale si trasformerà poi in una pena detentiva. Dal carcere – attraverso la sua resistenza, l’atteggiamento che tiene durante il processo, la sua eroica decisione di rifiutare di confessare i nomi dei suoi complici anche sotto tortura, le sue poesie (diffuse clandestinamente) – la sua lotta si trasformerà nel miglior manifesto per la Grecia libera, che lotta contro il regime militare.

L’economia greca, malgrado l’apporto fornito da un settore del turismo in espansione (a dispetto dei boicottaggi), entra in crisi. Nel 1973 Papadopoulos sfugge a un primo tentativo di colpo di stato portato avanti dalla Marina e sostenuto da re Costantino, in esilio dal 1967; Papadopoulos decide allora di far votare – attraverso un referendum costituzionale – il cambiamento della forma di governo. Costantino viene così dichiarato decaduto e il 1° giugno 1973 Papadopouolos diviene presidente della repubblica. È però costretto a cercare di “normalizzare” il sistema e a cercare un’alleanza con la vecchia classe dirigente: per fare ciò è necessario incanalare il regime – almeno formalmente – verso un ritorno – alla democrazia. È l’avvio della metapoliftesi.

Per dare dimostrazione di un cambiamento di rotta, Papadopoulos concede l’amnistia a Panagulis, che viene liberato nell’agosto del 1973. Il mese successivo Markezinis viene nominato primo ministro, dietro la richiesta di poter agire senza interferenze da parte della giunta e con la garanzia che la censura e la legge marziale sarebbero state abolite. Il nuovo corso di Papadopoulos ha però vita breve: le proteste studentesche, che si susseguono da mesi, culminano nell’occupazione del politecnico di Atene. Nella notte del 17 novembre l’esercito farà irruzione all’interno dell’università e metterà in pratica uno sgombero violento dei locali. Gli scontri che seguiranno porteranno alla morte di 24 persone. Il destino di Papadopoulos è segnato: otto giorni dopo l’assalto al politecnico, il generale Ioannidis, attraverso un colpo di stato, lo destituisce. L’ultimo atto della giunta militare è l’appoggio ad un altro colpo di stato: quello ordito a Cipro dall’organizzazione terroristica greco-cipriota EOKA B con l’intento di destituirne il presidente, l’arcivescovo Makarios.

Il golpe cipriota sortirà l’effetto di provocare l’invasione di una porzione dell’isola da parte delle truppe turche e condurrà la Grecia sull’orlo della guerra con la Turchia. Ioannidis verrà a sua volta destituito e, nel luglio del 1974 il regime dei colonnelli avrà finalmente termine. A Konstantinos Karamanlis, richiamato dall’esilio, verrà affidato il compito di presiedere un governo civile che possa portare ad elezioni democratiche.

Rimosso il regime rimane il problema dell’accertamento delle responsabilità dei civili che ebbero parte attiva nei crimini perpetrati durante quegli anni. Alexandros Panagoulis, eletto deputato, proseguirà con ostinazione una battaglia per cercare la verità e gli elementi in grado di far condannare i fiancheggiatori del regime dei colonnelli. Panagulis riesce ad entrare in possesso delle carte che inchiodano importanti personaggi della destra ellenica: attraverso quei documenti può dimostrare i legami dei politici con i militari, con la CIA e il loro ruolo nel colpo di stato. Tenta quindi di renderli pubblici: in un primo momento lo fa attraverso il giornale Ta Nea (di proprietà di Christos Lambrakis). Ma il Ministro Averoff – il suo principale oppositore e l’uomo più coinvolto dai documenti di cui è in possesso – ottiene che la magistratura ne blocchi la pubblicazione. Panagulis si gioca quindi l’ultima, per lui fatale fatale, carta: il 3 maggio 1976 ha intenzione di rivolgere un’interrogazione parlamentare al primo ministro Karamanlis, consegnando direttamente nelle sue mani quei documenti. Ma in Parlamento, il 3 maggio, Panagulis non arriverà mai perché cade vittima di un misterioso incidente automobilistico nella notte del 1° maggio portando con sé la speranza di vedere fatta giustizia.

Il terzo funerale di questo fil rouge è proprio quello di Alexandros Panagulis, che si tiene il 5 maggio 1976 ad Atene, a cui prende parte più di un milione di persone.

Rieccoci/1

Dopo qualche mese di letargo, il Mondo Contemporaneo torna a svegliarsi. Riprendiamo innanzitutto da uno dei fili che abbiamo seguito negli anni scorsi, quello del rapporto tra storia e musica che è stato al centro della rubrica “Storia dal jukebox“. Nei prossimi mesi continueremo a usare la musica per raccontare pezzi di storia (e viceversa), ma lo faremo in una forma parzialmente nuova: assieme agli amici di Diacronie ci occuperemo della trasmissione “Notabilia”, in onda ogni due settimane su Radio Ca’ Foscari, la radio dell’università di Venezia.

Le puntate saranno disponibili in streaming e in podcast e saranno arricchite da una serie di materiali pubblicati su questo sito e sul sito di Diacronie. La prima puntata sarà trasmessa giovedì 16 febbraio alle 15, sarà dedicata alla resistenza contro la dittatura dei colonnelli in Grecia tra gli anni Sessanta e Settanta.

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La musica e l’evoluzione dell’immagine della donna

 

Ancora durante gli anni Cinquanta e Sessanta l’immagine della donna tradizionale e accettata è quella di moglie o madre. Le canzoni dei primi festival di San Remo, come visto qui, rimandano a una cultura ancora bloccata e impaludata. La donna poteva scegliere di essere moglie e madre, cantare di amori incorporei, virginali oppure poteva essere il pericolo numero uno per l’uomo, il serpente tentatore che lo avrebbe deviato dalla retta via.

 

Nel 1964 Gigliola Cinquetti vince il festival di San Remo con Non ho l’età, ma sotto traccia qualcosa sta iniziando a muoversi. I fermenti culturali e giovanili di quegli anni riguardano, per forza di cose, anche le donne. Del 1963 è Cuore di Rita Pavone, nella quale la cantante dice al proprio cuore che sono solo i primi tormenti che prova per amore. Dalla metà degli anni ’60 le giovani donne iniziano a vivere una vita diversa da quella tradizionalmente loro imposta. Non più angeli del focolare, ma persone che vogliono fare esperienze, non più candide madri e mogli in attesa ma ribelli, con i pantaloni e che cantano il rock ‘n’ roll.

Più di te di Mina, testo di Antonietta de Simone e cover del brano statunitense I won’t tell di Tracey Dey, fa un passo in più rispetto alla precedente voglia di ribellione. Parla direttamente con un uomo a cui dice che lui non è abbastanza per lei. Una forma di protesta e rivendicazione che mostra come si stesse producendo un salto nelle riflessioni delle donne. Anche in ambiti in cui le donne avevano già garantita una teorica parità, sancita anche dalla Costituzione, o all’interno del movimento studentesco e in partiti come quello comunista e socialista, le donne scoprono che la parità è tutt’altro che reale. Nelle assemblee devono scontrarsi con il fatto che le loro idee sono considerate in base al loro sesso, dentro i luoghi di produzione della cultura scoprono che comunque loro essendo donne non possono ambire ai ruoli dei maschi. Questa scoperta portò le donne nei primi anni Settanta a iniziare una separazione, una frattura forte ma necessaria per ridefinirsi, per capire quanta di questa inferiorità fosse stata introiettata dalle stesse donne.

Canzoni come Padre Davvero di Mia Martini del 1971, raccontano delle riflessioni che in quegli anni si facevano nei circoli femminili, durante le sedute di autocoscienza, ovvero in momenti in cui le donne si ritrovavano e confrontavano le proprie esperienze e i propri pensieri. Da questi circoli e dal lavoro di molte donne viene problematizzato il ruolo della donna e dell’uomo nella società, la necessità non solo di una parità ideale ma più concreta, un’uguaglianza tra diversi. Nascono consultori e centri anti-violenza, le lotte per l’aborto legale e per il divorzio che solo successivamente verranno fatte proprie da movimenti e partiti. La forza di queste riflessioni è tale da coinvolgere anche quelle donne che non partecipano al movimento femminista, e al punto che ancora nella metà degli anni Ottanta la maggioranza delle donne si definiva senza paura femminista.

Tra la fine dei Settanta e i primi anni Ottanta molte sono le artiste che giocano con la propria immagine. Come si diceva qui, le rivendicazioni del decennio precedente sembrano essere diventate normalità. Gianna Nannini usa un’immagine molto mascolina, forte, punk. Anche Donatella Rettore lo è per certi versi, ma in maniera più eclettica. È come se nel decennio precedente l’immagine della donna fosse stata destrutturata e queste artiste provassero a ricostruirla senza stereotipi.

Perché la Turchia si infuria per il riconoscimento del genocidio armeno

Non è la prima volta che la Turchia reagisce in maniera forte al riconoscimento del genocidio armeno da parte di altri paesi. Lo sta facendo in questi giorni con la Germania, lo ha fatto con il Vaticano e con la Francia negli anni passati. Le reazioni turche sono spesso molto dure, a sottolineare come il tema sia per loro estramamente delicato.

Alessandro Iacopini, qui, ha ben spiegato le vicissitudini del riconoscimento del genocidio armeno. Ma perché per la Turchia l’argomento costituisce ancora un nervo così scoperto da farle richiamare l’ambasciatore da tutti i paesi che lo riconoscono?

La questione ha diversi aspetti. Per prima cosa i turchi negano che sia mai stata riscontrata la volontà di eliminazione del popolo armeno da parte dell’Impero ottomano. Questo aspetto introduce una seconda questione, l’eredità storica. In quegli anni l’Impero ottomano viveva la sua “seconda era costituzionale”, il movimento dei Giovani Turchi aveva imposto al sultano una monarchia costituzionale. Questo momento storico di transizione rimane un riferimento politico molto importante per la Turchia contemporanea – lo era per la Turchia laica di Ataturk, lo è per la nuova Turchia di Erdogan. Riconoscere il genocidio sarebbe come riconoscere una macchia nelle proprie radici storiche.

Vi è poi una questione politico-territoriale: la Turchia teme che il riconoscimento del genocidio possa portare a rivendicazioni territoriali da parte dell’Armenia, che viene invece descritta come uno stato aggressore dell’Azerbaijan. In più la questione si intreccia con quella curda: Ankara teme che concedere questo riconoscimento possa spingere i curdi a insistere nelle proprie rivendicazioni.

Infine vi è una questione economica. Il reato di genocidio non prevede la prescrizione, e dunque il suo riconoscimento potrebbe portare la Turchia a dover riconoscere dei risarcimenti alle vittime e ai loro discendenti, ed è difficile quantificare l’importo di tali eventuali riconoscimenti.

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Le canzoni sul genocidio armeno

I film sul genocidio armeno

Storia e dibattito pubblico

L’inizio della campagna referendaria ha visto il ritorno, prepotente, della Storia nel dibattito pubblico. Non tutti sono stati richiami storicamente affidabili.

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Non è praticamente possibile stabilire se e cosa voteranno i partigiani combattenti, interpretando in questo modo l’aggettivo veri usato dalla Ministra Boschi altrimenti di difficile interpretazione. Per quanto riguarda l’iscrizione di non partigiani all’ANPI, si può notare che alla sua fondazione, nel giugno del 1944, era possibile l’iscrizione ai partigiani combattenti, ai patrioti, e ai benemeriti. Le tre categorie erano divise in base al grado di partecipazione alla lotta partigiana: la prima a chi aveva preso parte a vere e proprie battaglie; la seconda a chi aveva sostenuto la lotta, staffette e chi aveva sistematicamente prestato aiuto con basi logistiche o altro; la terza a chi aveva aiutato non sistematicamente la lotta partigiana. Infine era possibile iscriversi anche ai parenti di partigiani morti in combattimento anche in caso non avessero partecipato o sostenuto attivamente la Resistenza, purché ovviamente non fossero compromessi con il regime fascista.

Negli anni ’80 il PCI fece alcune proposte di riforma costituzionale. Le proposte di Berlinguer e di Ingrao hanno alcuni punti peculiari molto importanti: abolizione del Senato, senza trasformazione in una Camera delle Regioni; entrambi volevano salvaguardare l’azione legislativa della Camera, Ingrao in particolare temeva che il Governo se ne appropriasse abusivamente, e volevano opporsi a una personalizzazione della politica, erano gli anni di Reagan e Craxi, che in Italia portava avanti una proposta di riforma costituzionale a cui il PCI si oppose; infine centrale era la legge elettorale di tipo proporzionale. Da questo punto di vista, l’attuale proposta e quella comunista paiono distanti.

Infine, la proposta di Nilde Iotti pare quella che più si avvicina all’attuale riforma. La presidente della camera proponeva già dal 1979 di superare il bicameralismo perfetto e la trasformazione del Senato in un Senato delle Regioni. Anche in questo caso però bisogna considerare che anche per Iotti, la Camera doveva mantenere un forte indirizzo legislativo.

Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

Di Donald Trump si dice che fa il matto, di Ted Cruz che è matto. In ogni caso, lo straordinario successo dei candidati radicali alle primarie del partito repubblicano negli Stati Uniti è sorprendente se confrontato coi risultati delle primarie del passato – che venivano vinte da un “conservatore compassionevole” come George W. Bush, da un maverick come John McCain e da un moderato come Mitt Romney. Ma il successo dei radicali nelle primarie di quest’anno è davvero inedito?

A destra, il paragone che si fa più spesso è quello con le primarie del 1964, che furono vinte da Barry Goldwater. Senatore dell’Arizona molto conservatore, Goldwater sconfigge i candidati sostenuti dall’establishment del partito, molto più liberali e moderati – ma poi va a schiantarsi alle elezioni presidenziali, dove perde con un margine di 23 punti percentuali rispetto a Lyndon Johnson. Il paragone con Goldwater rassicura alcuni oppositori di Trump (potrà pure vincere le primarie, ma alle elezioni si schianta), ma ne preoccupa altri: l’America del 2016 non è quella del 1964, e se Goldwater venne sconfitto nel breve periodo, nel lungo periodo si trasformò nel «vero padre spirituale dell’odierno partito repubblicano».

Cos’hanno in comune Trump e Goldwater

1. Come Trump, anche Goldwater si candidò alle primarie contro l’establishment del partito repubblicano, che lo attaccò furiosamente dandogli dell’estremista, del razzista e del guerrafondaio – e a volte del pazzo irresponsabile. Critiche, manovre e persino uno “Stop Goldwater Movement” servirono a poco: quello vinse comunque le primarie, e lo fece rivendicando il suo estremismo. Nel discorso di accettazione della nomination affermò che «non è un difetto essere estremisti nella difesa della libertà».

2. Trump è stato accusato tra le altre cose di coltivare dei rapporti un po’ troppo stretti con la destra estrema e razzista. La stessa accusa fu rivolta a Goldwater: erano gli anni della battaglia sui diritti civili, e lui si opponeva alle leggi contro la discriminazione dei neri. Guadagnò così ampi consensi tra i bianchi del Sud, che fino ad allora avevano massicciamente votato a favore dei Democratici – in pratica i repubblicani non esistevano nemmeno, negli stati del Sud.

3. Se nel 1964 Goldwater riesce a sconfiggere i candidati espressione dell’establishment del partito, è anche perché riesce a raccogliere e mobilitare le energie di molti semplici elettori insoddisfatti nei confronti dei dirigenti politici tradizionali. Con la campagna di Goldwater emerge di fatto negli Stati Uniti un movimento conservatore di base, che raccoglie e mobilita elettori fino ad allora poco visibili e organizzati.

Quali sono le differenze tra Trump e Goldwater

1. Anche se si presentava come un oppositore dell’establishment, Goldwater era in realtà un politico di professione, con tutta una carriera alle spalle – e aveva sviluppato delle idee piuttosto precise e coerenti, che sono sopravvissute ben oltre la sua esperienza elettorale del 1964. Al contrario, Trump non ha alcuna esperienza politica e ha cambiato idea su quasi ogni argomento: il suo successo pare appoggiarsi soprattutto sulla sua immagine e sulla sua retorica, e quindi potrebbe non sopravvivergli.

2. Rispetto agli anni Sessanta, l’elettorato americano di oggi è diviso in maniera molto più netta: le posizioni di Goldwater all’epoca sembravano radicali, oggi sarebbero probabilmente considerate normali. La volatilità degli elettori oggi è molto minore, mentre a quel tempo non era raro votare democratico a un’elezione e repubblicano a quella successiva, e viceversa (Goldwater ricevette appunto un sacco di voti da tradizionali elettori democratici del Sud, mentre vari repubblicani insoddisfatti votarono per Johnson).

3. Nonostante i duri scontri durante le primarie, alla fine Goldwater vinse la nomination per le presidenziali con un’ampia maggioranza e senza seri contendenti: in un modo o nell’altro alla fine il partito repubblicano si ritrovò unito. Molto più profonde paiono le divisioni odierne, e molto meno ampia sarà in ogni caso la maggioranza ottenuta dal vincitore della nomination.

…E quindi?

Un numero crescente di osservatori pensa che una vittoria di Trump alle primarie segnerebbe una mutazione dell’identità stessa del Partito repubblicano, che magari condurrebbe a una sconfitta alle presidenziali, ma che potrebbe esercitare un’influenza di lungo periodo sulla politica americana. È vero, alle presidenziali Goldwater perse molto male, ma la sua esperienza viene spesso vista come il punto d’origine del reaganismo e dell’identità repubblicana degli ultimi decenni, sia in termini ideologici sia di costruzione di un blocco elettorale di riferimento.

La musica nell’Italia del Boom

 

L’Italia del 1958 è un paese che si sta accorgendo di essere all’inizio di una nuova fase della propria storia. Quello che è conosciuto come “boom economico” e poi come “miracolo economico” è un momento in cui non solo il paese accelera economicamente, ma si trasforma anche dal punto di vista socio-culturale.

Non è un caso, forse, che proprio nel 1958 a vincere San Remo sia Nel Blu dipinto di Blu di Domenico Modugno, il brano simbolo della fine degli anni Cinquanta in Italia. Una canzone che rompe completamente con la tradizione precedente, sia nei contenuti che nello stile. Fino a quel momento era ancora forte nella vita culturale e nella morale comune il peso che aveva avuto il regime fascista. Un paese che era bloccato nella contrapposizione netta tra comunisti e anticomunisti, e  che produceva una musica ancora fortemente legata agli stili e ai contenuti dei decenni precedenti. Vola Colomba cantata da Nilla Pizzi, vincitrice del Festival di San Remo – prodotto dalla RAI, controllata dalla Democrazia Cristiana – è esemplare. Il richiamo ai valori tradizionali è così evidente da farne quasi un caso di studio: c’è l’invocazione a Dio e alla patria, con il riferimento a San Giusto, cattedrale di Trieste allora ancora non tornata entro i confini patrii. Dio, Patria e Famiglia: sono queste le basi di una società ancora legata fortemente al passato.

Ma se questa è la forma della musica ufficiale, non signfica che questa sia l’unica musica. Renato Carosone e Fred Buscaglione, in modi diversi, rappresentano una volontà di cambiamento che sta nascendo nel paese. Ispirata alla musica statunitense, anche se in modi differenti, la loro produzione mostra una commistione tra innovazione e tradizione. Il jazz aveva avuto seguito nel nostro paese anche durante il regime fascista, nonostante il divieto di ascoltare musica straniera, e nel 1935 Luis Armstrong aveva tenuto due concerti al Hot Club di Torino. Sia Buscaglione che Carosone recepiscono la cultura statunitense con ironia e in maniera critica; le loro canzoni mantengono un forte legame, a livello di contenuti, con la tradizione italiana, ma musicalmente propongono qualcosa di innovativo.

In questo panorama musicale si affacciano, dal 1957, i Cantacronache, un gruppo di musicisti e intellettuali di ispirazione comunista, che vogliono cantare, come dice il nome, della realtà. Del gruppo fanno parte Sergio Liberovici, Fausto Amodei, Michele Straniero e Margot Galante Garrone, e con loro collaborano anche Italo Calvino e Gianni Rodari. La loro produzione era segnata dall’impegno politico e molti loro brani sono diventati famosi grazie alla loro diffusione durante le manifestazioni. Uno dei brani di maggior successo è Per i morti di Reggio Emilia, composta da Fausto Amodei, che racconta dei morti nel corteo sindacale di Reggio Emilia nel luglio 1960.

Quelli sono gli anni della fine del centrismo e del centrosinistra, intervallati significativamente dai mesi del governo Tambroni, governo reazionario sostenuto dai voti del MSI e che represse duramente le manifestazioni antifasciste che lo contestavano, causando 11 morti in pochi mesi in tutta Italia. In quelle manifestazioni, in particolare in quella di Genova, divenne palese la nascita di una nuova categoria sociale: i giovani. Uomini e donne tra i 15 e i 25 anni, che il benessere e i cambiamenti sociali avevno reso una categoria a parte. Se fino a quel momento essere giovani significava attendere di diventare adulti, in quegli anni il concetto si trasforma. I giovani rifiutano il modo di vivere che veniva loro imposto dagli adulti e che non era più in linea con quanto vivevano e con le loro aspettative. Aumenta il numero di studenti e spesso di studenti lavoratori, e i giovani si raccolgono in gruppi, accomunati dalla passione musicale, sportiva, culturale – non ancora politica. Irrompono sulla scena e diventano un problema di ordine pubblico. Ma vengono accolti con fastidio anche a sinistra: «teppisti e provocatori» definì l’Unità quei giovani che parteciparono agli scontri di Piazza Statuto a Torino, nel 1962, ai margini di uno sciopero della FIOM. Sono momenti significativi, perché, sia a Genova che a Torino, gruppi di ragazzi scavalcano i tradizionali leader della protesta e non ascoltano le loro indicazioni.

E se quei giovani ascoltano il rock and roll, arrivato attraverso i jukebox, e osteggiato sia dai conservatori che dai progressisti, in realtà quella musica non sottolinea la frattura profonda che si sta verificando nel paese. Una rottura quasi di facciata, più a livello di stile. Sono anni in cui il paese inizia a mutare fisionomia: i giovani, come le donne, iniziano un lungo percorso che alla fine del decennio vedrà molti di loro politicizzati; dal Sud cominciano ad arrivare al Nord migliaia di persone che si trasferiscono e vanno a vivere in quartieri periferici, spesso di recente costruzione, nei quali mancano spesso i servizi essenziali. I giovani di piazza Statuto a Torino erano giovani lavoratori meridionali, che si trovano sbalzati in un mondo nuovo e al quale si adattano, ma cambiando sé stessi e il mondo che hanno attorno. E se non è il rock a mostrare i cambiamenti profondi del paese, sicuramente lo fanno i cantautori. La musica dei cantautori ha spesso come soggetto l’amore, ma l’amore di cui parlano è radicalmente diverso da quello cantato da Nilla Pizzi, Claudio Villa, ma anche da Adriano Celentano e Little Tony.

Canzoni come Mi sono innamorato di te di Luigi Tenco o Il cielo in una stanza di Gino Paoli raccontano meglio di qualunque altra cosa il cambiamento che sta iniziando in quegli anni. A differenza delle canzoni del Cantacronache non è un’esplicita protesta quella che cantano i cosiddetti cantautori, e in particolare quelli della scuola genovese (senza dimenticare Jannacci e Gaber); cantano di una diversità esistenziale rispetto alla morale comune che è definitiva e irriducibile. Il cielo in una stanza parla di soffitti viola, colore che si trovava solo nei bordelli, e ne canta con una tenerezza inusuale per l’epoca. Tenco invece racconta di una relazione amorosa al di fuori di quell’amore, senza quell’anelito quasi divino di cui parlano le canzoni di Sanremo. Una relazione non banale e per certi versi molto più quotidiana di quella precedente. Anche la musica è profondamente cambiata, gli stacchi più sottolineati, non forzati ma forti, sottolineati sia con il testo che con le note. Lo stesso testo si adatta alla musica in maniera differente, a volte quasi sorprende l’ascoltatore e sembra rimandare una necessità, un’impellenza di comunicazione che la musica precedente, calma e impostata, non aveva.

Il termine cantautori nasce proprio in quegli anni, proprio per questi autori che scrivevano testi che non trovano nessun cantante disposto a interpretarli, a sottolineare la loro diversità. Queste canzoni, ma per certi versi anche il rock and roll, mostrano un paese in evoluzione che sta entrando un decennio di grandi cambiamenti.

 

 

L’altro referendum sulla Brexit

A giugno i cittadini del Regno Unito decideranno con un referendum se il loro paese dovrà continuare a far parte dell’Unione europea, o se dovrà uscirne. In realtà il Regno Unito ha già rinegoziato un’altra volta in passato i suoi termini di adesione all’UE, e i suoi cittadini si sono già espressi con un referendum. Era il 1975, e il Regno Unito era entrato nella Comunità europea appena due anni prima (per iniziativa dei conservatori, contro la volontà dei laburisti); il risultato della rinegoziazione venne approvato ad ampia maggioranza.

Sul blog History & Policy lo storico britannico David Thackeray riflette sulle principali differenze tra il referendum del 1975 e quello del 2016. Prima differenza importante, la formulazione del quesito: nel 1975 si chiedeva agli elettori se volevano rimanere nella Comunità europea, mentre a giugno gli si chiederà se vogliono rimanere oppure uscire. Secondo Thackeray, la prima formulazione aiutava a mettere l’accento sul processo di rinegoziazione che era stato condotto dal governo britannico nei mesi precedenti – una rinegoziazione apprezzata dalla maggioranza degli elettori, mentre oggi l’opinione pubblica è molto più divisa.

Un’altra differenza riguarda le conseguenze della possibile vittoria degli euroscettici nel referendum: negli anni Settanta non c’era nessuna norma che regolasse l’eventuale uscita di uno stato membro dalla Comunità, mentre il Trattato di Lisbona del 2007 prevede esplicitamente la possibilità di un’uscita – anche se i negoziati a riguardo sarebbero comunque molto lunghi e complessi.

Terza differenza, il contesto economico. Nel 1975 il Regno Unito si trovava in grave difficoltà economica, e non vedeva molte prospettive di sviluppo al di fuori della Comunità. Al contrario, oggi l’Inghilterra è uno dei principali centri finanziari del mondo e coltiva i suoi rapporti con le potenze economiche asiatiche, mentre l’Unione europea nel suo complesso appare in grave difficoltà economica.